scritto da francesca il 10 02 2022
                È vero. Siamo chiusi e a volte anche un po' snob. Perché se nasci e cresci all'ombra della Cupola del Brunelleschi, ti viene da pensare che il centro del mondo sia proprio nella strada su cui stai camminando. Siamo altezzosi e un po' arroganti, perché in fondo siamo ancora convinti che la capitale d'Italia sia sempre qui. Ma siamo anche comici, brillanti e molto vivaci. Con quella C che non esiste e che in fondo fa impazzire ogni dialetto. Perché non ci piacciono le cose, ci piacciono. Perché non ti chiediamo dove stai andando, diciamo "indo 'vai". Per noi sei stupido e anche un po' coglione. E se te lo dicono è perché ti ameremo tanto. Camminiamo verso Santa Maria del Fiore e ci affacciamo dal campanile di Giotto. La Galleria degli Uffizi è nostra. E ci si arriva passando per Piazza della Signoria. Con Palazzo Vecchio, la Loggia dei Lanzi e la fontana del Biancone. Il Ponte Vecchio e i suoi negozi. Piazza Santa Croce e Santa Maria Novella. Piazzale Michelangelo con la statua del David e il giardino di Boboli. Per poi finire nell'Oltrarno con i suoi negozi e mercatini. Il quartiere di San Frediano, la Chiesa di Santo Spirito e Palazzo Pitti. La bistecca e il vino rosso. Pappa al pomodoro e ribollita. Primavera alle Cascine e serate chiuse in casa a guardare i Viola. La città del bel Giglio. La patria del Petrarca e un po' anche del Boccaccio e soprattutto del Sommo Poeta. Che ci ha citato sia all'Inferno che in Paradiso, passando per il Purgatorio. L'italiano che viene dal nostro volgare trecentesco. E poi ancora avanti per finire con una risata. A quel genio di Monicelli, alla prematura supercazzola, per poi fermarsi nell'immortale gitano. Ma soprattutto, questo nostro Lungarno. Con luci e immagini riflesse. Con la pace e il suono della brezza. Perché anche oggi, e te lo giuro, se mi baci qui, è come fare l'amore. Che gioia, Firenze, essere tua. (Autore sconosciuto)
scritto da francesca il 5 02 2022
            Col passare degli anni i ricordi si annebbiano ma alcuni rimangono fissi nell’album della memoria, così leggi quelle pagine a te care e come diapositive le proietti sullo schermo e ti sembra di accarezzarle. Poi, nella forma che ritieni opportuna, le doni... Mia sorella era molto più grande di me, era come la seconda mamma. Si era sposata e aveva lasciato il paese natio. La sua casa era proprio vicino alla sponda sinistra del fiume Arno. Mi aveva invitato molte volte ma, io, nato sulle pendici delle colline versiliesi, non ci pensavo neanche lontanamente. Ma sentite le ripetute parole: “ E dai, vieni, sono sola, ti divertirai. Basta una settimana, vedrai qualcosa di diverso, cosa vuoi che sia”. La mamma, fece le dovute pressioni e mi preparò il vestiario occorrente. Il babbo non disse nulla, se non un sorrisetto sulle labbra che non mi dava fiducia. Lui, era già stato altre volte a trovare la figlia, ma la sera, ritornava sempre a casa. Parlava poco se non dire: “Stanno tutti bene”, come in un famoso film. Ecco che, avevo pochissime notizie di dove fosse questa abitazione, se non la certezza che abitasse in prossimità del fiume a Marina di Pisa a pochi chilometri dalla città della torre pendente. Si arrivò la sera tardi ed era buio. Una veloce cena e al letto. Cercavo di vedere dalla piccola finestra dove mi trovavo, ma i rami di un grosso pino impedivano la visuale. Non mi restava che cercare di dormire ; ma faceva caldo e un continuo e fastidioso rumore delle macchine che correvano nella via poco distante mi fecero stare sveglio quasi tutta la notte. Finalmente un raggio di sole e saltai subito alla finestra. Poco lontano scorreva calmo, quasi immobile l’Arno. Grande, grandissimo che non riuscivo a vedere l’altra sponda. Mi ricordai che la casa si trovava a Bocca d’Arno, vale a dire alla foce. Infatti non riuscivo a capire se era il fiume o il mare. Ero abituato al mio fiumiciattolo che non è che un piccolo torrentello, ma per noi è il fiume che scende con le sue acque chiare, schiumose, capricciose nella valle del Giardino. Erano le prime ore del mattino perché sentivo solamente un vociare debole e lontano. Vidi due uomini in bilico sopra una lunga trave indaffarati a girare la manovella di un verricello per calare una grande rete nell’acqua torbida: come potevano esserci dei pesci? Mi sbagliavo. Guardavo curioso cose che non avevo mai visto se non nei pochi fumetti illustrati. Risollevarono lentamente la rete e tanti, tanti pesci che non conosco, saltellavano con riflessi argentati per ricadere fra le mani dei pescatori che li mettevano nei cesti. Pensai che:“ Se il buon giorno viene dal mattino” nei prossimi giorni non mi sarei certamente annoiato. Ester, è il nome di mia sorella, mi chiamò che la colazione era sul tavolo.         Giulio Salvatori