scritto da francesca il 12 04 2018
Non so se a casa vostra è successo come a casa mia, nel senso che quando bisognava fare un acquisto che impegnava l’economia domestica, ad esempio il frigorifero, la lavatrice o un mobile, una delle caratteristiche che veniva ritenuta imprescindibile nella scelta del prodotto da acquistare era la robustezza, la sua capacità di durare nel tempo.
Soltanto i ricchi possono permettersi il lusso di sprecare, diceva mia nonna. Tutti gli altri invece, quelli insomma come noi che ricchi non erano affatto, quando un prodotto cominciava a perdere colpi chiamavano il tecnico per riparare.
Si cambiavano il motore del frigo se non raffreddava più bene, si sostituiva la guarnizione dell’oblò della lavatrice per evitare che il pavimento si allagasse ad ogni centrifuga, le scarpe venivano risuolate, ai maglioni e alle giacche da uomo venivano aggiunte toppe copri-gomito per nascondere le parti consunte, le stesse toppe che si applicavano ai pantaloncini dei bambini quando spuntava il solito buchetto all’altezza del ginocchio.
Ricordate? Il paese intero pullulava di artigiani che erano in grado di riparare e allungare la vita alla maggior parte dei beni di consumo che popolavano, in giusta misura, le nostre vite.
Eppure oggi, neppure i più nostalgici tra noi, tornerebbero a quei tempi perché erano tempi di privazioni , eravamo molto più poveri di adesso. Però erano anche tempi in cui, proprio perché avevamo di meno di quanto abbiamo adesso, sapevamo assegnare il giusto valore alle cose.
Oggi abbiamo almeno dieci volte di più di allora. Quante scarpe, quanti vestiti riempiono il nostro guardaroba? Sicuramente più di quanti ce ne occorrono.
Siamo abituati all’idea che gli elettrodomestici vadano cambiati magari molto tempo prima che abbiano terminato la loro vita produttiva soltanto perché hanno qualche anno, mica perché non possano durare ancora.
Nella società del consumo di massa è la velocità di innovazione del prodotto la costante, non la sua durata. Ma attenzione, innovazione riguarda spesso soltanto l’aspetto del design, non quello della funzionalità.
Quello che conta è possedere il nuovo modello, l’ultimo immesso sul mercato.
La pubblicità dei prodotti di marketing che spesso governa il mercato creando bisogni lì dove non ci sono, si è adeguata. Compriamo quel prodotto anziché quell’altro perché è un must have, come dicono gli americani, cioè una cosa che non si può non avere. Non importa se il modello precedente va benissimo , occorre cambiarlo per non sentirsi un passo indietro agli altri.
Alcune aziende avrebbero trovato la “quadra del cerchio” diciamo, e fanno morire prima i propri prodotti anche se potrebbero vivere di più, per spingere gli acquirenti a sostitiuirli naturalmente. E’ arrivato il nuovo modello, buttate quello vecchio tanto tra poco comunque sarebbe morto.

I nostri bisogni al consumo dei beni voluttuari, non sono bisogni reali ma bisogni indotti dalla pubblicità martellante quotidiana.
Il modello di smartphone che abbiamo è più che sufficiente per assolvere alle funzioni che abbiamo acquistato, pagandole care fra l’altro. Che bisogno c’è di cambiarlo? Il bisogno appunto indotto che se non possiamo sfoggiare l’ultimo modello non facciamo parte della comunità di eletti che si riconoscono attraverso un marchio, un brand .
Pirandello aveva ragione quando diceva che la vera ricchezza, la vera felicità consiste nell’avere pochi bisogni.
Ma allora si era in tempi analogici, mica digitali.
Francesca