scritto da francesca il 7 10 2016
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In questi giorni ha preso il via la grande Fiera Internazionale del tartufo di Alba, una cittadina a pochi chilometri da casa mia. E' una manifestazione che durerà fin verso la fine di Novembre e avrà al suo interno anche il Mercato Mondiale del Tartufo Bianco d'Alba. Arriveranno amanti ed esperti da ogni parte del Mondo per gustarlo, acquistarlo e parlarne.

Premetto che io non amo il tartufo ma di questo importante evento val la pena parlarne perchè, oltre ai  vantaggi legati al riconoscimento del tartufo come prodotto agricolo, è veicolo di promozione del patrimonio enogastronomico e delle zone vitivinicole Langhe-Roero-Monferrato riconosciute patrimonio dell'UNESCO.

Il tartufo, fin dalle epoche antiche, ha assunto un ruolo di privilegio rispetto a tutti gli altri prodotti della terra, mescolando storia e leggenda, miti, fantasie e realtà.La sua origine è misteriosa, avvolta nella notte dei tempi. Il tartufo era simbolo di opulenza, potenza, ricchezza e ostentato nei banchetti dei potenti in ogni epoca storica. C'è da dire che anche oggi non è certo cibo da "tutti i giorni".

I tartufi sono funghi ipogei, cioè che fruttificano sotto terra. Sono organismi privi di clorofilla e non definibili come vegetali nè animali. Quando si manifestano determinate condizioni ambientali, il  micelio (cioè l'insieme delle cellule che compongono il corpo del tartufo), dà vita al corpo fruttifero, che contiene le spore.

Chi va a "caccia" di tartufi nei boschi deve assolutamente farsi accompagnare da un cane da tartufi. Esso è il compagno più fidato dei raccoglitori di tartufi. Ha un fiuto eccezionale ed è il vero cercatore!

Ci sarebbe da dire molto su questo pregiato tubero che qui, in piemonte, viene chiamato "trifula" ma considerato che tutti gli appassionati di tartufi, siano essi studiosi, curiosi o accaniti raccoglitori, si avvicinano a loro per l'impiego in cucina, facciamoci questa "mangiata". Vi dò la ricetta di un piatto della "borghesia" piemontese che si serve come antipasto caldo o come "entrèe" dopo il primo e prima delle carni.

FONDUTA PIEMONTESE

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  • 6 etti di fontina valdostana

  • mezzo litro di latte intero

  • 60 gr. di burro

  • 6 tuorli d'uovo

  • 2 cucchiai di parmigiano

  • tartufo bianco

Tagliare la fontina alcune ore prima a lamelle fini e bagnarle nel latte. Togliere il formaggio dal latte senza sgocciolarlo e metterlo in un tegame, possibilmente di coccio. Aggiungere il burro, le uova, il parmigiano e se si vuole della farina. Cuocere a bagno-maria o sulla fiamma con la retina sopra, a temperatura bassa per circa 1 h. e 30 minuti mescolando continuamente in modo che la pasta gialla diventi omogenea senza grumi nè fili. Servire la fonduta nelle fondine individuali e completarla con il tartufo bianco tagliato a lamelle. Si può anche versare questa fonduta su un flan di spinaci ben caldo grattuggiando sopra il tartufo.

E buon appetito.

 

Franci

     
   
scritto da francesca il 3 10 2016
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Erano mesi che non pioveva, la terra zappata dei campi era screpolata; l’erba, se così si poteva definire, era secca e ingiallita come il palèo: i rami delle piante ciondolavano appassiti. Poi, finalmente, cominciò a cadere qualche goccia d’acqua quasi il cielo volesse scherzare: sembravano i capricci di marzo invece era agosto inoltrato. I vecchi dicevano: “ contro i colpi del cielo non c’è nulla da fare, è il Signore che ha voluto così”. Eppure il prete aveva celebrato le Erogazioni insieme ai fedeli benedicendo campi e vigne. “ Si vede che le preghiere della povera gente non arrivano fin lassù”, brontolava la gente. Quel giorno, ch’era domenica, finita la Santa messa stavano sulla piazza della chiesa a testa all’insù a scrutare qualche piccola nube verso la Foce del Lupo.   Macché! Il sole pareva che da un momento all’altro incendiasse il bosco. Dopo quella leggera innaffiatura le foglie apparivano rigate come la faccia di un bimbo che piange dopo aver giocato con la terra. Poi finalmente Qualcuno aprì le cateratte e dal mare arrivarono verso i monti nuvoloni neri. Il temporale cominciò a rovesciare barili d’acqua: i goccioloni battevano sulla terra arsa unendosi subito in rivoli contorti che giocavano a rincorrersi, poi si riunivano correndo verso la cunetta della strada portando sulla groppa carte, stecchi e foglie che rovesciavano nella fogna.

 

E Carlo che dalla finestra guardava galleggiare la carta sull’acqua, si rivedeva bimbetto insieme ai compagni quando giocavano con le barchette di carta: la piazza del paese dopo la pioggia diventava un piccolo laghetto, ma per i ragazzi era l’oceano. “Le navi solcavano il mare in tutte le direzioni, qualcuna colpita dal cannone di stecco, affondava tra le grida di gioia del nemico. Ma altre imbarcazioni attendevano protette dalla banchina del porto pronte ad entrare in combattimento. E mentre gli schieramenti navali si apprestavano a portare nuovi attacchi, una corrente impetuosa le trascinò verso l’abisso più profondo “. Qualcuno aveva stappato il tubo di scarico della piazza e l’oceano si prosciugò. Appena passato il temporale , gli alberi vibravano come a volersi scuotere di dosso gli ultimi residui di sporco: dal boschetto vicino giungeva un odore leggero di muschio, di origano, di mortella, di mentuccia... Carlo pensò che i polmoni della terra avessero ricominciato a respirare, infatti, quello che saliva verso l’alto, era l’alito  della terra represso dall’arsura. I nuvoloni ormai sgonfi se ne andarono e il sole riprese il suo posto al centro dell’universo. La natura aveva cambiato la veste: più fresca, più pulita. Le piante sembrava che ridessero: sotto i raggi del sole si asciugavano la chioma e si pavoneggiavano superbe specchiandosi nel cielo.

 

Carlo non riusciva a staccarsi dalla finestra, il suo sguardo correva dai tetti delle case, alle viuzze del paese, ai campi, ai monti. E guardando quei ventagli muoversi dolcemente, dondolarsi, aprirsi, inchinarsi, ripensò ai giorni più belli della sua vita: alla sua donna e ai suoi lunghi capelli. Gli piaceva accarezzarli. Così soffici, morbidi e profumati; e lui ci affondava le mani sollevandoli, poi li faceva ricadere sulle spalle di lei nettandoli piano piano. A volte li arruffava unendoli tutti sopra la testa come uno sparuto cespuglio; ma a lei piaceva: iniziava la metafora dell’amore.

 

Disabili 62

Quella finestra per Carlo era il posto preferito della sua casa. Seduto sulla sedia a rotelle allungava lo sguardo sfruttando lo spazio avaro degli stipiti. Al tramonto seguiva il sole fin dietro il Monte Tondo, finché  non spariva e le ombre calavano sul paese.

Quel giorno per lui, fu un giorno diverso.

 

Giulio