scritto da francesca il 13 09 2016

 oltre-questo-tempo

La relazione con il tempo che passa è ciò che ci definisce umani. E' la consapevolezza dello scorrere del tempo, del passare della giovinezza, dell'avvicinarsi della vecchiaia. Tutti i processi d'identità e culturali della società sono connessi a questo: AL TEMPO. La cognizione del dolore, la gioia, l'angoscia e la felicità sono prodotti di quella parte della nostra mente in cui poniamo e rielaboriamo ricordi di momenti che abbiamo vissuto nel corso di tutta la nostra esistenza.

I nostri genitori, gli amici lasciati lungo la strada, i primi amori, i lutti. Senza il concetto di "tempo" non ci sarebbe letteratura, scienza, filosofia, progresso. Ecco cosa ci distingue dagli animali, anche quelli che amiamo, che ci fanno compagnia. Loro non hanno la coscienza e la consapevolezza dello scorrere del tempo.

Adesso proviamo ad immaginare come sarebbe la nostra vita se una parte della nostra memoria, quella legata alle cose recenti, la cosiddetta "memoria breve" smettesse all'improvviso di funzionare. Se insomma, il nostro cervello resettasse, ripulisse ogni minuto di quello che abbiamo appena fatto e ci costringesse a tornare neonati. D'improvviso saremmo privi di memoria e di cognizione temporale. Senza nè un prima, nè un dopo.  Condannati, insomma ad un eterno presente.

Perdere la memoria "a breve termine" non significa non ricordare quello che si è mangiato ieri o l'altro ieri, ma significa dimenticare quello che si è fatto un minuto fa.

E' quello che succede quando si entra   nel vortice del "male oscuro".   Quella malattia che inesorabilmente ruba tasselli di vita ma anche di rapporti non avuti tra un passato e un “non ancora” e segna un’inquietudine a volte intrisa di rassegnazione e di rabbia. Quella malattia che ti cancella i contorni, ti cancella i ricordi, ti lascia perso.

   

Dedicata a mio padre:

   

"Nel tuo vagabondare perso come tempo che inutilmente passa sei in balia del nulla sei aquilone stanco di volare sei filo spezzato dagli eventi sei ombra stanca di seguirti.

Il tuo viso e’ spento perso nel nulla di cio’ che nulla piu’ ha da vedere. Una distruzione lenta che mai potro’ comprendere, un dolore senza pietà, un’inutile attesa di ritorno che mai ci sarà. Ma tu chi sei…? Sono io papa’, sono tua figlia".

  Francy
scritto da francesca il 12 09 2016

Leggendo quanto scritto da Nembo nella chat di questo blog a proposito delle vignette pubblicate dal settimanale satirico francese Charlie Hebdo, sul terremoto in centro-Italia, voglio pubblicare la lettera che lo scrittore Robert McLiam Wilson, collaboratore dello stesso  settimanale, ha fatto pervenire al Corriere della Sera qualche giorno fa.

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"La settimana scorsa Charlie Hebdo ha pubblicato alcune vignette satiriche sul drammatico terremoto di Amatrice, in cui tante persone hanno perso la vita. Quelle immagini hanno offeso e indignato molte persone in Italia e in tutto il mondo. Io scrivo per Charlie Hebdo.

Ho visto le vignette in questione per la prima volta domenica sera. Dodici ore fa. Ero assente, lontano dai giornali e lontano da internet. Non avevo letto l’edizione settimanale di Charlie — perché il mondo non gira attorno a Charlie, anche se sei un articolista di Charlie. Ho acceso il computer. Ho visto la vignetta.

Effettivamente si tratta di spazzatura, non c’è ombra di dubbio. Capisco che abbiano scatenato tanta rabbia e risentimento, anzi, mi meraviglio che non ci siano state reazioni più violente. Quelle vignette non hanno alcun merito, di nessun genere. Sarebbe questa la satira? Che genere di satira? Dove? In quale dettaglio? No, è uno schiaffo in faccia, una provocazione crudele e insensibile. Non raggiunge alcuno scopo qualsivoglia, politico, polemico o morale. È un gigantesco nulla, un vuoto sgradevole e inutile. I francesi hanno una splendida espressione sdegnosa, à quoi ça sert? A cosa serve? Qual è il suo scopo, a cosa mira?

La satira è implacabile e corrosiva. La satira è scomoda e aggressiva. È questa la sua vera natura. Non esiste una satira cortese e educata. Sarebbe come una barzelletta corredata da note a piè di pagina. La satira è un cazzotto in faccia, seriamente. E nessuno lo sa meglio degli italiani, con la loro tradizione di canzonature e sberleffi, talora in chiave surreale e giocosa, talora brutalmente realista. Far passare per satira quest’ondata di fango, irriguardosa quanto puerile, risulta davvero imbarazzante.

Non conosco l’autore delle vignette, tale Felix. Non conosco le sue intenzioni. Voleva forse prendere di mira la mafia? In tal caso non è riuscito nel suo intento, e io non sono certo stupido.

Lavorare per Charlie talvolta mette a disagio. Le vignette di Riss, il capo redazione, hanno scatenato non poche polemiche negli ultimi anni. Sono state dirette, difficili e temerarie nella loro volontà di seminare lo scompiglio. Ma il contenuto non è mai mancato. Il lavoro di Riss è aggressivo e mefitico, ma ha un vero centro morale, un impegno assoluto e coraggioso per la verità, assieme a un’ammirevole allergia per ogni forma di ipocrisia. Sono pronto a difendere il suo lavoro sempre e comunque.

Ma non posso difendere questa aggressione vuota, offensiva e deplorevole. Non ho pensato alle reazioni rabbiose degli italiani, quando ho visto le vignette. La rabbia si sazia di se stessa. Ho pensato invece a tutti coloro che sono rimasti sconcertati e feriti da quelle immagini. Soprattutto quanti sono rimasti offesi. Tutte le persone che semplicemente non riescono a capire, quelle che si staranno chiedendo, ma perché mai hanno fatto una cosa del genere?

Mi sento profondamente triste e turbato. Non parlo a nome di Charlie Hebdo, non ho il diritto di farlo. Sono un semplice freelancer e la persona meno professionale al mondo. Ma anch’io so bene che il protocollo in questi casi suggerisce la discrezione e serrare i ranghi a fianco dei colleghi. Se non sei in grado di dire nulla di positivo, tieni il becco chiuso. È quello che ho sempre fatto in passato. Per questo motivo vi scrivo adesso, prima di parlare con chiunque a Charlie Hebdo. Difendo con tutte le mie forze il concetto di libertà di espressione nella sua interezza, specie per una rivista che ha pagato così tragicamente quella libertà, con la perdita di tante vite umane. Ma difendo anche il mio diritto alla libertà di espressione. Se ce l’hanno loro, ce l’ho anch’io. E qui dico che sono molto dispiaciuto per quanto accaduto, e me ne vergogno. Hai fatto una vera schifezza, Charlie. Ero così fiero di scrivere per te. Eppure, per nessun motivo, tu hai offeso tante persone senza alcuno scopo. A quoi ça sert, Charlie, à quoi ça sert?"            (tradotto: "A che cosa serve ciò, Charlie, a che cosa serve?").

 

Per chi non avesse visto le infamanti vignette. Eccole

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                                                     TERREMOTO ALL'ITALIANA

Penne al pomodoro                Penne gratinate                      Lasagne

 

A voi i commenti.