scritto da francesca il 10 03 2024
L’autobus era in ritardo, come sempre. Ormai sapevo di dover passare, prima di entrare in classe, dal Preside a giustificarmi ascoltando, per l’ennesima volta, il logoro sermone sul disdicevole comportamento di una studentessa che spesso è in ritardo (frequentavo una scuola femminile).
Ma il mio pensiero era tutt’altro.
Lui si era staccato dalla compagnia e veniva verso di me.
Davanti a tutti, a bruciapelo sui miei occhi abbassati per nascondere un evidente tremore partorito da un’intensa emozione, mi dice: “Visto che siamo in ritardo, noi abbiamo deciso di “bigiare”, vieni con noi?” (ndr bigiare in milanese = tagliare scuola).
Nella mia mente i pensieri si agitano come uno tsunami e perdono quella parvenza di ordine che fatico ad ottenere. Vorrei rispondere un “SI” roboante ma invece: “Nnnon sso..ffforse è meglio se vado a scuola, i miei genitori non sarebbero d’accordo”.
E così è stato. Anche questa volta la mia timidezza aveva avuto la meglio.
Avevo 15 anni, frequentavo il primo anno di superiori. Lui era “grande”, di anni ne aveva 17 ed era al terzo anno di ragioneria, nella Milano della mia gioventù.
Mi sono innamorata di quel ragazzo biondo, brillante, spiritoso, intelligente, bello come un dio greco. Ovvio che avesse solo pregi, no?
Ma il nostro era un amore platonico, credo più da parte mia, forse lui mi considerava ancora troppo piccola. Ed io sognavo, sognavo e gli scrivevo fiumi di lettere che, immancabilmente non gli mandavo.
Poi, scelte e compagnie differenti ci hanno allontanato e fatti perdere di vista.
Ma il destino a volte si diverte. Dopo aver allontanato, sposta le pedine e gioca, da mascalzone, a riunire.
Ricevo un invito da una mia amica per trascorrere il Capodanno a casa (cantina) di amici suoi.
Dopo aver pregato in ginocchio i miei genitori di lasciarmi andare (avevo solo 17 anni..!!) accompagnata, oltre che dalla mia amica che aveva un anno più di me, da mia sorella che di anni ne aveva ben 19, supplico la mamma di adattarmi un vestito per l’occasione. Il tempo era poco ma la notte di quel Capodanno non la dimenticherò, mi sentivo come Cenerentola.
Un tubino in taffetà viola con poche paillettes sparse a donare all’insieme un che di ottimo e raffinato risultato e un paio di scarpette di vernice nera, come l’ultima moda del momento richiedeva, mi hanno fatto volare sulla più alta nuvoletta che danzava nel cielo stellato, con la convinzione di essere la donna più fortunata del mondo.
E quella convinzione è diventata certezza quando, entrando in quella casa, ho visto chi era il figlio del proprietario: LUI, il bel ragazzo biondo, intelligente, ecc….ecc.. di cui ero ancora, a mia insaputa, innamorata.
Mi chiese di ballare al primo pezzo musicale che usciva dal giradischi e non smettemmo per tutta la notte. Il resto è stato una conseguenza stupenda.
Furono tre anni di sogno, di felicità, di attimi unici e irripetibili vissuti all’unisono.
Ma furono anche giorni di conflitti, di angosce, di scontri da cui scaturivano scintille accese per orgoglio e amor proprio creduti violati. Anni in cui la nostra maturità si formava sul fragile terreno dell’inadeguatezza, della confusione che generava impulsi difficili da frenare.
E il tempo ha fatto il suo corso senza aver pietà di noi, del nostro sentimento, senza fermarsi ad aspettare la nostra maturità.
Ma l’orgoglio in Amore, si sa, pone limiti e fa tanti danni.
Quattro anni dopo.
Fuori dalla Chiesa, l’auto percorreva adagio la strada. Chissà perché l’autista aveva scelto di transitare proprio da quella via.
Il ragazzo era fermo in mezzo alla strada. Al nostro passaggio si sposta di lato.
Lo superiamo.
Mi volto.
I nostri sguardi si incrociano. Per l’ultima volta.
Era il mio primo amore.
Non l’ho mai più rivisto.
Chissà cosa sarebbe stato se non fosse andata così.
Francesca