scritto da francesca il 30 05 2013
Leggendo su Repubblica , un articolo di Maurizio Ferraris  sul "noi" , ho creduto interessante  fare qualche riflessione su questo pronome che distingue categorie, appartenenze , partiti e raggruppamenti in genere.
..." Secondo Pascal il più detestabile dei pronomi è l'io...mentre il noi è il più misterioso... In questo noi si nascondono parecchi enigmi del mondo sociale , che hanno interessato i filosofi in tutte le epoche....Che cosa intendiamo davvero dire e fare quando diciamo noi ?"
Ferraris , sviscera poi tutte le implicazioni sociali e filosofiche , citando lo "spirito oggettivo" di hegeliana memoria , che unisce gli individui . Passa poi a parlare del "noi virtuale" , che tanto ha contato negli ultimi tempi , dalla primavera araba al Movimento 5 Stelle.
....." Pensate alle pagine di Facebook , dove il tribuno di turno chiama a raccolta i suoi sostenitori , che normalmente trovano la loro forma di aggregazione nella condanna dei "loro" degli altri. Qui si crea una illusione di intenzionalità collettiva , chiaramente ingannevole. I sostenitori scrivono "mi piace" , lo fanno se mai senza pensarci troppo , tanto non sono impegnati in niente. Le quantità sono soggettive , già una decina di "mi piace" , sembrano indicare un consenso assoluto. I commenti sono estemporanei , come i discorsi al bar, ma diversamente da quelli permangono ....."
Mi sento di approvare in pieno questa rappresentazione del "noi virtuale" .....e in Eldy che cosa succede?
Siamo "i noi" di un club di persone che hanno interessi comuni ? Non credo. Siamo un club eterogeneo , con "siti"(blog) dove si chiacchiera , dove si tenta di fare informazione , cultura e poesia . Siti abbastanza diversi , dove possono esserci dei "primus inter pares" che dominano e stabiliscono.
Quindi è un Club dove " i noi " sono aggregati da un complesso di fattori : età , desiderio di amicizia , voglia di comunicare e di esprimersi ...e certamente di far cultura.
Ecco il tema ed il possibile dibattito......chi siamo "noi" di Eldy ?

Franco Muzzioli

scritto da francesca il 26 05 2013
 

C'era una volta.....così incomincia questo simpatico percorso che Giulio ci invita a fare dentro "le cose di ieri". Cose che, in una società evoluta dove l'elettronica la fa da padrone, si dimenticano troppo facilmente. Giulio non ha messo, volutamente, la "traduzione" dal versiliese all'italiano perchè ritiene, a ragione, che perderebbero parte della loro autenticità e integrità. Naturalmente siete autorizzati a chiedere spiegazioni al nostro amico che sarà ben lieto di fornirvele.

Racconti in dialetto –o parlata- versiliese. Alta Versilia .Un tuffo nel passato.I bambini, o ragazzi di allora  non avevano altri giochi se non il vivere quotidianamente  a contatto con la natura.I nostri Maestri erano i Nonni e Genitori (scritto maiuscolo di proposito), perché lo dobbiamo a Loro se conosciamo l’idraulica dei rigagnoli o torrenti. La recimazioni delle acque , muretti a secco di contenimento etc. Queste parole in bocca, oggi, a tanti esperti per la  tutela del territorio, che magari, molti, non distinguono un pino da un cipresso .Qualcuno dirà che vengo da un altro pianeta:-Si!E’ per questo che Vi propongo quanto state per leggere .Se vi va .

                                              RAGAZZI   DI    GLIERI

                                                       (ragazzi di ieri )

LA PESCA DELLE ANGUILLE

Il sole d’agosto facea ballà la vecchia nella Costa che guarda Terrinca.La calura  avea fatto i frasconi su fino ai piedi di Monte Cavallo, e il Canale di Picchiaia era sciutto da qualche mese: sule grotte ci podei scricca un fulminante tanto erino secche.Le scope aveino perso tutti i bimboli, solo  qualche chioppata di cerro e d’albatrello dava colore al bosco.

   I castagni erino ciondoloni ma ancora verdi, però aveino certi cardetti gronchi che poverini, come faceino in pochi mesi a riempissi di castagne lo sapea solo Lulassù.

   Solo il Canale dele Fontanelle pisciava un popoino e i su bozzi erino  il nostro posto  preferito per giocacci.Si faceino le gore per devià l’acqua : era il momento giusto per fa gli scecchi per agguantà qualche anguilla.

   Quando nel  pozzo rimanea solo  rena e terra,  si vedeino  què mostri sbiscettà  nela mota .

    Giorgio , il più adatto, con dele pennatate sigure facea dele forcelle appuntite di frasso per  ‘nfrizzalle e mettile nel ballino. Ma durava pogo quel passatempo:l’anguille erino furbe , le più scappavino : andavino tutte verso il  fiume. Ma erimo contenti perché ne aveimo prese assai per fa arrabbià le nostre mamme. Ma lo sapeimo e così si gli portavino a casa già sbuzzate e pulite.

    La matinata era ormai passata, il campanile sonava mezzogiorno, il sono rimbombava verso le Conchette , picchiava nel Col di Serra e scendea giù verso il molino di Tortigliano:  era meglio andà a casa se non si volea qualche vignastrata negli stinchi.

    Si riconciò il pozzo con sassi e piode come ci aveino insegnato i nostri nonni  e si richiusero le gore per lo scecco: il canale cominciò a fassi largo come prima e l’acqua rivenne pulita.

    Ci si  divisero l’ anguille e ci si  avviò  verso il paese, ma il giorno un’era anco finito: aveimo in progetto altre avventure…

                                 __________________

COME ANDARE ALL’OSPEDALE ( ossia, come dice un vecchio saggio: - -Non toccare il culo alle vespe-)

 Nela selve di Baffino , c’era un castagno bugione  con un nidio di scorzafrassi. Erino giorni che Franco stuzzicava con una pertica le bresche. Eppure lo sapea quant’ erino pericolosi. Dichino i vecchi che tre punture ti mandino all’ospedale. Anco no’ si gli dicea :- Lascili stà, stà bono, ‘n fa segate Ma lu era sordo , da quell’orecchio ‘un ci sentia.Tagliò una calocchia di castagno  bela lunga e gli fè la punta, po’ comincò a fa saltà via le bresche giro giro al buco duve sortiino gli scorzafrassi. No si urlava :-sta fermo, sta fermooooo, ti punginooooo, Accendiemo uno stufazzo e  affumichiemoli un popoino , hai capitolo. Stordiemoli, imbrachiemoliiiii, acciechemogliiiii, da rettaaaaaa, veni viaaaaa -

   Nulla da fa, dopo un po’ si vide Franco dassi dele manate per la testa e scappà verso la casetta dell’Argia.C’era, per fortuna,  una conca duve ci facea il bucato piena di ranno, si ci tirò dentro e si salvò. Passato il pericolo, si andò in suo aiuto; com’ era concio: gli occhi gonfi, il muso, il collo , gli orecchi; era stravisato e spaventato. Con dele foglie di vietriola, di malva e di piscialletto, gli si fè degli impacchi  con quell’acqua verdognola.

   Passato lo spavento si accompagnò a casa. Quando lo vite su ma si mise le mani nei capegli e gli urli si sentiano di Terrinca.Le donne vensino in aiuto e lo ripulittino ala meglio. - Stasera , quando vene tu pà ti pesta di santa ragione, co la tu pelle ci fa la grancassa- L’unica cosa da fare fu la silenziosa ritirata perché ce ne fu anco per noaltri : le ‘mprecazioni ci furavino gli orecchi come aghi.

                             ______________________

MANGIARE LE SUSINE CON MODERAZIONE

Era una settimana che si girava per i campi a vedè se le sosine albanelle erino mature, prima si passò anco da la ceragia di Gedeone ma , era una tardia e c’era da aspettà. Però aveimo preparato un cartone e ciaveimo scritto : -Vincere e vinceremo, quando sien  mature ritorneremo – E si appiccicò al ramo più basso de la ceragia che lo vedesse. Come si arrabbiava !

     Quando cominciò a fa buio,  ci si ritrovò in Cimigliari, da li, si vedea se c’era gente ancora nei campi. Aveimo visto che la sosina di Battista le avea bele mature. Ognuno di noi si fece una senata di sosine e ci si allontanò verso il Cavule:abbastanza al sicuro che un ci vedessino e se ne mangiò tante e poi tante. I guai cominciarono durante la notte. Dolori di pancia , di testa.Dissi a mi ma quelo che avevo mangiato, la povera donna , preoccupata ,andò a sentì come stavino i miei  amici.

   Loro un  aveino nulla. Chiamò di corsa la vicina di casa, l’Orietta ,per vedè che si potea fa per levammi i dolori di dosso. – Pia – disse l’Orietta, -Questo bimbo  more !Secondo me …gli va fatto un cristero, lo vedi? Ha gli occhi gonfi e anco lugne viola, s’è avvelenato- Po’ si rivolse a me :- Ma me lo dici che hai mangiato ? –

     Con un filo di voce riuscitti a digli che aveimo scossinato la sosina albanella di Battista , quela vicino al forno. –Ma che dici ? Ho visto che l’ha ramata proprio oggi :  vi sete avvelenati – No ! Disse mi ma, gli altri un hano nulla -  Pia – continò l’Orietta – scalda dell’acqua e piglia la macchina da cristeri, supito –

    Arrivò mi ma con un catino di acqua, l’Orietta ci sciolse del pezzi di sapone di Marsiglia, quando la schiuma comincò a fa i gongolotti, la versò nella macchina e l’attaccò a un chiodo  del travicello.

     Mentre mi torgevo nel letto per i continui  stranguglioni  dela pancia, l’Orietta mi mise a cul bugioni : co una mana mi sollevò il sedere e con l’altra   teneva calcato il cannello che non uscisse dal …e apritte il rubinetto. La pancia diventò gonfia come un pallone: quel mostro dell’Orietta non ne lasciò una goccia nella boccia . Si rivolse a mi ma  – Quela dose lì, ci gli vole tutta- Le pie donne mi rigirarono a panciall’aria  e l’Oriè tuonò – Stringi forte i denti più che poi, te lo dico io quando andà a liberatti- 

Un fe a tempo a finì la frase che ero già al camberino.Ia cascata del  Canale di Picchiaia un era nulla in confronto …al resto.Il ravaneto del Giardino erino segate in confronto ai troni che si liberavano da la mi pancia.  I dolori  passonno e il colore dell’ugne ritornò normale.  Mi ma , ringrazò l’Orietta e la pagò con du ove . -  Il giovanotto è salvo –  disse, e se ne andò. I mi  amici un ebbino nulla.

   Del resto, mi ma dicea sempre che un ero forte come glialtri  bimbi, ma piuttosto fragolino ;anco la testa l’aveo piccola e fatta a colombino.Forse aveo anco pogo cervello. Andò bene che mi pa facea nottata  al filo in Cava di Cima al Giardino, sennò le sentio le sosine . Era ormai notte fonda, mi ma mi rimboccò i lenzoli e disse:- dormi bimbo- Mi rigirai sul fianco piano piano, un’ aveo più dolori .

  

  La finestra avea gli scuretti  aperti : il  celo quella sera cullava una fietta di luna sbiadita. Che giornata ragà ! Domane è un altro giorno.

 

Giulio Salvatori , o se volete –Il maledetto toscano-