scritto da francesca il 21 05 2014
Sono una persona relazionale che non conosce tempo libero. Ci sono sempre tante cose da fare, progetti da seguire, metodi da imparare per provare a fare qualcosa di utile.
Il mondo si cambia una persona alla volta, ne sono fortemente convinta. Ecco perchè ho deciso di fare, oltre a tutto ciò che faccio da mattina a notte, anche del volontariato. Ma sono così sensibile che spesso mi porto a casa il dolore degli altri e a volte piango.
Spesso mi sento inadeguata, come quella volta che ho incontrato una ragazza alla quale era stata appena diagnosticata la malattia. Che le puoi dire? Confortarla? Raccontarle bugie? Dirle che tutto andrà bene? Che la ricerca scientifica va avanti e troverà entro breve tempo la cura per la sua definitiva guarigione? Mavvà. E così capisco che non posso fare tutto,non posso essere utile a tutti, non basta volere per essere utile agli altri, occorre essere formati per farlo. Si può essere bravi ma non si è infallibili, nè tantomeno indispensabili.
Si impara a fare tante cose contemporaneamente ma senza dimenticare di lasciare spazio per ascoltare, in silenzio. Non possiamo controllare il vento ma possiamo aggiustare le vele impegnandoci a farlo al meglio.
Ecco allora che, partecipando al Festival del Volontariato di Lucca del mese scorso, mi ha particolarmente colpito l'intervista fatta a Erri De Luca, uno scrittore che stimo e apprezzo moltissimo.
Lui parla dell'Italia come di un paese doppio, sull'economia dice che svaligiano risorse sociali, il lavoro è alla deriva, la felicità dura un istante, la bellezza è compromessa per incompetenza e corruzione.
Desidero riportare interamente questa interessante intervista. Ditemi cosa ne pensate voi.

Lo scrittore Erri De Luca
Erri, come sta l’Italia? Dicci cosa vedono i tuoi occhi.
Un paese doppio, con un pianoterra che brulica di persone di buona volontà che fanno le mosse giuste e praticano la saggia economia del dono. Mentre le gerarchie di ogni genere, economiche e politiche, praticano l’interesse privato in ogni atto pubblico, la corruzione, l’intossicazione dovuta a industrie e opere di selvaggio impatto. Inoltre l’Italia ha la peggiore informazione, manipolata da un giornalismo colluso con i poteri e embedded, arruolato e fiero di dimostrarlo.
Nell’eterno tempo della crisi rimbalzano parole come spending review, mercati, ripresa. Esiste ancora una speranza di capire e di reagire?
Continuano a tagliare spesa pubblica ai danni della cultura chiudendo istituti italiani all’estero e pagando una miseria gli insegnanti. Ma non tagliano affatto la spesa per l’acquisto servile di cacciabombardieri, di sommergibili, con l’esorbitante costo delle manutenzioni. Dunque la dicono all’inglese per darsi un’ aria di efficienza, mentre è svaligiamento di risorse sociali.
A proposito di lavoro, tu hai conosciuto quello vero e pesante. Muratore, camionista, magazziniere. Ora cresce la disoccupazione e diminuisce la capacità di spesa per le famiglie. Come evitare la deriva?
Questa deriva non si può evitare. Le imprese chiudono e le banche non prestano. Si parte per l’estero, una robusta quota di gioventù espatria, accettando di fare di nuovo mestieri sottogradati rispetto alle competenze. C’è ritorno di assunzioni in agricoltura e piccole produzioni di qualità che allargano l’offerta di alimenti sani e controllati, c’è resistenza praticata dal volontariato diffuso, ma sconosciuto perché spontaneo, non censibile, che sfugge ai parametri economici del Pil. Così come c’è ritorno a economia non dichiarata, sotterranea e anche di scambio.
Quel che era transitorio sembra una condizione permanente. Sogni e aspirazioni paiono lasciare spazio all’incertezza e alla rassegnazione. Recupereremo mai la felicità?
La felicità dura un istante e prende sempre di sorpresa, non è prenotabile. Si può essere spesso felici per cose improvvise, un sorriso, una gemma sul ramo in pieno inverno, un ricordo venuto da lontano. La felicità intesa come sicurezza di un tenore di vita, quella non c’è. Al suo posto c’è il terrore di impoverirsi, c’è la vergogna di nascondere le ristrettezze, la perdita di un fasullo prestigio sociale.
Mentre Sorrentino è acclamato a Los Angeles, Pompei cade a pezzi. Com’è possibile? Eppure il nostro è – o forse era – il paese della ‘bellezza’…
Siamo detentori della maggior parte del patrimonio culturale dell’umanità. Non lo sappiamo neanche custodire. Il nostro Ministero della cultura andrebbe interdetto dai pubblici uffici per incapacità di intendere e volere. Pompei non è nostra, ma della specie umana. Crolla perché piove, allora serve un ombrello? C’è, ma non lo aprono. Perché i fondi stanziati esistono ma per incompetenza e corruzione non riescono a spenderli. La nostra classe dirigente non è un caso politico, ma un caso clinico di cleptomania e dissociazione.
Cosa sono per te i beni comuni?
I primari: l’ acqua, l’aria, il suolo.
Fortunatamente in Italia esistono anche cose buone, che fanno bene. Abbiamo ancora energie. E molte restano compresse e inespresse. Quali libereresti per prime?
Le energie esistono e si scontrano con una burocrazia asfissiante che va rimossa in blocco. Farei l’esperimento di un anno sabbatico liberato dalla servitù della burocrazia.
Ed ora a voi la parola ...