scritto da francesca il 26 03 2012
Nessuno si spaventi per questa parolona, "fisiognomica" che sembra uscita da un trattato scientifico e che invece è più semplice di quanto si pensi.
Nell'ultima lezione di storia dell'arte, la prof. (quella "santa donna"), ha spiegato, con facilità di linguaggio e con estrema chiarezza, in modo che io definisco "caroliano" (da Flavio Caroli, il mio mito di storia dell'arte, il mio mentore), come la forza spirituale dell'inconscio guidi le azioni umane modificando l'aspetto fisico, i lineamenti e soprattutto le espressioni del volto. Ritornando a casa, sazia e soddisfatta da tanta "virtute e canoscenza" acquisite, mi fermai alla prima libreria e acquistai il libro di Caroli che tratta proprio questo argomento, per approfondire questo interessante tema.
I moti dell’animo che modificano i tratti del volto danno vita alla scienza fisiognomica sia in campo artistico che psicologico. Leonardo fu scopritore di questo continente sconosciuto usando, come strumento, la pittura.
Ma è questo un tema che ha percorsi vastissimi. Io, che ho poche capacità di dettagliare ma soprattutto di produrre un sunto di tale materia mi limiterò a fare brevi analisi su alcuni dipinti.
Una fanciulla cremonese, poco più che ventenne, prende un pezzo di carta, una matita nera e un carboncino e traccia uno schizzo che finisce sotto gli occhi di un ciclope dell’arte, quel Michelangelo fiorentino. Percependo talento nel disegno della ragazza, il Buonarroti contatta il padre Amilcare, il quale, non intuendo subito il desiderio di protezione del grande artista, ha avuto l’ardire di chiedergli alcuni suoi disegni per farli colorare dalla figlia. Ma ve l'immaginate? Mi viene da sorridere al solo pensiero! Avrete capito, a questo punto che si trattava di Sofonisba Anguissola e del suo disegno “Fanciullo morso da un gambero”.
Fu questo il primo istante in cui si rappresentava, nella storia della pittura, un lancinante moto di dolore fisico che si trasmette alle fattezze del volto esplodendo nell’urlo.
Siamo nella metà del ‘500 e l’altro “immenso” Michelangelo, il Merisi, o da Caravaggio, riprenderà l’intuito della pittrice lombarda con il suo dipinto “Ragazzo morso da un ramarro”.
In questo dipinto, i moti dell’anima rivelano una componente espressiva molto intensa. Dapprima vi è una reazione di sorpresa seguita da un realismo drammatico provocato dal dolore fisico.
L’orrore compare nell’urlante bocca spalancata cedendo il posto ad una nota di disgusto che si intuisce nell’atto di ritrarsi del personaggio.
E' chiaro che c'è in questo dipinto un contorno di simbolismo con una componente teatrale che, come sempre, fa da filo conduttore in tutte le opere di Caravaggio, ma è la componente fisiognomica l'aspetto a cui ora mi riferisco.
Ma torniamo alle prime tracce degli studi fisiognomici leonardeschi che ci condurranno a Bologna, nell’ambiente dei Carracci.
Annibale Carracci, malinconico pittore morto a soli 49 anni, scopre gli schizzi vinciani e, fin dalla sua giovinezza, insieme col fratello Agostino, diffonderà in tutta la cultura bolognese le sue “Caricature”.
Ma è col “Mangiafagioli” che fermerà l’attimo, quasi un fermo immagine dell’azione. Il contadino, o popolano, sta portando alla bocca una cucchiaiata di fagioli. La bocca è aperta, lo sguardo è diffidente. Con la mano sinistra trattiene il pane, quasi ad aver paura che glielo si rubi. Gli occhi, quasi sbarrati, denotano il fastidio dell’estranea presenza, quasi a voler allontanare l’indiscreto osservatore.
Ma per restare in tema di vignettismo non possiamo non citare Gian Lorenzo Bernini, grandissimo esecutore di “Caricature”. E qui trasportiamo la fisiognomica dalla pittura alla scultura con la raffigurazione dell’estasi mistica. Mi riferisco, naturalmente all’ “Estasi di Santa Teresa”.
Estasi mistica si, ma anche orgasmo. E qui mi chiedo, dove finisce l'una e dove inizia l'altro..? Il bellissimo volto di Teresa esprime una pulsione erotica sublimandosi nel deliquio spirituale. Gli occhi socchiusi, le guance tirate, i muscoli contratti nel piacere, le labbra sensualmente socchiuse quasi ad emettere gemiti e sospiri. Perché l’arte non ha vergogna e può tutto. Al corpo completamente esanime spetta il compito di naufragare in tutti i piaceri che agitano il cuore dell’uomo. Primo, fra tutti, proprio quelli sessuali.
E che dire del “Bevitore” di Jusepe de Ribera, detto lo Spagnoletto?
In quella bocca aperta non c’è dentatura che possa far luce. Quel sorriso grottesco è l’esempio più atroce della miseria umana.
Grande l’artista a saper dipingere questo povero essere che trova conforto solo nell’agognata e accarezzata bottiglia. La sua anima trasmette agli occhi un moto di malinconica tristezza mista a umani sentimenti.
Che cosa sia l’anima non appartiene a noi di conoscere, come essa sia e quali siano le sue manifestazioni, ciò ha per noi grandissima importanza.
"Quell'anima che regge e governa ciascun corpo, si è quella che fa il nostro giudizio innanzi sia il proprio giudizio nostro".
Leonardo, sin da allora, aveva intuito che l'esperienza umana non è altro che una proiezione infinita della mente e l'arte ne è la rappresentazione.