Sono andato diverse volte a visitare gli ospiti di Villa Rosa. Appena entri un parco bellissimo, panchine, giardini con rose e siepi potate da gente di mestiere. In ogni angolo la classica fontanella con tanto di vaschetta artistica con pesciolini rossi. Prati rasati da un ”barbiere di qualità” che t’invitano e ti rilassano l’animo e lo spirito. Ordine e precisione ovunque. Sotto un grande abete, troneggia la statua del religioso fondatore: Ai suoi piedi neanche un fiore. L’edificio è pitturato di un colore rosa tenue che si erge su tre piani e sovrasta i tetti delle abitazioni vicine. Mi decido ed entro: il personale di servizio è gentilissimo, ormai mi conoscono e ogni volta mi colpisce il profumo di pulito: una cinquantina Ospiti sono seduti sulle sedie allineate lungo le pareti del salone. Altre, ai tavoli, giocano a carte.
Mi invitano a sedermi ma preferisco rimanere in piedi. Osservo una signora ben vestita, pettinata con gusto: le ciocche di capelli ancora neri, sono raccolti da uno spillo dorato. Tiene una borsetta di pelle sulle ginocchia; apre un borsello e con movimenti ben precisi si prilla una immaginaria sigaretta. Con calma inumidisce con la lingua quella che dovrebbe essere la cartina contenente il tabacco, si mette fra l’indice e il dito medio il lavoro completato e si porta le dita alle labbra .
Guarda ancora dentro il borsello e, finalmente, “trova” l’accendino. Si appoggia allo schienale della poltrona e aspira profondamente e soffia il fumo in alto compiaciuta. Scuote ogni tanto la sigaretta nel portacenere che, secondo lei, è sul tavolinetto vicino.
Mi guarda sorridendo, contraccambio il sorriso. Mi sento osservato dagli infermieri ma non posso abbandonare il dialogo muto fra me e la signora. Schiaccia la cicca nel portacenere e rimette tutto in ordine nel borsello, si sistema bene il guanciale e si addormenta. L’infermiera le copre le gambe con una copertina e mi dice: “ Visto? Fa’ sempre così”. Non rispondo.
Un uomo mi tira per un braccio, vuole che lo accompagni fuori nel lungo loggiato dove sono altre persone: lo faccio volentieri; lo aiuto a sedersi sulla panca e rientro nel salone. Una musica allegra cerca di svegliare quelle persone assenti. Alcune ballano, altre sorridono, molti rimangono immobili. I volontari musicisti mi invitano, pensano che abbia portato il sax: faccio cenno di no. Non credo che gli ospiti di Villa Rosa abbiano voglia di suoni incisivi, forse sarebbe meglio una musica dolce, lieve, invece il volume è altissimo; martella i timpani. Vado dai “cantanti”, li invito a calare un po’ il volume e mi fermo un po’ con loro.
Mi avvicino ad una signora che conosco, la saluto e risponde seccata: “Dove sei stato? E’ un mese che ti aspetto!”. Non replico all’accusa e le chiedo se mi conosce: “ Certo che ti conosco, sei Mario? Paolo? Alfredo? Che importanza hanno i nomi? Qui siamo tutti uguali” E fissa una coppia che balla, applaude e impreca quando vede una suora. Poi ad alta voce che i vicini sentissero: “ Guarda come si è vestita quella cretina, non siamo mica a carnevale ?” Gli sfioro la faccia con una carezza e cerco di darle un bacio ma mi allontana bruscamente. Capisco che la mia presenza la irrita, consegno all’infermiera un sacchetto con dei biscotti, caramelle e qualche succo di frutta che avevo comprato, faccio un cenno di saluto e esco da quel salone e mi avvio verso la macchina . Varco il grande cancello e mi lascio alle spalle quella “Villa Rosa” ch’è diventata dentro il mio cuore tanto grigia.
Giulio Salvatori
Perché una lingua per ogni italiano ? Perché i nostri dialetti sono tantissimi, faccio un esempio : a Modena si parla ovviamente il dialetto modenese , a Carpi (20 km da Modena) si parla un dialetto modenese/reggiano/mantovano , a Castelfranco Emilia (12 km) un dialetto modenese/bolognese , a Mirandola (35 km) un dialetto modenese /ferrarese e a Sassuolo (18 km) un dialetto modenese/montanaro. Cambia un accento su di una vocale , si apre maggiormente la "a" , si chiude la "e" , ci sono doppie , insomma ci si capisce bene , ma sono idiomi diversi. Tra tutte le nazioni europee l'Italia è il paese più frazionato nei suoi dialetti , è certamente una ricchezza per la molteplicità degli usi e dei costumi e soprattutto per la varietà e bontà della cucina.
Dante con il "volgare" iniziò ad introdurre una lingua unica "il dolce stilnovo" che nasceva dal toscano e che sarà in seguito la lingua che noi oggi comunemente parliamo . Le lingue latinizzate erano moltissime, tanti erano i popoli che abitavano la Penisola , per citarne alcuni : retici , veneti, illiri, galli, celti, liguri, etruschi, sardi, sanniti ,siconi ,umbri ecc. Questa mescolanza ha dato origine ai vari dialetti .
Il plurilinguismo è rimasto ancora in molte regioni , soprattutto in quelle più isolate e con piccoli centri .
In fondo la parola "dialetto" viene dal greco "dialektos" (che significa lingua) ,poi dal latino "dialectus" ,che è lo specifico "parlare" di un luogo.
Molto della tradizione orale del passato viene dai dialetti che sono ancora la connotazione del territorio e la caratterizzazione di una comunità , soprattutto quella contadina che fino a cento anni fa era la forza lavoro predominante.
L'Ascoli nel 1882 divide i dialetti italiani in quattro gruppi:
A- dialetti franco provenzali - ladini
B - dialetti gallo italici - dialetto sardi
C - dialetti veneti - dialetti centrali - dialetti meridionali
D - toscano
C'è una divisione anche del Pellegrini :
dialetti settentrionali
friulano
toscano
dialetti centromeridionali
sardo.
Anche le "maschere" caratterizzano luoghi e dialetti : Gianduia di Torino - Meneghino di Milano - Arlecchino e Brighella di Bergamo - Pantalone , Rosaura e Colombina di Venezia - Sandrone di Modena - Balanzone e Fagiolino di Bologna - Stenterello di Firenze - Burlamacco di Viareggio - Meo Patacca di Roma - Pulcinella di Napoli ...tanto per citare le più famose.
Questi idiomi stanno perdendosi nella memoria dei vecchi e nelle tradizioni che ancora resistono. Sono pochissimi i giovani che parlano il dialetto , nell' ambito familiare non si parla più . Molte sono ormai le famiglie composte da persone che vengono da parti diverse d'Italia, quindi per ovvie ragioni ci deve essere una unica lingua di comunicazione.
Con l'arrivo degli immigrati , con lo spostamento degli italiani per motivi di lavoro e quindi l'abbandono di quei territori dove si poteva ancora sentir qualche parola in dialetto è difficile che questi idiomi che rappresentano le radici della nostra cultura e delle nostre tradizioni possano sopravvivere a lungo.




