scritto da francesca il 7 12 2016

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A Napoli lo chiamano il caffè sospeso, ed è un antico rito frutto di quella civiltà solidale di cui ci piace fare parte. Qualcuno di voi lo conosce, altri ne avranno sentito parlare. Per chi non lo sa, invece si tratta di questo: nella capitale del Mezzogiorno, un tempo, c'era l'usanza di lasciare un caffè pagato per chi non aveva i soldi per pagarsi la "tazzurella 'ò cafè". L'avventore pagava un caffè in più, il barista lo segnava su un apposito libriccino e se uno sconosciuto passava e chiedeva: "c'è un caffè sospeso?", il barista controllava tra i sospesi e se l'esito era positivo lo sconosciuto si trovava a bere un caffè gratis pagato da un anonimo avventore.

Questa vecchia usanza sta adesso riprendendo piede.

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Se ci pensiamo si tratta di un gesto di grande civiltà. Primo perchè significa essere solidali senza aspettarsi alcuna riconoscenza in cambio, dopotutto offriamo un caffè ad una persona che non conosceremo mai. Secondo, si tratta di un gesto di fiducia nei confronti dell'esercente. Occorre confidare nel fatto che il caffè pagato verrà poi veramente offerto a chi ne ha bisogno e che il barista non intaschi i soldi e faccia il furbo.

Sono tempi difficili questi e a qualcuno dev'essere tornata in mente questa antica manifestazione di solidarietà napoletana declinandola ai tempi di Internet secondo le modalità digitali.

In alcune città d'Italia, infatti, da alcuni mesi è nata una rete di solidarietà che si occupa della spesa per i più bisognosi. Si tratta di una sorta di spesa pagata, diciamo così, un pò come il caffè pagato. Spesa sospesa, chiamiamola così.

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A fare la spesa in alcuni negozi convenzionati, al momento di passare alla cassa, si può lasciare se si vuole, un piccolo obolo destinato a chi non può permettersi di fare la spesa. La donazione, anche di pochi centesimi, non ci sono infatti obblighi d'importo, viene registrata sullo scontrino e inserita in una sorta di salvadanaio. Il ricavato verrà poi destinato all'acquisto di beni alimentari per le famiglie più bisognose iscritte nelle liste del Comune.

Ma c'è di più. Chi vuole può adottare a distanza, per così dire, una famiglia e farle arrivare la spesa periodicamente garantendole la sussistenza.

La crisi economica e globale ha messo in ginocchio il sistema del welfare in tutti i Paesi e questo spiega il ritorno alla vecchia rete solidale, quella che funzionava in passato quando era il quartiere che si prendeva cura dei più bisognosi arrivando laddove gli organismi istituzionali latitavano.

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E' un piccolo esercito quello dei nuovi poveri a cui si aggiungono le categorie del ceto medio le cui posizioni economiche e sociali sono state erose come non mai da una crisi che è iniziata otto anni fa e, checchè se ne dica, non è ancora finita.

I tempi della ripresa viaggiano ad una lentezza impressionante, non se ne vedono spiragli, il tunnel è infinito.

Ai nuovi poveri ora si aggiungono nuove categorie, anche di professionisti, medici, avvocati, architetti. Ottomila avvocati italiani hanno rinunciato alla toga lo scorso anno perchè le rette d'iscrizione alla Cassa Forense, il Fondo pensionistico degli avvocati, erano considerate troppo onerose per loro. La crisi ha colpito tutti, o quasi.

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Davanti al collasso di un'intera Nazione si resta senza fiato e i gesti di solidarietà, per quanto nobili siano, il caffè sospeso, la spesa alimentare sospesa, si infrangono davanti alle leggi della politica e dell'economia.

Non si può fermare il vento con le mani, dice un vecchio proverbio, però possiamo chiedere alla politica e all'economia di tornare a fare presto e bene il loro lavoro e di mettersi al servizio, anzi di rimettersi al servizio della collettività, progettando benessere e adoperandosi per un futuro migliore. Così come dovrebbe essere.

 

Francesca

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Ogni paese ha il suo piccolo o grande coro che allieta l’armonia delle funzioni religiose della parrocchia. Anche il mio paese aveva la sua corale: circa una decina di persone fra donne e uomini: più donne, gli uomini erano restii a presentarsi al pubblico. Non vi erano mai stati insegnamenti nell’arte del canto ma ognuno cantava come sapeva, anche perché erano motivi antichi che si trasmettevano di generazione in generazione: laudi , salmi, nenie, orazioni…, bastava che il prete accennasse il motivo e subito iniziava il canto . Il coro dava il meglio di se negli inni ai Santi protettori del paese : San Luigi, San Ansano, al Sacro Cuore e soprattutto alla Madonna.

chierichetto_disegnoIo ragazzino vestito da chierichetto col rocchetto inamidato, osservavo attento e ascoltavo i loro canti .La Leonide, detta Leò. Era la prima voce perché per la sua estensione superava tutti, uomini e donne. Quando spalancava la bocca , si vedeva l’ unico dente che vibrava negli acuti come se volesse cascare da un momento all’altro, allungava e girava il collo verso le altre donne, era un segnale convenuto che voleva dire :questo è il tono, avanti . E la voce , le voci, s’innalzavano verso la volta della chiesa e ricadevano a grappolo giù fra i fedeli che rinforzavano il canto, quelli più timidi canticchiavano a bassa voce. La partecipazione era comunque totale Quelli che come me hanno i capelli grigi, ricorderanno la Leò di Cacchiano, La Palma di Pacciò, la Davina, Pietrofrate, Adriano, il To’ , l’Angiò , l’Ofè, la Milena, tanto per citare alcuni componenti il coro . E il massimo della melodia si sentiva quando nella laude alla Madonna spariva la timidezza e si spalancavano le bocche e si aprivano i cuori : < Ti incoronano dodici stelle (…) Bella tu sei ugual al sole, bianca più della luna, e le stelle le più belle, non son belle al par di te (…) E poi ancora con più fervore nell’inno alla Madonna composto per la ricorrenza triennale dal grande musicista Padre Simone :(…) Ecco il tuo popolo pio, cantare a vita novella (…) Madonna delle grazie (…) Basati in pianto ti sussurra, mamma (…) Qui, come per magia, si formavano le terze in una armonia perfetta, i baritonali e i bassi si amalgamavano con i soprani. L’unico dente, la” pinella” della Leò, rimaneva per miracolo al suo posto.

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Poi il prete con un fiammifero , accendeva la pasticca di carboncello e la calava scintillante nel fornello del turibolo, prendeva un cucchiaio di incenso dalla navicella argentata e la ricopriva dell’antica essenza : le volute di fumo uscivano dai fori dell’attrezzo dorato fissato alle catenelle che il chierichetto dondolava da una parte all’altra perché non si spegnesse: e l’odore dolciastro e acre avvolgeva tutti e tutto. Quando la Santa Messa arrivava al Gloria , emergevano anche le voci maschili perché si creavano le risposte : < Gloria > le donne < Gloria > gli uomini e si univano poi :< In Eccelsis Deo > Qui era come un boato, su quella - O - finale, si univano tutte le voci in un crescendo liberatorio fino a far tremare i candelabri dell’altare maggiore . La Leò, con la faccia arrossata, si girava annuendo compiaciuta verso i cantori cercando consensi . All’elevazione, momento di collettivo silenzio, la chiesa si riempiva delle note armoniose del grande organo; purtroppo il mantice si gonfiava attraverso una rudimentale e grossa manovella azionata dal chierichetto più robusto, e il rumore degli ingranaggi spesso superava il suono .

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Ma a quel tro, tron, tro tron , la gente era abituata e non ci faceva caso: era parte integrante della cerimonia perché quell’organo arrivava anche ai cuori più refrattari . Noi chierichetti, ci contendevamo il campanello da suonare quando il sacerdote alzava il calice o l’ostia, ma lo sguardo severo del prete ci riportava all’ordine . Finalmente arrivava quella frase che noi bambini si aspettava con gioia, quel marmo ghiaccio dell’altare faceva sentire le ginocchia e si aspettava come i prigionieri che si sciogliessero le file con quel: < Ite Missa Est >. Si andava veloci in sacrestia a toglierci quell’indumento ingessato dalle mamme. Qui, il prete, aveva attaccato alla parete un grosso foglio con l’elenco di tutti i bambini che servivano la Messa, faceva l’appello e metteva un segno verde vicino al nome che sommava il numero delle caramelle che ci avrebbe dato alla fine del mese :era il nostro premio. Poi, finalmente liberi, si correva sulla piazza della chiesa. La gente si riuniva in gruppetti scambiandosi complimenti e opinioni varie mentre il campanile faceva sentire la sua voce : chiudeva col suo suono festoso la mattinata religiosa del piccolo paese .

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A.D. XXX – XI - MCMXVI Nel giorno di San Toscano

(Giulio Salvatori)

Giulio Salvatori e il suo sax in "Concerto alla Luna"