scritto da francesca il 3 10 2016
Erano mesi che non pioveva, la terra zappata dei campi era screpolata; l’erba, se così si poteva definire, era secca e ingiallita come il palèo: i rami delle piante ciondolavano appassiti. Poi, finalmente, cominciò a cadere qualche goccia d’acqua quasi il cielo volesse scherzare: sembravano i capricci di marzo invece era agosto inoltrato. I vecchi dicevano: “ contro i colpi del cielo non c’è nulla da fare, è il Signore che ha voluto così”. Eppure il prete aveva celebrato le Erogazioni insieme ai fedeli benedicendo campi e vigne. “ Si vede che le preghiere della povera gente non arrivano fin lassù”, brontolava la gente. Quel giorno, ch’era domenica, finita la Santa messa stavano sulla piazza della chiesa a testa all’insù a scrutare qualche piccola nube verso la Foce del Lupo. Macché! Il sole pareva che da un momento all’altro incendiasse il bosco. Dopo quella leggera innaffiatura le foglie apparivano rigate come la faccia di un bimbo che piange dopo aver giocato con la terra. Poi finalmente Qualcuno aprì le cateratte e dal mare arrivarono verso i monti nuvoloni neri. Il temporale cominciò a rovesciare barili d’acqua: i goccioloni battevano sulla terra arsa unendosi subito in rivoli contorti che giocavano a rincorrersi, poi si riunivano correndo verso la cunetta della strada portando sulla groppa carte, stecchi e foglie che rovesciavano nella fogna.
E Carlo che dalla finestra guardava galleggiare la carta sull’acqua, si rivedeva bimbetto insieme ai compagni quando giocavano con le barchette di carta: la piazza del paese dopo la pioggia diventava un piccolo laghetto, ma per i ragazzi era l’oceano. “Le navi solcavano il mare in tutte le direzioni, qualcuna colpita dal cannone di stecco, affondava tra le grida di gioia del nemico. Ma altre imbarcazioni attendevano protette dalla banchina del porto pronte ad entrare in combattimento. E mentre gli schieramenti navali si apprestavano a portare nuovi attacchi, una corrente impetuosa le trascinò verso l’abisso più profondo “. Qualcuno aveva stappato il tubo di scarico della piazza e l’oceano si prosciugò. Appena passato il temporale , gli alberi vibravano come a volersi scuotere di dosso gli ultimi residui di sporco: dal boschetto vicino giungeva un odore leggero di muschio, di origano, di mortella, di mentuccia... Carlo pensò che i polmoni della terra avessero ricominciato a respirare, infatti, quello che saliva verso l’alto, era l’alito della terra represso dall’arsura. I nuvoloni ormai sgonfi se ne andarono e il sole riprese il suo posto al centro dell’universo. La natura aveva cambiato la veste: più fresca, più pulita. Le piante sembrava che ridessero: sotto i raggi del sole si asciugavano la chioma e si pavoneggiavano superbe specchiandosi nel cielo.
Carlo non riusciva a staccarsi dalla finestra, il suo sguardo correva dai tetti delle case, alle viuzze del paese, ai campi, ai monti. E guardando quei ventagli muoversi dolcemente, dondolarsi, aprirsi, inchinarsi, ripensò ai giorni più belli della sua vita: alla sua donna e ai suoi lunghi capelli. Gli piaceva accarezzarli. Così soffici, morbidi e profumati; e lui ci affondava le mani sollevandoli, poi li faceva ricadere sulle spalle di lei nettandoli piano piano. A volte li arruffava unendoli tutti sopra la testa come uno sparuto cespuglio; ma a lei piaceva: iniziava la metafora dell’amore.

Quella finestra per Carlo era il posto preferito della sua casa. Seduto sulla sedia a rotelle allungava lo sguardo sfruttando lo spazio avaro degli stipiti. Al tramonto seguiva il sole fin dietro il Monte Tondo, finché non spariva e le ombre calavano sul paese.
Quel giorno per lui, fu un giorno diverso.
Giulio