scritto da rosaria3.na il 12 01 2010

Ecco un nuovo racconto nato dalla “penna facile e scorrevole” di Giulio. Leggendolo, già fin dal titolo, mi sovviene una famosa frase shakespeariana e, ancor prima, cartesiana (quando Cartesio formula la sua filosofia, quella del “cogito ergo sum”) : “Sogno o son desto?” E’ questo in sostanza quello che il nostro autore si chiede al risveglio! Quante volte ci è capitato di sognare situazioni che al mattino ci sono sembrate come se fossero realmente accadute, tale era la loro veridicità e naturalezza! In realtà si dice che i sogni, in un certo qual modo rispecchino lo stato d’animo del momento e a questo punto Marzullo domanderebbe: "La vita è un sogno o i sogni aiutano a vivere?" Non aggiungo altro, se non i ringraziamenti a Giulio per averci, ancora una volta, deliziato con un suo racconto, molto coinvolgente (anche se ha dovuto “tagliarlo” per problemi di lunghezza), ma, nonostante ciò, è riuscito a renderlo comprensibile, scorrevole e gradevole allo stesso tempo.
Vi lascio, ora, ad una buona lettura!

E’ notte fonda, il campanile suona le ventitre.

I tocchi delle campane vengono soffocati dalle raffiche di vento e grandine. I tuoni rotolano nel cielo con assordante rumore accompagnati dalla luce pallida dei lampi. Dalla finestra osservo il crinale dei monti avvolti dalle nuvole. Un secco boato lacera il cielo: una saetta si è abbattuta vicinissimo. La luce nelle case si spegne. Nuvoloni neri corrono impazziti, si allungano, si ramificano in una danza spettrale.
Lingue di fuoco si spengono negli abissi dell’universo. La grandine rimbalza sui tetti in un concerto di nacchere, i camini , come piccole torri, osservano con occhi neri le tegole che s’imbiancano. L’illuminazione pubblica si è spenta: il paese dorme in un buio profondo. Esco di casa per andare a chiudere una porta del fondo che sbatte.
Un fischio acuto rompe il silenzio, un vento gelido mi punge il viso, ora non grandina più. Un altro fischio più modulato, poi silenzio. Sento dei passi che si avvicinano felpati, ora s’ allontanano. Un brivido mi corre lungo la schiena, accendo nervosamente una sigaretta. Una sagoma scura mi fa segno di seguirla, mi faccio animo avvicinandomi: nessuno, non c’è nessuno. Ritorno sui miei passi scuotendo la testa dandomi del matto. Le nuvole si sono diradate un po’ lasciando che la luna giocasse a nascondino fra sprazzi di stelle e coperte nere.
Qualcuno mi sfiora un braccio, mi giro di scatto ma non vedo nessuno. Un sudore ghiaccio mi affiora sulla fronte. Un fischio acuto sibila nell’aria : mi invita, lo seguo col fiato grosso fino sulla piazza della chiesa. La porta è spalancata, alcuni mozziconi di candele sono accesi e illuminano di una luce fredda l’altare maggiore. L’organo comincia a suonare un motivo dolce in un giro armonico completo. Tre grossi ceri accesi appaiono sulla porta della chiesa, si avviano verso l’uscita sospesi nel vuoto. Il vento non li spegne: li seguo a distanza. Prendono la via del cimitero, la porta della chiesa si richiude lentamente, mentre l’organo continua a suonare. La luna illumina i due grossi cipressi che adagiano la loro ombra sulla chiesina .
Arrivati a pochi passi dal camposanto, il cancello si apre stridendo , le candele si spengono. Mi avvicino e guardo attentamente nella direzione dove sono sparite. Tre lastre di marmo spostate da chissà quali forze, si alzano lentamente ricoprendo le tombe. Le luci votive si accendono. Per istinto mi faccio il segno dei cristiani.
Mi accorgo che sto sudando , una voce mi sussurra: nel nome del Padre, del Figlio…concludo con voce tremante- Riposate in pace.
Un grido secco come una frustata mi trapassa i timpani, è la voce della moglie:
- Ma che avevi stanotte? Ti sei rigirato in continuazione . Te lo dicevo di non mangiarla la rosticciana , e quanto vino hai bevuto…-
Mi siedo sul letto, mi guardo nello specchio, sono ancora sudato. Una domanda mi frulla per la testa: - Sarà stato un sogno o realtà ?
Il Maledetto toscano-