Girando nel web ho visto questa foto e il mio cuore ha avuto un forte sussulto.
Quante volte ho pensato a quel treno, non per fare dei viaggi, però. Lui mi ha scaldato,mi ha protetto.
E' vero, noi bambini davamo l'assalto a quel treno come poi più tardi ho visto fare al cinema dai Gangster, ma era diversa la motivazione, loro per avidità noi per freddo.
Si, quel treno vecchio a carbone che sbuffava per tutta la città, noi bambini lo aspettavamo, era pieno di carbone cookie, lo portava alla fabbrica del gas, infatti il gas prima del metano si faceva con il carbone dove operai erano addetti agli alti forni.
Ritornando indietro con la memoria, ricordo che ero l'unica femmina a rischiare di salire sul treno in corsa con un grosso sacco dove mettevo la refurtiva( cioè il carbone).
Eravamo come le lepri, veloci a scappare se venivamo scoperti. Ma alle volte, alla guida del treno c'era un certo macchinista che invece di mettere il carbone nella caldaia del treno lo buttava per terra, così i più piccoli potevano riempirsi il sacco.
E hanno messo anche il vigile motorizzato a sorvegliarci, ma lui chiudeva tutti e due gli occhi, su dieci vagoni carichi di carbone, anche se ne prendevamo un pò che male facevamo.
Un giorno nella garitta del vagone mi son presa uno spavento che non ho più dimenticato. Ero con il mio carico di carbone, molto pesante. Avevo riempito tutto il sacco, erano circa 50 kg. All'improvviso salta dentro un uomo che mi vuole prendere il sacco, non si accontentava della metà, lo voleva tutto ed io per non prendere botte, come mi aveva minacciato, glielo diedi.
Ricordo che anche se mi aveva fatto del male quando venni a sapere che era rimasto sotto il treno mi dispiacque veramente.
Lì dovevamo essere lesti, agili, attenti e solo noi bambini avremmo potuto fare quello.
La stufa, che era una latta della salsa ( ve la ricordate quella da 5 kg?) era rossa dal calore del carbone e noi nella stagione delle castagne, con una padella bucata dopo tanta fatica, ci si sfamava e ci si riscaldava grazie al carbone del treno.
Via dal cortile, via dagli amici, via dai campi, dai prati, dai boschi.
Io non capivo.
Poi mio padre raccolse la valigia, mi prese in braccio e salimmo sul treno. Non sapevo allora che quello sferragliare avrebbe segnato l'addio alle beate e spensierate corse sui prati di quel tranquillo paesino del Veneto che non poteva neppure vantare il diritto di essere citato sulla cartina geografica.
Ero troppo piccola per chiedermi dov'eravamo diretti. Ma quando scendemmo era diventato tutto più grande. La stazione, le strade, le case, i negozi, le automobili, il tram. Tutto il mondo intorno a me era più grande. E più veloce. Tutti correvano...chissà dove (mi chiedevo). Ma quella era una grande città, papà mi disse, si chiamava Milano.
Solo il mio mondo, il mio piccolo mondo, quel microcosmo d'universo che avevo conosciuto finora e che credevo costituisse il mio "tutto" era rimasto tale, ma chiuso per sempre dentro me.
Ho dovuto immaginare altri spazi, altre vite, altri sapori.
Dentro quella valigia c'erano tutti i miei ricordi.
Solo molti anni dopo, crescendo, ho ringraziato i miei genitori per quella dolorosa ma inevitabile scelta che, a loro giovanissimi sposi doveva essere costata tanto sacrificio ma che li ha ripagati permettendo loro di costruire una famiglia fondata su un lavoro sicuro che desse ai propri figli istruzione e cultura, le uniche basi per un futuro migliore.
E adesso guardo il volto dei profughi, dei clandestini ammassati sui barconi alla deriva, bucati, affondati.
Vedo corpi senza vita galleggiare in quel mare che doveva essere la loro salvezza, in quella speranza che è diventata la loro tomba. Sento urla strazianti di dolore. Bimbi senza cibo nè acqua tenuti stretti al petto da madri che chiudono loro la bocca per non farli piangere, perchè verrebbero gettati in acqua da scafisti bastardi senz'anima nè scrupoli.
Ciò che sta accadendo è l'isolamento dell'umano dall'umano.
Si, anch'io sono figlia di migranti...QUELLI FORTUNATI!