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Riprendiamo la "STORIA DI UN DISERTORE" (II Parte) come promesso  e spero vi siate incuriositi così come è successo a me.

Buon proseguimento di lettura!!!!

 Allora….ricordate dove eravamo rimasti con la nostra storia?

 Ci eravamo lasciati con questa frase…….

“Passò qualche mese e successe una cosa imponderabile, una cosa sicuramente inattesa, una cosa che, con il passare dei giorni, non poteva essere più nascosta ….

 Vediamo allora qual è questa cosa inattesa !!!!!!

Lauretana la moglie di Michele aspettava un bambino. Ora la faccenda si complicava, chi era il padre? Quando le forze dell’ordine si accorsero dell’evidente gravidanza, pensarono di aver risolto il caso. Lauretana non aveva più scuse, la sua unica via d’uscita era quella di rivelare il nascondiglio del marito. Gli interrogatori divennero ancora più pressanti, ma la donna restava impassibile. Alla domanda: “Dov’è nascosto tuo marito, il padre del bambino che porti in grembo, è ora che tu ci dica dove si trova, è inutile mentire, quale giustificazione puoi dare adesso?” La risposta era questa: “Io sono padrona della mia vita, mio marito non so dove sia, nessuno mi può proibire di spassarmela con chi mi pare, col primo che mi capita, quello che faccio non riguarda nessuno!” E fu così che Lauretana passò per una poco di buono, per una prostituta; il vicinato, i Carpinonesi e persino i parenti dovettero convenire che la donna faceva la “bella  vita” e se la spassava; tranne la suocera e la cognata Annunziata che col loro ostinato silenzio, non facevano trapelare nulla, anzi Annunziata, per non destare sospetti, si era imposta di non frequentare né la cognata e nemmeno la mamma, si limitava ad un cenno di saluto, quando raramente incontrava una di loro; addirittura, sempre per non destare sospetti, faceva l’offesa per il “comportamento immorale” della cognata. E così si andò avanti per tre o quattro mesi.

Purtroppo però, un brutto giorno, la faccenda si complicò maledettamente, perché successe un fatto inaspettato: un mattino a casa di Lauretana arrivarono i carabinieri, non per cercare per l’ennesima volta il disertore, ma con un mandato di cattura per la moglie e per la mamma, le quali nella stessa mattinata furono arrestate e trasferite nel carcere mandamentale di Ancona. La carcerazione, predisposta dal tribunale militare, aveva lo scopo di isolare il ricercato in modo da costringerlo ad uscire allo scoperto nel giro di qualche giorno, perché, Michele Palladino, tolte di mezzo le due persone che lo proteggevano, doveva per forza di cose arrendersi, ma non fu così e, ancora una volta , la sorte gli fu amica.

Arrestate le due donne, Michele rimase solo, non poteva certo uscire allo scoperto perchè per lui sarebbe stata la fine; la disperazione lo colse,  ormai non c’era più nulla da fare che farsi arrestare, affrontare il processo per direttissima e la condanna certa alla fucilazione. A questo punto entra in ballo la sorella Annunziata che, fino a quel momento  apparentemente estranea alla vicenda, ora sentiva su di sé tutto il peso della difficile situazione. Doveva adoperarsi, darsi da fare, trovare una soluzione per salvare suo fratello; con la sua perspicacia, trovò subito una soluzione, forse l’unica. Pensò che se il fratello fosse rimasto nella sua casa, sarebbe stata la fine, farsi vedere almeno una volta al giorno andare a casa del fratello per accudirlo, era impossibile sarebbe subito stato notato il suo via vai e di conseguenza se ne sarebbe capito il motivo.

Lungo corso Aquilonia (la Chianella), attigua alla chiesa di San Rocco Confessore, c’era la casa di Maria, madre di Michele e di Annunziata, ora era vuota perchè Maria era in carcere ad Ancona; lei, vedova da anni, viveva sola in questa piccola casa di soli tre vani e al piano terra gestiva un modestissimo negozio di alimentari, e Mammaria, (così era chiamata da parenti e amici), per comodità, adibiva a cucina e anche a camera da letto un fondaco oscuro retrostante il piccolo negozio; era una donna analfabeta, ma molto intelligente e con una memoria di ferro, infatti,  si racconta che, pur non sapendo né leggere né scrivere, si era inventato un codice tutto suo, fatto di segni particolari sulla parete del negozio con pezzi di carbone, attraverso i quali ricordava quanto le dovevano i suoi debitori se acquistavano derrate alimentari senza pagare in contanti. Il primo piano della casa, come ancora oggi si può vedere, raggiungibile con una piccola rampa di scale in pietra, non fungeva più da cucina, ma veniva adibita ad un piccolo pollaio, con una decina di galline che di giorno razzolavano nel piazzale antistante la chiesa di San Rocco. Da questa stanza, per mezzo di una scala, di legno, si saliva in quella che sarebbe dovuta essere la camera da letto, da questa poi, attraverso una botola di legno, si passava nel sottotetto e da qui avanzando carponi, si poteva passare nel sottotetto della chiesa che poteva essere un nascondiglio abbastanza sicuro; così Annunziata decise di condurre proprio lì suo fratello Michele.

Dopo un paio di giorni, con la scusa di sistemare alcune cose nella casa della cognata, Annunziata incontrò il fratello, rimasto solo e senza protezione; insieme organizzarono il trasloco del prigioniero nella casa della mamma. A notte inoltrata, Michele, indossando di nuovo l’abito della sorella, si trasferì nella casa materna, nel nuovo nascondiglio, senza che nessuno si accorgesse di nulla. Ora  il compito di Annunziata era quello di rifornire quotidianamente Michele almeno di pane e acqua ma, come fare per non dare nell’occhio ed evitare di mandare in fumo tutti i loro sacrifici, la donna escogitò questo stratagemma: nel vano della cucina, oltre a delle suppellettili da tempo in disuso, abbiamo detto che c’erano delle galline e, in virtù della carcerazione della mamma e della moglie, anch’esse dovevano essere accudite. Annunziata, vestiva, come d’uso in quei tempi, il costume locale che comprendeva una camicia bianca adorna di pizzi, sulla quale si indossava un corpetto di velluto che poteva essere di colore diverso: rosso se la donna era sposata, verde se era nubile e nero se era vedova; la gonna, cucita a plissè, era molto ampia e lunga fino a coprire quasi le scarpe, completava il costume un grosso fazzolettone coloratissimo portato in testa a mo’ di mappa.

Annunziata trasformò la sua gonna in portatrice di vettovagliamento per il fratello, infatti cucì, al suo interno, due tasconi di tela nei quali sistemava fette di pane e qualche poco di companatico, il cibo che sarebbe bastato almeno per un giorno, al fabbisogno minimo di Michele. Ad una certa ora del mattino, senza dare troppo nell’occhio, con calma, usciva dalla sua casa, percorreva un breve tratto della “chianella”e si recava nella casa della mamma dove l’aspettavano, si fa per dire, le galline, ma soprattutto il fratello. Portava in mano, ben visibile,un recipiente di latta ammaccato dall’uso, con dentro granaglie per le galline e una bottiglia di acqua: apriva la porta, faceva uscire le galline, le accudiva e spazzava fuori il loro sterco; tutte queste azioni le davano il tempo di depositare in una credenza il contenuto dei tasconi all’interno della gonna e se ne tornava a casa; dal suo modo di fare e per come recitava bene la sua parte, i suoi movimenti passavano inosservati anche agli occhi più indiscreti.

La cosa andava avanti nel migliore dei modi e nessuno poteva immaginare che quella casa nascondesse un disertore. Passavano i giorni e non accadeva nulla di importante, le visite delle forze dell’ordine si ripetevano con ritmo costante e senza preavviso, sempre con lo scopo di scovare il ricercato, senza, per altro, riuscire mai nel loro intento.

Siccome Michele, come abbiamo detto, poteva accedere e spaziare nel sottotetto della chiesa di San Rocco, scoprì una fessura che gli dava la possibilità di guardare nella chiesa sottostante e riuscire a vedere, in occasione delle celebrazioni delle funzioni religiose, amici, parenti, persone che occupavano lo spazio del suo ristrettissimo campo visivo. Un giorno Michele disse alla sorella che aveva desiderio di rivedere i nipoti che non vedeva da circa tre anni. Annunziata cercò in tutti i modi di soddisfare il desiderio del fratello e incaricò la figlia Marietta quattordicenne, la più grande dei nipoti, di contattare gli altri cugini e di occupare, durante la celebrazione della messa domenicale, un posto preciso che lei sapeva corrispondere con la visuale della fessura del sottotetto.

La figlia, ignara dello scopo di tale richiesta, pur promettendo di assolvere l’incarico affidatole, chiese spiegazione alla mamma; cosa rispondere alle richieste della ragazza? Non poteva certo spiegarle tutta la situazione, perchè anche se era già grandicella, sarebbe stato molto pericoloso metterla al corrente di un fatto così importante. Annunziata si limitò a dirle che le faceva piacere, che era una cosa molto bella vedere tutti i cugini insieme ad ascoltare la funzione domenicale proprio da quel posto preciso, perchè da lì la messa era più bella e più sentita.

I ragazzi obbedirono e così lo zio riuscì a vedere e godersi i suoi nipoti per tutto il tempo della celebrazione della messa.

Un altro fatto che mi piace citare per dare più colore a questa storia, riguarda un noto avvocato di Carpinone, don Luigi, valente professionista che svolgeva la sua attività presso il tribunale di Isernia; quasi ogni giorno, don Luigi, con il treno delle quattordici, rientrava a Carpinone e per raggiungere la sua abitazione a “ru quarte de coppa”, (il quartiere nella parte alta del paese), obbligatoriamente passava davanti alla casa di Annunziata e, solo quando lo riteneva indispensabile e senza tanti preamboli, avvisava Annunziata più o meno così: ”Annunziata, stasera alle undici arrivano i carabinieri per la ricerca di tuo fratello.” “Don Luigi io ti ringrazio, ma noi non sappiamo nulla di lui magari sapessimo dove sta!”

E don Luigi: “Io non so nulla e non voglio sapere nulla, sento solo il dovere di avvisarti-” “Don Luigi io ti ringrazio.”  Questo fatto faceva capire che tutti, parenti, amici conoscenti erano consapevoli della presenza del disertore in Carpinone, ma nessuno ne aveva la certezza e per questo motivo la sorella doveva stare molto attenta a non commettere passi falsi.

Arriviamo, intanto, verso la fine di settembre del millenovecentodiciotto, la moglie e la mamma di Michele, carcerate ad Ancona, dopo circa sessanta giorni di detenzione, furono rilasciate e tornarono a Carpinone. A nulla valsero le privazioni della prigionia e i lunghi interrogatori alle quali venivano sottoposte giornalmente le due donne perchè non si riuscì a cavare un ragno dal buco; sarà stata fortuna o fatalità, ma le due donne prigioniere non caddero mai in contraddizione, tanto che, in mancanza di indizi utili a portare alla cattura del disertore, furono liberate.

Tornate a casa le due donne, la vita della famiglia riprese il suo tran-tran quotidiano; Michele tornò, sempre di nascosto, nella sua casa e, servendosi dello stesso nascondiglio (il vecchio camino fuori uso) riuscì ad eludere i controlli dei carabinieri che proseguivano con il consueto ritmo.

 
 
 
Battaglia di Caporetto

Battaglia di Caporetto

Intanto la guerra continuava e, dopo lo sfacelo della400px-moriago_della_battaglia_-_targa_con_le_parole_della_canzone__il_piave_mormoro__-_sul_piazzale__ragazzi_del_99_ ritirata di Caporetto, le nostre truppe si attestarono sulle sponde del fiume Piave e, un po’ con la complicità dello stesso fiume per l’improvviso ingrossamento delle sue onde (vedi la patriottica canzone  del “Piave”) e con l’eroismo delle nostre truppe, fu bloccata  la spaventosa avanzata dell’esercito austro-ungarico. Il vento sul Piave cominciò a soffiare a favore del nostro esercito che si riorganizzò e, agli ordini del nuovo comandante il generale Armando Diaz costrinsero l’esercito austro-ungarico a ritirarsi oltre Vittorio Veneto; i nostri soldati rioccuparono le terre perdute e obbligarono il nemico a chiedere l’armistizio che fu firmato tra i plenipotenziari italiani e austriaci il fatidico 4 novembre  del 1918 data che pose fine alla spaventosa guerra che era costata  all’Italia oltre cinquecentomila morti.
 
La guerra finì per tutti, ma al nostro disertore cosa sarebbe accaduto? Quale decisione prendere per ridurre al minimo i danni che purtroppo dovevano essere affrontati da Michele e dalla sua famiglia? Un pomeriggio di sole autunnale, verso le quindici, Annunziata stava sferruzzando davanti casa e l’avvocato don Luigi che passava di lì, come tutti i giorni, la chiamò : “Nunzià, vieni un po’ qua! Ora Michele può presentarsi alla caserma dei carabinieri, perchè, pare che con la vittoria che ha arriso all’ Italia, le pene per i disertori sono alquanto ridotte. “ Don  Luì, io ti ringrazio, ma noi , di mio fratello non sappiamo nulla!” “Nunzià, io ti ho detto quello che sapevo, voi decidete quello che volete!” Neppure in questa occasione i familiari si tradirono, pur sapendo che la situazione andava migliorando.

La famiglia una sera si riunì e, forte del consiglio dell’avvocato, decise che era arrivato il momento che Michele si consegnasse alla giustizia, con la speranza che questa fosse clemente nei suoi riguardi; perciò, confidando nella sua buona stella, un mattino, di buonora, abbracciò la moglie e la figlia e in compagnia della mamma (zì Maria) presero la strada che, dopo circa 4 chilometri di tragitto in salita, porta alla “Sella”, il passo di Castelpetroso, da qui si scorge in lontananza, il paese di Cantalupo del Sannio che dista da Carpinone 12 chilometri. Arrivati su questa collina ci fu il distacco fra madre e figlio con un forte abbraccio; si può immaginare quello che queste due persone provarono: il dolore immenso del figlio che si allontanava dalla madre dopo che aveva dovuto lasciare la moglie in avanzato stato di gravidanza, ma soprattutto la piccola figlia Marietta con la quale era stato per così poco tempo. La mamma rimase là, impietrita dal dolore nel vedere il figlio che si allontanava e nel  seguirlo con lo sguardo fino a quando scomparve dalla sua vista; il dolore di una mamma che sa di dover lasciare ancora una volta il figlio abbandonato ad un crudele destino, ignara delle conseguenze che potevano derivare da quello che si era deciso di fare.

Tutto ciò accadeva  verso la metà del mese di novembre1918,  pochi giorni dopo la dichiarazione della fine della Grande Guerra. Qualche tempo dopo, un altro fatto molto importante si verificò nella famiglia di Michele: il 27 di novembre, Lauretana dette alla luce un’altra bimba a cui fu dato il nome di Livia, la Livia  alla quale sono dedicati questi ricordi. La gioia sicuramente fu grande, perchè la venuta  al mondo di un nuovo essere è sempre portatrice di gioia, ma Michele non ebbe la fortuna di parteciparvi, anzi, la sua situazione era davvero difficile perchè dopo l’arresto fu deferito alla corte marziale per essere processato. La sua posizione non era per nulla semplice perchè, con il processo, al massimo, e con un po’ di fortuna, avrebbe potuto evitare la fucilazione in quanto, dati gli ultimi eventi derivati dalla vittoria dell’esercito italiano, forse, i giudici sarebbero stati più clementi.

Il prigioniero, dopo pochi giorni di detenzione nelle carceri di Cantalupo, fu trasferito presso il penitenziario militare di Forte Boccea, nei pressi di Roma; naturalmente il processo si protrasse per qualche mese, il tempo necessario per acquisire agli atti i nomi di eventuali testimoni che avrebbero potuto scagionare, oppure aggravare la posizione di Michele che appariva veramente gravissima. Michele propose di acquisire agli atti i nomi di parecchi suoi commilitoni che erano presenti nel momento in cui lui si fermò ai piedi della ripida salita che doveva percorrere, anche se stava molto male e non ce la faceva più ad andare avanti, sotto i colpi di scudiscio, i calci e i pugni del suo superiore, ma questi testimoni sarebbero stati rintracciabili? Erano ancora vivi? E se fossero andati a testimoniare, avrebbero confermato quello che era realmente accaduto in quel fatidico, maledetto giorno? Fortunatamente la sorte gli fu favorevole, i soldati nominati da Michele per le testimonianze furono quasi tutti rintracciati, il giorno del processo erano tutti presenti e tutti confermarono con esattezza tutto quello che Michele aveva raccontato ai giudici. Il processo si svolse nel migliore dei modi a favore del nostro protagonista, Michele fu prosciolto dall’accusa di diserzione e certamente, per lui e per la sua famiglia, fu un giorno di grande gioia, perchè finalmente si potevano riabbracciare alla luce del sole.

Tornò a casa e, dopo tante traversie, potette  godersi, senza preoccupazioni, la famiglia, i parenti, gli amici. Tornò serenamente al lavoro dei campi, cercando di dimenticare al più presto l’odissea di cui era stato protagonista .

La felicità di questo nucleo familiare, purtroppo durò molto poco, ancora una volta la sorte avversa si accanì contro di loro, ora che la famiglia aveva ritrovato la gioia di vivere.

Erano passati circa sei mesi da quando era stato prosciolto, che un giorno Michele fu colto da febbre altissima, era stato contagiato dalla tristemente famosa influenza detta “spagnola” che si era ormai diffusa in tutta Italia  e in altri paesi europei, mietendo migliaia di vittime tanto da essere considerata alla stregua di un secondo conflitto bellico. Michele fu contagiato da questa malattia e dopo solo sei mesi dal suo proscioglimento, rese l’anima a Dio, lasciando nella costernazione i suoi cari e tutti i suoi amici.

A conclusione di questa storia, cosa possiamo aggiungere? Nulla. Possiamo solo rivolgere una preghiera  a Dio che ha accolto nel suo Regno le anime di tutti i protagonisti di questa storia realmente accaduta.

Zia Livia, ora che mi sono deciso a narrare questi ricordi, tu , purtroppo non ci sei più, anche tu hai raggiunto i tuoi cari nel Regno dei Cieli;  Nicolino e Gisa non dimenticano il bene che hai voluto loro, né quanto li hai aiutati nel bisogno. Grazie Zia Livia.

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10 Commenti a ““STORIA DI UN DISERTORE” Parte 2^ scritta dal papà di Tittati (pubblicata da Rosaria)”

  1. Giulio Salvatori ha detto:

    Tittati, devo dirti che ho letto più di una volta il testo, volevo capire anche se, fra le righe, vi fosse qualcosa di dimenticato per la delicatezza del tema. Invece no, tutto scorreva fluido. Dialogando questi giorni con una insegnante di Milano, ho sottolineato che questi sono frammenti di storia, della nostra storia, e che la scuola è assente. Si basa sui programmi che vengono dall’alto e si lascia nel dimenticatoio la storia locale.Ogni città, ogni paese, ogni frazione il più piccolo pugno di case, ha la sua storia.Se vi sono state delle iniziative, queste sono venute da insegnanti sensibili. Mentre scrivo ,sto guardando un libro dal titolo – ARCHIVIO DELLA MEMORIA- Raccoglie fatti, testimonianze , di militari che hanno combattuto, che hanno visto morire compagni nelle steppe della Russia , che sono ritornati, che hanno disertato ect. Giovani insomma del nostro comune…la nostra storia. Piccoli “TASSELLI” che completano un mosaico di realtà che rimarranno, per sempre, fissati sulla carta stampata.
    Credo Tittati, che il regalo più bello che si possa fare a persone come tuo padre, il rapporto , il calore di persone come quelle che ho citato, il desiderio di sapere.
    Questi sono i complimenti e i ringraziamenti che ho sentito di fare.Giulio Salvatori, Un -Maledetto toscano della Versilia
    .

  2. rosaria3.na ha detto:

    Tittati, siamo noi che ringraziamo te x l’opportunità che ci hai dato di conoscere una bella persona come il tuo papà,attraverso i suoi scritti. Se ne hai altri, facceli avere, penso che noi tutti li leggeremo sempre volentieri. Oltretutto ha uno stile molto scorrevole ed accattivante che riesce a catturare l’attenzione del lettore.

  3. tittati ha detto:

    Ringrazio tutti x l’interesse e l’attenzione che avete avuto x la storia scritta da mio padre, sono molto contenta dei vostri apprezzamenti e ancora grazie di cuore.

  4. sorgigio ha detto:

    grazie Tittati per averci messo a disposizione questo bel racconto, io condanno la guerra da qualsiasi parte si svolga,
    ciaooo
    sorgigio

  5. luciano3.RM ha detto:

    Ho seguito con attenzione e curiosità questo racconto eccellente una storia frizzante, Da leggere più volte. Grazie Tittati.

  6. lorenzo.rm ha detto:

    Bellissimo Titina il racconto, soprattutto per la verità che lo pervade. Grazie a te che ce lo hai fatto condividere.

  7. scoiattolina ha detto:

    bello tittati complimenti una storia bellissima ….davvero toccante !!

  8. nadia ha detto:

    Finalmente ripristinati i commenti……Titta, grazie per averci fatto conoscere uno degli scritti di tuo padre. Non vedevo l’ora di leggere la seconda parte. Sono questi, momenti e storie tristi ma sempre piacevoli da leggere e soprattutto tramandarle di generazione in generazione.

  9. rosaria3.na ha detto:

    Noto con piacere che i commenti allora sono stati ripristinati!!!!!!!
    Tittati, inutile ripeterti che il racconto è stato molto bello ed appassionante, grazie!!!!!

  10. aldo.roma ha detto:

    Tittati, grazie di aver condiviso questi ricordi con noi, è stato veramente avvincente, leggere la storia vissuta!

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