scritto da francesca il 3 04 2024

Si, sono proprio fortunato. Alla fine di un concerto con la mia orchestra, mi sento chiamare da una voce femminile. Mi giro dalla parte dalla quale veniva la voce e vedo un mio amico seduto sulla sedia in compagnia della moglie. Gli vado incontro, allungo la mano per salutarlo, ma non si alza. Non ci faccio caso e dico qualcosa di circostanza: ti è piaciuto il concerto, come va, è tanto che non ci vediamo. La moglie mi fa brevi cenni col capo che non riesco a capire. Poi, scorgo al lato della sedia due stampelle. Capisco ma ignoro la situazione e continuo a parlare senza un filo logico pur di rompere il silenzio. Finalmente dice qualcosa di incomprensibile. Faccio finta di capire e gli stringo forte la mano. La moglie gli mette una giacca sulle spalle e cerca di metterlo in piedi. L’aiuto volentieri e ci incamminiamo, a fatica, verso la loro macchina. Lo sediamo e la moglie mette in moto e si avviano piano piano. Solo a quel punto, si porta la mano alla fronte e mi saluta con un sorriso appena abbozzato.
Sono rimasto sull’attenti finché la macchina è sparita ai miei occhi: anch’io l’ho salutato militarmente.
Eravamo militari insieme a Cuneo nel secondo reggimento Alpini. Suonavamo nella Banda Reggimentale e, entrambi graduati. Per un attimo mi sono rivisto al suo fianco sfilare durante le parate. Lui, che cercava di parlare il toscano e il bergamasco: quante risate e quante bottiglie di vino scolate insieme. E quella sera che si rientrò dalla libera uscita col cappello sotto il braccio e senza penna. L’Ufficiale di picchetto ci accompagnò direttamente in cella. Eravamo tanto dispiaciuti che si cantò tutta la sera.
Suo figlio mi diede l’indirizzo e promisi che sarei andato a casa loro per passare qualche ora insieme. Non sono mai andato: volevo ricordarlo giovane, con quella penna dritta sul cappello, ed io al suo fianco con tutta la Banda Reggimentale del secondo Reggimento Alpini.
Ripensandoci, quante volte mi sono detto: sono fortunato.
Giulio Salvatori