scritto da francesca il 17 06 2017

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Alla luce della grande astensione negli eventi elettorali , Francesca chiede di parlare di voto : diritti e doveri , argomento apparentemente semplice nella sua evidenza , complicato nel capirne i meccanismi.

Partiamo dall'art.48 della Costituzione italiana che recita ..." il voto è personale e eguale, libero e segreto , il suo esercizio è un DOVERE civico ".

Cerchiamo di capire che cosa vuol dire etimologicamente DOVERE , viene dal latino ( de habère ) , che significa " possedere qualcosa , avendola avuta dagli altri e che dobbiamo restituire , E' quindi un obbligo morale".

Che cosa abbiamo ricevuto dagli altri (nel nome della Nazione )? La capacità per età , per cittadinanza e per assenza di pendenze penali , di esprimere il nostro parere sulle politiche del Paese , quindi questo esercizio deve essere effettuato per addivenire a questo IMPEGNO.

L'invito da parte della politica all'astensione infatti è un reato penale , anche se l'astensionismo per se stesso non è perseguibile , ma è sempre una violazione di un articolo della Costituzione.

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Perché ci si astiene ? Perché non si trova nella proposta politica una possibile identità di pensiero , questa potrebbe essere una prima ipotesi , anche se consideriamo che in certi periodi abbiamo avuto oltre settanta simboli di partito, personalmente trovo abbastanza difficile che non si riesca a trovare anche una minima concordanza d'intenti. Conoscendo l'individualismo spinto degli italiani , possiamo anche pensare per assurdo , che solo con 60 milioni di simboli si è certi che non ci sarà assenteismo.

Per prima cosa bisognerebbe fare sintesi con noi stessi , capire dove può andare il "nostro pensiero sociale" , "i nostri ideali" , "la programmazione di un futuro" e penso che sia difficile non trovare nelle proposte politiche qualcosa dove potersi identificare , al massimo come disse il grande Montanelli " ci si turerà il naso e andremo a votare".

L'astensione come atto di ribellione e protesta è forse il movente più frequente. Ma a che serve se rimane un atto individuale non evidenziabile ?

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Si va in giro a dire " io non ci casco e mi astengo " e poi si lascia a coloro che vanno a votare le decisioni politiche ?

L'Aventino storico , cioè l'astensionismo dai seggi parlamentari , ha portato a conseguenze tragiche .

L'astensionismo è fuggire dalle responsabilità , delegando gli altri ad una scelta che potrebbe anche essere l'opposto di quello che bene o male avremmo voluto che fosse.

Dicono che il voto è indice di civiltà e maturità politica , ma purtroppo anche in Nazioni dove questo diritto/dovere veniva praticato dalla stragrande maggioranza , ora si sta" normalizzando" e 4 cittadini su 10 non votano.

Naturalmente il voto lo si identifica con la vita quotidiana , con le contingenze di sopravvivenza , difficilmente con l'adesione ad un programma che ha bisogno del futuro per avverarsi compiutamente.

Il voto è anche sinonimo assoluto di libertà e alla fine mi pacerebbe citare la bellissima canzone di Gaber che riassume tutta la pregnanza di una civile e matura presa di coscienza:

"La libertà non è star sopra un albero

non è neppure il volo di un moscone

la libertà non è uno spazio libero

libertà è partecipazione".

  astensionismo

Franco

  (imm.da web)
scritto da francesca il 13 06 2017

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La nascita di nuovi mezzi di comunicazione, di riproduzione di immagini, di files, dovrebbe essere seguita sempre da un adeguamento di legge . Quando i giornali si diffusero ed erano il solo strumento di comunicazione , la Società adottò nuove norme a garanzia e tutela dei diritti degli individui e della loro reputazione. E' così che nacque ad esempio il reato di diffamazione a mezzo stampa. Io non posso dare del decerebrato a qualcuno sul giornale soltanto perchè ho la possibilità di scrivere sulle sue pagine, senza che questo gesto abbia delle conseguenze. Allo stesso modo non lo posso scrivere sui muri, sui cavalcavia, affiggere manifesti, fare comunicati radio, usare spazi televisi per dare del cretino a qualcuno senza che questi non possa reagire e rivalersi nei miei confronti rivolgendosi alla Magistratura per tutelare il suo buon nome e la sua reputazione.

Il mito della libertà di espressione si infrange insomma davanti all'insulto, all'epiteto volgare, alla parolaccia. Si tratta di norme di civiltà. Questo è un dato di fatto che vale per tutti i mezzi di comunicazione che sono tenuti a rispettare gli individui e a pagarne le conseguenze in caso di violazione di queste norme.

Questa regola generale che vale per tutti, però sembra non toccare il web. Nei social l'insulto è diventato prassi consolidata. La libertà di espressione che la rete garantisce a chiunque ha creato una sorta di universo privo di regole dove le norme, che altrove regolamentano le relazioni tra gli individui, non hanno diritto di cittadinanza.

Qualunque fatto di cronaca che viene discusso in rete, non solo da persone attente e partecipi alla vita della collettività, è spunto per coinvolgere personaggi che io definirei odiatori di professione, frustrati e repressi di ogni tipo, età e ceto sociale che si attaccano alla tastiera di un computer o di uno smartphone come gli squadristi si attaccavano al manganello per menare fendenti di qua e di là, senza una ragione, per il puro piacere di partecipare alla canea.

Ogni occasione è buona per rovesciare in rete liquami di una visione del mondo volgare, rozza e violenta. Molto spesso l'odio si esercita contro persone note, ancora più spesso contro le donne. A volte leggo commenti irriferibili rivolte alle donne.

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Cosa fare, allora quando si subiscono aggressioni di questo tipo in rete? Chi può e possiede gli strumenti culturali e professionali per reagire lo fa. Bisognerebbe chiedere al gestore di social, chat e blog, di cancellare e far chiudere i siti di persone violente. Sarà anche una goccia nel mare ma occorre reagire.

Il punto è che si fa fatica a reagire contro gli aggressori quando questi sono tanti. La vera novità rispetto all'anonimato del branco, allo squadrismo, sta nel fatto che spesso la protervia del senso di impunità sono tali che questi deficienti si firmano anche, neanche si nascondono dietro a falsi profili e nickname come se pensassero che la rete garantisca loro la libertà di vomitare su chiunque, come un diritto acquisito, una sorta di garanzia democratica del web.

L'altro aspetto inquietante è che i responsabili di chat, blog e social prima di riuscire a bloccare i loro profili impiegano molto, troppo tempo. A volte addirittura non intervengono affatto alimentando il senso di impunità che viene letto dagli aggressori come permesso all'insulto: "se nessuno mi sanziona vuol dire che sono libero di dire quello che mi pare".

Insomma l'insulto viene usato come libera espressione del proprio pensiero e soprattutto la misoginia che si alimenta da questo carburante. I nemici delle donne si nascondono proprio nella rete. Frustrati e psicolabili di ogni tipo utilizzano il web cme le pareti dei bagni della stazione.

"La  libertà è partecipazione", diceva una vecchia canzone di Giorgio Gaber. La violenza contro le donne passa anche attraverso l'uso di chat, blog e social (ne so qualcosa io).

Non è più tollerabile che l'web sia una palestra di violenza. E' un battaglia questa alla quale nessuno dovrebbe sottrarsi.

E dalle maldicenze gratuite e false non si salva neppure Eldy.

 

Francesca