scritto da francesca il 7 03 2013

8 MARZO. Commemorazione delle operaie morte nell'incendio di una fabbrica tessile di  New York, colpevoli di volere far valere i propri diritti, ma anche giornata per ricordare,  le conquiste sociali ed economiche ottenute ,con grande sacrificio, dalle donne in una società fortemente maschilista e classista come la nostra. E, soprattutto, per non dimenticare le discriminazioni e le violenze cui le donne sono fatte ancora soggetto, in tutte le parti del mondo. Ma è sufficiente un solo giorno all'anno ? Basta una "festa"  di un giorno per far dimenticare tutto ciò che accade per il resto dell'anno ? Forse per qualcuno si, qualcuno che riesce a tacitare la propria coscienza con un semplice atto di ipocrisia. Spesso sono mogli, madri, compagne, fidanzate ad essere uccise dagli uomini che stanno loro accanto, che le amano "fino alla morte". Un modo sbagliato di vivere il rapporto con una donna, fatto solo di sopraffazione e possesso, come se si trattasse di un oggetto, o di violenza spinta fino all'eccesso, dimenticando di avere davanti un essere umano e non una bambola gonfiabile sulla quale scaricare istinti animaleschi. Un semplice giocattolo del quale liberarsi quando si è stufi, o stanchi di giocare. Così si continua a perpetrare una violazione dei diritti umani, una violazione che deve essere affrontata come piaga sociale e non come semplici episodi di cronaca. Purtroppo la violenza sulle donne è un fenomeno che sembra crescere di anno in anno, ma il dato più allarmante è, a parer mio, che solo un piccolo numero di donne trovano la forza e il coraggio di denunciare le violenze subite, violenze gravi che provocano lesioni al corpo o danni alla mente,  specialmente quando tutto ciò avviene all'interno delle mura di casa.  In questi casi è più difficile vincere certi preconcetti, vincere la paura, la sfiducia negli altri, il timore di non essere tutelati. Non bisogna dimenticare pure che, a volte, un'eccessiva tolleranza,  in ambienti religiosi ed intellettuali, cerca di giustificare, di fornire un alibi alle azioni più riprovevoli dando, in parte, la colpa alle vittime stesse, in quanto "provocatrici". Infine, oltre alla violenza fisica o sessuale, ce n'è un'altra, molto subdola,  si tratta della violenza psicologica, non meno grave delle altre , caratterizzata in genere da una persecuzione continua, da asfissianti molestie, o intromissioni nella vita privata che possono portare conseguenze all'integrità mentale di chi le subisce. Spero che possa esserci una reale presa di coscienza del problema, anche a livello politico, e soprattutto, non solo a parole, un sincero impegno che ci possa liberare da questo atavico problema. Basta con i proclami, è ora di passare seriamente ai fatti. Credo che sia questo il più bel regalo che si possa fare alle donne. Mi auguro che in futuro ci saranno meno "feste" e più comprensione, rispetto e amore.

ANTONINO

 

Vorrei aggiungere un mio pensiero, forse un po’ contro-tendenza, alle profonde riflessioni di Antonino. La maggior parte delle donne che aspetta l’8 Marzo per uscire a festeggiare, divertirsi e gozzovigliare non ha la minima idea di cosa simboleggia questa giornata. Non ho nulla contro il divertimento sano, ma mi ripugna appartenere a quella categoria di persone (donne), che in quella serata diventano arrapate e “sbavano” per lo spogliarellista (maschile, ovviamente) e magari, con vergognoso senso della decadenza umana infilano del denaro nel suo slip.  Personalmente lo ritengo un cliché volgare che niente, assolutamente niente, ha a che vedere con la celebrazione della Giornata internazionale della donna e la commemorazione di quanto in essa contenuto.

Se mi va di uscire lo faccio quando  mi pare, non certo aspettando l’8 Marzo, come fosse una data in cui mi si autorizza ad andare a divertirmi. Anzi, l’8 Marzo è la sera in cui non uscirei mai.

E come diceva più sopra Antonino, auguriamoci di festeggiare la donna tutto l’anno con meno violenza e più amore.

 

BUON 8 MARZO AMICHE MIE..!!!!

                 

Premetto che non desidero che questa mia riflessione sia presa per una disquisizione a sfondo razziale, lontano da me ogni idea di razzismo,desidero solo esporre una mia idea su  di un fenomeno che si va allargando ed eventualmente conoscere le opinioni di chi la leggerà. Sembra, ormai, essere diventato un allarme sociale, e si cerca di intraprendere misure d'emergenza per potere arginare l'ondata cinese che sta invadendo non solo l'Italia con la produzione, inizialmente, nel tessile  a basso costo, ma che pian piano cerca di allargarsi in altri campi. Il danno maggiore viene recato a quegli imprenditori italiani che continuano a produrre in patria a costi più alti,che poco possono contro una concorrenza che si basa sul lavoro a poco costo, spesso , o quasi sempre, mal pagato, con turni di lavoro disumani, lontani anni luce dal trattamento dei lavoratori italiani. Questo divario di costi, favorisce il mercato cinese, perchè i prezzi molto contenuti del " Made in China" diventa l'ancora di salvezza di tante famiglie i cui bilanci diventano sempre più esigui. E così l'Italia sta lentamente tingendosi color giallo. Basta fare un giro nelle varie città per rendersi conto di quanto sia aumentata la popolazione cinese, quanti negozi, imprese siano state aperte.

E le imprese italiane ?  C'è chi getta la spugna arrendendosi alla forza dell'onda d'urto orientale. C'è invece chi, per pagare meno tasse o a volte, per pagare meno i propri operai, delocalizza la propria industria portandola all'estero, dove i costi di produzione sono minori. C'è poi di peggio, sembra che i cinesi siano diventati più bravi degli italiani a districarsi nel dedalo della burocrazia. Ci stanno espropriando del marchio " Made in Italy " in tutti sensi,  infatti stiamo assistendo ad una vera invasione delle ditte cinesi in Italia.  Se non si arresterà questo fenomeno cosa resterà del nostro mercato interno ? Le piccole e medie imprese moriranno. L'Italia è diventata, da qualche anno, uno dei maggiori consumatori di prodotti "Made in China" , ha iniziato il processo di delocalizzazione in paesi a tasso quasi nullo di diritti sindacali, portando un pò alla volta, all'impoverimento generalizzato, scaricando sulla popolazione tutte le conseguenze. Più che arrestare l'invasione cinese bisognerebbe rendere difficoltose le importazioni a tutte quelle imprese che non rispettano gli standard di produzione, specie per quanto riguarda le risorse umane, e favorire quelle che le seguono. Necessita  una riforma radicale del mercato, una equa distribuzione del benessere sociale e non una predazione del ricco sul povero. Occorre una economia che accolga le sfide all'interno del Paese perchè il primo mercato sia nella produzione e nel consumo all'interno dello stesso. Allora potremo aprirci con meno paure al mercato cinese e a tutti gli altri.

 

Antonino