scritto da francesca il 10 06 2014
Sono una che corre, forse sono anche nata di corsa. Corro per fare tanto (non tutto perché sarebbe impossibile) ma è il mio “tutto”. Ed è tutto ciò che, in parte ho il dovere di fare ed in parte costituisce il mio piacere. Il piacere che diventa poi la necessità di fare, di vedere, di ammirare, di godere, di emozionarmi. Può essere un’opera d’arte a travolgermi i sensi, oppure un tramonto da brivido ad incantarmi, o una spiaggia dove sdraiarmi crogiolandomi al sole, o ancora un giro in barca al largo, e perché no, una passeggiata nel centro storico di una meravigliosa città d’arte. Vogliamo escludere anche un’importante parte ludica? Noooooooo. Una cenetta a lume di candela o, per contro, una pizzata in compagnia di simpaticissimi.chiassosi-casinisti amici miei.
Però poi ho bisogno anche del silenzio, del MIO silenzio per assaporare luoghi che mi parlano in modo dolce, intimo, quasi segreto e mi trasmettono quella pace interiore che mi risulta indispensabile allo spirito e all’anima.
Ed è stato proprio durante un viaggio in Calabria, ospite di amici, che ho provato la sensazione di trovarmi piccola in mezzo alla storia, dentro un luogo privilegiato che ancora conserva la presenza di chi l’ha percorso o eletto a propria dimora o rifugio. Vi sto parlando della:
CERTOSA DI SERRA SAN BRUNO – Un segreto da mille anni
Andò così. Dopo aver calpestato sabbie bianche e finissime su chilometri di spiagge, quasi deserte, essermi immersa in un mare cristallino e azzurro, con fondali trasparenti che nulla hanno da invidiare agli atolli degli oceani, dopo aver visitato le zone più suggestive e selvagge dell’altopiano della Sila e ammirato gli emozionanti paesaggi protesi sul Pollino e sull’Aspromonte, i miei amici decidono di accompagnarmi a far visita ad un amico che abitava nel paese di Serra San Bruno, un paese che si trova tra le montagne della Catena delle Serre.
Percorriamo una piacevole e semideserta strada di montagna e fra curve e controcurve in mezzo a boschi di castagno sbuchiamo in un’immensa distesa di verde circondata da abeti secolari.
In una natura incontaminata incontriamo prima un laghetto. Al centro c’è una statua, è San Bruno inginocchiato. I miei amici mi spiegano che è chiamato il “Laghetto dei miracoli” perché la leggenda vuole che le spoglie del santo fossero sepolte proprio nel laghetto e, nel momento in cui si tentò di portarle in superficie, cominciò a sgorgare l’acqua della sorgente che lo alimenta.
Proseguendo nel percorso, l’Abbazia ci appare in tutto il suo splendore. E’ un luogo di grande importanza, fondata da San Bruno. Fu la prima Certosa istituita in Italia.
“Abito in un eremo isolato da ogni parte dalle dimore degli uomini. Come potrò parlare degnamente della bellezza del luogo e della dolcezza e salubrità dell’aria, o della pianura ampia e ridente che si allarga tra i monti, dove si trovano prati verdeggianti e floridi pascoli? O chi descriverà adeguatamente la vista dei colli che si ergono da ogni parte dolcemente, e i recessi delle valli ombrose, con piacevole abbondanza di fiumi, di rivi e di fonti?”.
Ecco, così ho immaginato la descrizione che un monaco certosino avrebbe fatto ad un amico lontano indicando la bellezza del luogo e delle sue meraviglie.
Ed ora, anche se non amo la bibliografia che ciascuno può trovare per proprio conto nel web, un piccolo cenno storico è d’obbligo.
La Certosa di Serra San Bruno venne fondata tra il 1090 ed il 1101.
La Certosa originariamente era in stile gotico ma alla fine del ‘500 venne restaurata su probabile progetto del Palladio (ecco che ritorna il nostro amico vicentino..). Ulteriori cambiamenti furono apportati nei secoli successivi, tra il XVI e il XVIII. Fu distrutta da un terremoto nel 1783 e venne ricostruita alla fine dell’800.
Il fondatore fu, ovviamente, San Bruno dell’ordine dei Certosini. In genere si diventa Certosini in età adulta, magari dopo essere stati monaci o sacerdoti secolari per molti anni. Ma una volta entrati in Certosa, scompare qualsiasi riferimento all’individuo e si diventa semplicemente “un certosino”.
Il monastero è oggi delimitato, come una città romana, da mura quadrilatere munite di torri, qualcuno azzarda cinquecentesche.
Il recinto appare, grosso modo, diviso a croce in quattro: in una parte si trova il chiostro attorniato dalle celle, in un’altra la chiesa, nella terza l’ingresso e la biblioteca, ed infine nell’ultima sorgono isolate le rovine.
Qui vivono pochi monaci, nella vita di solitudine, digiuno e preghiera che è caratteristica della Regola dei Certosini.
Ho potuto visitare anche le celle che non sono poi così minuscole come il nome farebbe pensare. Sono disposte su due piani, con laboratorio e magazzino e “cubicolo” nella parte superiore. Il “cubicolo” è una vera opera d’arte, arredato con letto in legno massiccio di quercia, inginocchiatoio e stallo anch’essi in vecchio e odoroso legno. Concludono l’arredamento un tavolo e un piccolo scrittoio.
Le finestre danno su un minuscolo giardino a disposizione del Certosino perché vi coltivi ciò che può essergli d’utilità e svago.
La giornata per il Certosino inizia quando il mondo solitamente va a dormire: alle 22,45 il monaco si alza per fare Lectio divina. Alle 23,30 va in Chiesa per il Canto del Mattutino e le Lodi. La veglia dura circa tre ore. Poi i Certosini dormono circa dalle 2 alle 6 quando si alzano per la recita dell’ora di Prima. Alle 7,15 la Comunità si raccoglie in Chiesa per la Messa dopo la quale inizia il tempo della meditazione, lo studio, il lavoro (spaccare legna per la stufa, per esempio). Infine il pranzo che ritira dalla ruota e che consuma da solo. Nel pomeriggio seguono la passeggiata nel proprio giardino e, alle 15, la recita dell’ora Nona. A metà pomeriggio viene recitato in cella il Vespro della Madonna. Il pasto della sera è quasi inesistente: un bicchiere di latte e una fetta di pane.
Ecco, ho voluto di proposito evitare la parte artistica di questo luogo per parlarvi della vita monastica dei Certosini di Serra San Bruno, simile a tutte quelle di altri abitanti delle varie Certose sparse per l’Italia. Tutto questo mi è stato raccontato da un monaco Certosino, molto gentile e disponibile, durante una rilassante e bucolica passeggiata, persona di grande umanità e profonda spiritualità. Lo ringrazio di tutto cuore.
Voglio concludere dicendo che non si visitano questi luoghi senza subirne il fascino e provare quell’intima suggestione di luogo incontaminato dal tempo, dalle brutture, dalla violenza. Quella sensazione che, uscendone, ti rimane a lungo impressa nella mente e incisa nell’anima.