scritto da francesca il 11 12 2016

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"La voce della maggioranza non è garanzia di giustizia " scriveva Frederich von Schiller, poeta e letterato della metà del 1700.

Con un po' di sale sulla coda scrivo questo articoletto , non solo alla luce degli accadimenti recenti , ma con la convinzione , come dice il poeta citato, che non sempre "vox populi sia vox Dei " e la storia lo insegna.

Mussolini riteneva che la moderna democrazia parlamentare nata dall' illuminismo non fosse altro che una "dittatura massonica " e che era più giusta una "democrazia " popolare, infatti il populismo nazionalista e rivoluzionario, è stato alla base della nascita del fascismo.

La stessa cosa è avvenuta in Germania con il nazionalsocialismo di Hitler che oltre ad un populismo nazionalista esasperato aggiungeva un razzismo spinto fino alla distruzione totale del discriminato.

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Già in Russia nel 1917 la "democrazia del proletariato" aveva fatto nascere il comunismo.

Con questo non voglio dire che è necessario limitare la partecipazione popolare alle scelte della Nazione , ma sono contrario a tutte le forme plebiscitarie , perché credo fermamente nella democrazia parlamentare.

La sovranità del popolo è sacra, ma deve essere regolata da pesi e contrappesi , da dettami e da leggi che ne moderino tutte quelle possibili forme dove vengano discriminate minoranze e dove la partecipazione sia sempre mediata da coloro che sono eletti .

Credo nella delega che noi diamo con il voto ad uomini e partiti , credo che questa delega debba essere la più breve possibile , per non dare troppo potere agli eletti e per rifuggire da probabili corruzioni.

In nome del popolo (sempre plagiato o addomesticato ) si sono perpetrati i crimini peggiori : gli abomini degli olocausti , i roghi, le ghigliottine, le schiavizzazioni e lo sterminio di interi popoli.

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Credo che lo strumento del voto sia l'unica forma possibile per gestire la democrazia.

Franco

scritto da francesca il 9 12 2016

E' sicuramente appropriato al discorso che facevamo sulla povertà e la solidarietà. Per cui ritengo opportuno riproporlo.

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Ad una ad una le bancarelle del mercato chiudevano. Le cassette di frutta e verdura, quelle buone, venivano portate dentro i furgoni. Gli avanzi guasti gettati in un angolo, ammucchiati ad altri avanzi ormai in fase di deterioramento, invendibili. L’uomo, in disparte osservava con finta noncuranza. Vestito in modo decoroso, sui cinquant’anni, sembrava attendere qualcuno che, forse, era in ritardo. All’allontanarsi dell’ultimo furgone, nello spazio temporale che si crea tra lo svuotamento della piazza e l’arrivo degli spazzini comunali, eccolo avvicinarsi al mucchio di avanzi, furtivamente, guardingo e sospettoso nel timore che qualcuno potesse vederlo. Tocca, rovista, estrae dalla tasca un sacchetto di plastica, lo riempie di scarti di mercato. Anche per oggi il pranzo è assicurato. La cena, forse, alla Caritas. La sua perlustrazione è terminata, si volta per andarsene, incrocia il mio sguardo. Io sorrido, silenziosamente complice di un gesto che gli getta addosso vergogna e tutto l’imbarazzo di cui può disporre una persona che ha vissuto ben altri tempi. Il suo pudore mi confonde, mi sento quasi in colpa per aver infranto il suo segreto, per aver involontariamente scardinato la sua intimità, per aver violato la sua incrollabile dignità. Allungo una mano, titubante, dopo alcuni secondi, incontra la sua. La trattiene e, abbassando lo sguardo, il suo sospiro è un fremito di tormentose e rapide immagini che lasciano solo spazio alla disperazione. E’ lui a parlare, io ascolto e so che è l’unica cosa che posso fare. “Sono un padre separato. Avevo una piccola attività. Quando sono iniziati i problemi a causa della crisi economica e ho dovuto chiudere, mia moglie mi ha lasciato. Ho un lavoro precario, dormo in macchina, mi arrangio. Ma ciò che più mi manca sono i miei figli, ma non ho il coraggio di farmi vedere così, mi vergogno troppo”. L’ho abbracciato e me ne sono andata con la consapevolezza che forse qualcosa avrei potuto dire, oltre che provare un senso di impotente confusione. O era vergogna?

 

Francesca