scritto da francesca il 7 07 2020
La gonna troppo corta, il vestito è scollato, fai esercizi non vedi sei un baule. Basta sei tu l'orco (ll compagno) che ti picchia, il marito che uccide, padre che uccide i figli. Si concentra l'attenzione su una gonna corta, o su una scollatura un poco larga. Avere la libertà di espressione una persona può indossare una gonna corta senza essere giudicata, non sono un oggetto che soddisfa il desiderio di un uomo, sono una persona con dei sentimenti, una donna con il suo fisico, le sue forme, posso vestirmi come mi pare una maglia scollata, una gonna corta. Nessuno deve permettersi dire che non sono femminile. E' inaccettabile, una offesa alle donne.-------------------------- Gu.
scritto da francesca il 3 07 2020
Un giorno di marzo è arrivata una malattia. Non me la ricordo bene, perché son passati tanti anni. Era una roba che ti prendeva i polmoni, il sistema immunitario, rendeva difficile respirare, e ogni tanto t'ammazzava. Una roba brutta insomma, che c'ha tenuto in ostaggio, ai domiciliari, a guardare dalla finestra, ad aspettare non si sa cosa per mesi. Una roba che s'è mangiata una delle nostre primavere e tanti parenti, amici, vicini, senza neanche lasciarci il tempo per salutarli. È durata un po', non saprei dire se tanto o poco. Poi un giorno è passata. Ecco, il giorno che è passata, invece, me lo ricordo abbastanza bene, perché ho preso la bicicletta. Io ho una bicicletta grigia, bellissima, mai usata. Ho preso sta bicicletta bellissima e nuova e sono uscita e sono andata in stazione e ho lasciato lì la bicicletta, senza manco il lucchetto e ho preso un treno. Un treno a caso. Sono andata in un paese vicino e mi son fatta un giro. E tutti erano in giro. Tutti buongiorno, salve, come sta? Finalmente eh? Tutti con le facce sorridenti, tutti ma chi si vede!, anche se non c'eravamo mai visti. Sono stata a passeggiare fino al tramonto che, quel giorno lì me lo ricordo, non arrivava più. C'eravamo dimenticati che era praticamente estate e allora tutti a guardare il sole e a dire, ma ancora c'è luce, ma questa giornata quando finisce? Alla fine però è arrivata la sera e io me ne son tornata a casa. Tutti ce ne siamo tornati a casa. Poi è stato strano, perché le cose ci hanno messo un attimo a ritornare normali. Un attimo, davvero. Così, abbastanza presto, abbiamo ricominciato a romperci le scatole, a sbuffare, a guardarci storto, a farci i cavoli nostri. Ma non puoi andare te? Va be', vado io chepalle però. Abbiamo ricominciato con le piccole ipocrisie, i piccoli egoismi quotidiani. A ignorare i problemi solo perché non erano i nostri. A incazzarci spesso. A generalizzare, a dimenticare quelli che fino all'altro giorno applaudivamo. A scordarci di chi aveva fatto e di chi aveva solo parlato. Insomma, abbiamo ricominciato a essere noi. Però, non lo so. Quando così tante persone tirano un sospiro di sollievo tutte insieme, al mondo qualcosa deve succedere. E, secondo me, è successo. Poca roba, eh. Le ambulanze per esempio. Adesso, chissà perché, la gente per strada, in macchina, le notava di più, ci spendeva un secondo in più, un pensiero diverso da prima. E poi come stai. Come stai, te lo chiedevano tutti e abbiamo continuato a chiedercelo molto più spesso per tutto il resto di quell'anno. E ti voglio bene, anche. Anche ti voglio bene se lo dicevano tutti quanti molto di più. E non ho mai più avuto voglia di andare a un concerto, a un museo, a una festa come quell'anno lì. E che bello che è stato il primo concerto, la prima festa, gli amici, le storie, che hai fatto? E che ho fatto, son stata a casa. E casa mia per un sacco di tempo m'è sembrata ancora più piccola. Nei mesi e negli anni successivi si è, ovviamente, continuato a parlare del periodo della quarantena, dell'anno a metà, della vita sui social, dei lutti e del surplus di foto simbolo che c'ha lasciato. Chi l'aveva trascorso sul divano, chi se l'era fatto in ospedale, chi non gliene era mai fregato niente, chi se lo sogna ancora la notte e chi non ne può più di sentirne parlare. So che pare strano, e forse è pure una mezza cazzata, ma nonostante ciascuno se lo ricordi un po' a modo suo, a me pare che quell'anno lì a tutti ci sia toccata la stessa consapevolezza. Quella di essere sopravvissuti.
scritto da francesca il 29 06 2020
Tempo fa, se qualcuno mi ha letto, dissi che avevo innalzato il Tricolore nel mio giardino più alto che potevo. Lo scopo era quello di essere vicini a tutte quelle persone che soffrivano per i morti che la pandemia aveva soffocato. Un dolore che ha toccato tutti noi. E, quindi, quel Tricolore voleva dire tante cose che sarebbe inutile elencare. Poi, in questi tre o quattro mesi, ci sono state le festività del Venticinque Aprile, Primo maggio, Due Giugno, insomma quel Tricolore mi faceva essere solidale.Ricordo che una domenica mattina, verso le ore undici, a tutto volume suonai "Il Silenzio" Fuori ordinanza per ricordare Tutti. Non fu facile, anch'io ho un cuore e mi commuovo con facilità. Quando entravo nel borgo, un nucleo di una decina di famiglie, vedere sventolare la Nostra Bandiera mi faceva un piacere immenso. Voglio esere breve e arrivare subito alla fine di questo mio intervento. La gente in Cassa Integrazione, aspetta da mesi un aiuto, promesso dal "governo", ma che non arriva o a pochi operai. Fare l'elenco di tutte le promesse sarebbe troppo lungo. Però, sono stati velocissimi a mantenersi i loro privilegi, i nostri "onorevoli" si sono regalati i vitalizi. Gente messa al posto giusto in quella maledetta commissione dai partiti, in pochi minuti hanno azzerato le aspirazioni di molti italiani. Indifferenti al grido che si è levato: Vergogna! Ieri sera, con rabbia e rassegnazione, ho tolto il Tricolore. Con amarezza ho abbassato l'asta, l'ho ripiegato e messo in naftalina . Sentivo mio padre, che ha passato anni nelle miniere e nelle cave ,darmi una pacca sulle spalle come era solito fare in segno di approvazione. Mi fermo qui. Non ho fatto riferimenti rossi o neri.Non cerco applausi , né consensi. Ognuno è libero di pensarla come vuole Questo è il mio pensiero.----------------------------------------------- Giulio Salvatori
scritto da francesca il 27 06 2020
La relazione con il tempo che passa è ciò che ci definisce umani. E' la consapevolezza dello scorrere del tempo, del passare della giovinezza, dell'avvicinarsi della vecchiaia. Tutti i processi d'identità e culturali della società sono connessi a questo: AL TEMPO. La cognizione del dolore, la gioia, l'angoscia e la felicità sono prodotti di quella parte della nostra mente in cui poniamo e rielaboriamo ricordi di momenti che abbiamo vissuto nel corso di tutta la nostra esistenza. I nostri genitori, gli amici lasciati lungo la strada, i primi amori, i lutti. Senza il concetto di "tempo" non ci sarebbe letteratura, scienza, filosofia, progresso. Ecco cosa ci distingue dagli animali, anche quelli che amiamo, che ci fanno compagnia. Loro non hanno la coscienza e la consapevolezza dello scorrere del tempo. Adesso proviamo ad immaginare come sarebbe la nostra vita se una parte della nostra memoria, quella legata alle cose recenti, la cosiddetta "memoria breve" smettesse all'improvviso di funzionare. Se insomma, il nostro cervello resettasse, ripulisse ogni minuto di quello che abbiamo appena fatto e ci costringesse a tornare neonati. D'improvviso saremmo privi di memoria e di cognizione temporale. Senza nè un prima, nè un dopo. Condannati, insomma ad un eterno presente. Perdere la memoria "a breve termine" non significa non ricordare quello che si è mangiato ieri o l'altro ieri, ma significa dimenticare quello che si è fatto un minuto fa. E' quello che succede quando si entra nel vortice del "male oscuro". Quella malattia che inesorabilmente ruba tasselli di vita ma anche di rapporti non avuti tra un passato e un “non ancora” e segna un’inquietudine a volte intrisa di rassegnazione e di rabbia. Quella malattia che ti cancella i contorni, ti cancella i ricordi, ti lascia perso. Mi fermo qui. Andare oltre mi farebbe troppo soffrire perchè sono coinvolta in prima persona. Ciao papà.