scritto da francesca il 5 05 2020
Mi ha ricordato il giorno della liberazione a Campogalliano il 23 aprile 1945 , avevo sei anni e mezzo e colsi la gioia negli occhi della mamma , dei nonni e degli zii , penso che la stessa gioia l'abbia colta anche Leonardo pur solo ad un anno , nel vedere genitori, nonna e bisnonni insieme dopo mesi. Il 4 aprile è stato un piccolo giorno della liberazione . In un primo momento abbiamo tenuto le mascherine , poi Leo con sorrisi continui e la gioia di tutte quelle persone attorno ha rotto il ghiaccio , ci siamo tolti quegli orpelli di protezione e abbiamo vissuto qualche ora di vita ritrovata. La bisnonna aveva fatto la torta con la farina di castagne e come nei conviviali che si rispettano l'abbiamo assaporata alla giusta distanza gli uni dagli altri, senza abbracci e strette di mano. Ma Leo saltellava da uno e dall'altro mangiucchiando il suo pezzo di torta , gioia dei merli per tutte le briciole cadute . Poi si sono uditi i trilli di Marta , tre anni , figlia dei vicini e siamo usciti tutti nel parco condominiale attiguo al nostro giardino . Le corse , le grida , il vociare felice , ecco la vita è cosa semplice in fondo , ritrovarsi nella gioia , nella natura e negli affetti. Forse è questo il viatico che dobbiamo portare avanti dopo questa tragedia , ritrovare le piccole cose , la gioia della comunità. Non c'è bisogno di volare in paradisi esotici, basta una fetta di torta , il sole , gli alberi e tanto amore. Franco
scritto da francesca il 30 04 2020
Mi ha commossa fino alle lacrime questa lettera. E' di un anziano deceduto, a causa del virus, all’ interno di una RSA (Residenza Sanitaria Assistita). Non aggiungo altro, la condivido con voi. ------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------ "Da questo letto senza cuore scelgo di scrivervi cari miei figli e nipoti. (L'ho consegnata di nascosto a Suor Chiara nella speranza che dopo la mia morte possiate leggerla). Comprendo di non avere più tanti giorni, dal mio respiro sento che mi resta solo questa esile mano a stringere una penna ricevuta per grazia da una giovane donna che ha la tua età Elisa mia cara. È l'unica persona che in questo ospizio mi ha regalato qualche sorriso ma da quando porta anche lei la mascherina riesco solo a intravedere un po' di luce dai suoi occhi; uno sguardo diverso da quello delle altre assistenti che neanche ti salutano. Non volevo dirvelo per non recarvi dispiacere su dispiacere sapendo quanto avrete sofferto nel lasciarmi dentro questa bella "prigione". Si, così l'ho pensata ricordando un testo scritto da quel prete romagnolo, don Oreste Benzi che parlava di questi posti come di "prigioni dorate". Allora mi sembrava esagerato e invece mi sono proprio ricreduto. Sembra infatti che non manchi niente ma non è così…manca la cosa più importante, la vostra carezza, il sentirmi chiedere tante volte al giorno "come stai nonno?", gli abbracci e i tanti baci, le urla della mamma che fate dannare e poi quel mio finto dolore per spostare l'attenzione e far dimenticare tutto. In questi mesi mi è mancato l'odore della mia casa, il vostro profumo, i sorrisi, raccontarvi le mie storie e persino le tante discussioni. Questo è vivere, è stare in famiglia, con le persone che si amano e sentirsi voluti bene e voi me ne avete voluto così tanto non facendomi sentire solo dopo la morte di quella donna con la quale ho vissuto per 60 anni insieme, sempre insieme. In 85 anni ne ho viste così tante e come dimenticare la miseria dell'infanzia, le lotte di mio padre per farsi valere, mamma sempre attenta ad ogni respiro e poi il fascino di quella scuola che era come un sogno poterci andare, una gioia, un onore. La maestra era una seconda mamma e conquistare un bel voto era festa per tutta la casa. Quanti "grazie" dovrei dire, un'infinità a mia moglie per avermi sopportato, a voi figli per avermi sempre perdonato, ai miei nipoti per il vostro amore incondizionato. Gli amici, pochi quelli veri, si possono veramente contare solo in una mano come dice la Bibbia e che dire, anche il parroco, lo devo ringraziare per avermi dato l'assoluzione dei miei peccati e per le belle parole espresse al funerale di mia moglie. Ora non ce la faccio più a scrivere e quindi devo almeno dire una cosa ai miei nipoti… e magari a tutti quelli del mondo. Non è stata vostra madre a portarmi qui ma sono stato io a convincere i miei figli, i vostri genitori, per non dare fastidio a nessuno. Nella mia vita non ho mai voluto essere di peso a nessuno, forse sarà stato anche per orgoglio e quando ho visto di non essere più autonomo non potevo lasciarvi questo brutto ricordo di me, di un uomo del tutto inerme, incapace di svolgere qualunque funzione. Certo, non potevo mai immaginare di finire in un luogo del genere. Apparentemente tutto pulito e in ordine, ci sono anche alcune persone educate ma poi di fatto noi siamo solo dei numeri, per me è stato come entrare già in una cella frigorifera. In questi mesi mi sono anche chiesto più volte: ma quelli perché hanno scelto questo lavoro se poi sono sempre nervosi, scorbutici, cattivi? Una volta quell'uomo delle pulizie mi disse all'orecchio: "Sai perché quella quando parla ti urla? Perché racconta sempre di quanto era violento suo padre, una così con quali occhi può guardare un uomo?". Che Dio abbia pietà di lei. Ma allora perché fa questo lavoro? Tutta questa grande psicologia, che ho visto tanto esaltare in questi ultimi decenni, è servita solo a fare del male ai più deboli? A manipolare le coscienze e i tribunali? Non voglio aggiungere altro perché non cerco vendetta. Ma vorrei che sappiate tutti che per me non dovrebbero esistere le case di riposo, le Rsa, le "prigioni" dorate e quindi, si, ora che sto morendo lo posso dire: mi sono pentito. Se potessi tornare indietro supplicherei mia figlia di farmi restare con voi fino all'ultimo respiro, almeno il dolore delle vostre lacrime unite alle mie avrebbero avuto più senso di quelle di un povero vecchio, qui dentro anonimo, isolato e trattato come un oggetto arrugginito e quindi anche pericoloso. Questo coronavirus ci porterà al patibolo ma io già mi ci sentivo dalle grida e modi sgarbati che ormai dovrò sopportare ancora per poco…l'altro giorno l'infermiera mi ha già preannunciato che se peggioro forse mi intuberanno o forse no. La mia dignità di uomo, di persona perbene e sempre gentile ed educata è stata già uccisa. Sai Michelina, la barba me la tagliavano solo quando sapevano che stavate arrivando e così il cambio. Ma non fate nulla vi prego…non cerco la giustizia terrena, spesso anche questa è stata così deludente e infelice. Fate sapere però ai miei nipoti (e ai tanti figli e nipoti) che prima del coronavirus c'è un'altra cosa ancora più grave che uccide: l'assenza del più minimo rispetto per l'altro, l'incoscienza più totale. E noi, i vecchi, chiamati con un numeretto, quando non ci saremo più, continueremo da lassù a bussare dal cielo a quelle coscienze che ci hanno gravemente offeso affinché si risveglino, cambino rotta, prima che venga fatto a loro ciò che è stato fatto a noi".
scritto da francesca il 20 04 2020
Anche il mio motore ha bisogno di qualche controllo, così, su suggerimento del medico curante, mi sono recato presso un centro diagnostico per la cura del caso. E’ una struttura con molti ambulatori medici e ti trovi in difficoltà a individuare a quale piano, il numero...,e le procedure per superare la burocrazia dell’accettazione e registrazione. Mi consigliano di sedermi e aspettare. Osservo le persone che attendono come me, silenziose, preoccupate, nessuno parla. Ho solamente nove pazienti avanti a me. Ho comprato una rivista ma più che leggere, guardo le figure. Non so perché l’ho comprata: pagine piene di pubblicità. Una donna torce il collo per leggere, la ignoro, ma poi le regalo il tutto compreso un piccolo calendario. Mi ringrazia con un sorriso colorato che le occupa mezza faccia: troppo rossetto sulle labbra. Un uomo cammina zoppicando sorreggendosi al bastone avanti e indietro diverse volte per il lungo corridoio, si ferma ogni tanto a leggere le scritte a fianco delle porte degli ambulatori, poi sparisce scuotendo la testa. Finalmente arriva il mio turno e con sorpresa, il professore è un mio amico che non vedevo da molti anni. Ci siamo messi a parlare di tante cose: era un bravo suonatore di tromba, e il discorso è caduto sulla musica. Il mio problema è rimasto nel dimenticatoio. Mi ha curato leggendo quanto scritto sul ricettario e mi ha misurato la pressione e i battiti del motore. Mi congeda felice di avermi rivisto con una pacca sulla spalla. Ci ritornerò. Scendo al piano inferiore e ti vedo l’uomo col bastone seduto di fronte ad un ambulatorio, mi guarda con ansia. Gli chiedo come mai fosse ancora in attesa di essere visitato. Mi risponde che alcune donne gli sono passate avanti senza chiedere il permesso. Capisco che ha bisogno di aiuto. Gli chiedo se aspetta la moglie, risponde meravigliato di no. Mi mostra l’impegnativa e leggo: “visita di controllo per dolori artrosi alle anche” Faccio finta di nulla, forse non ha capito che le donne che erano passate avanti, avevano sicuramente l’appuntamento. Si leggeva chiaramente: VISITE GINECOLOGICHE. L’accompagno all’ambulatorio giusto e busso. Si affaccia l’infermiera e lo fa subito entrare. Ci sono rimasto molto male e non ho sorriso. Giulio Salvatori ​
scritto da francesca il 16 04 2020
Lo spiraglio tra le tapparelle fa filtrare un raggio di luce , il mio deambulare ormai deve finire , l'istinto è notturno lo dovreste sapere . Giro a destra e sinistra tra le pieghe di questa casa e da troppo tempo vedo la presenza di tutti che mi toglie quel po di solitudine e di libertà di movimenti necessari alla vita. Sento le voci e questa televisione perennemente accesa che propina in continuazione notizie di morte di carestie , di mali irreparabili . Non so se devo preoccuparmi , ho sentito che questo male viene dai pipistrelli (volpi volanti, topi volanti ) , ma ! Credo poco a queste distinzioni pseudoscientifiche , il fatto è che sembra che tutto debba crollare. Avverto stati d'ansia continui , lo sconvolgersi delle abitudini, il costante terrore ad uscire. C'è un vantaggio in tutto questo, si mangia in continuazione , forse proprio per spegnere la paura e ci guadagno anche io , di briciole ne trovo ovunque. Ah ...non avete capito ? Ma sì sono il topo di casa . Troppo colto ? Il cervello l'ho anche io e i miei geni sono per il 99% uguali ai vostri e questa casa è piena di libri e io mi sono adeguatamente acculturato , l'unica cosa che non sopporto è la televisione , troppo rumore, troppa luce , poi sempre le stesse cose . E' tempo di uscire ... e sì esco non abito proprio nella casa , passo da un foro che porta l'acqua dalla cucina ad una fontanella nel giardino , l'hanno fatto troppo largo e io ci passo. Dove abito ? Tra le radici di un albero , c'è una bella tana adattissima ai miei bisogni , anche perché sono un topo piccolo , quelli che voi chiamate "di campagna" , quelli col musino rosa e la coda lunga . Ma vi sto annoiando , ora vado prima che tutti si alzino e poi questo pezzetto di parmigiano reggiano mi basta per tutta la giornata . Piacere di avervi conosciuti ....e ciao !