Con questa stagione, infatti, tutto fiorisce, si ha il risveglio dei sensi favorendo lo sbocciare di nuovi amori. Il cambio di stagione agisce favorevolmente sul tono dell’umore e sull’assetto ormonale.
Le giornate sono più lunghe grazie all’aumento della luce .
Si sta di più all’aria aperta, diminuisce lo stress e il bioritmo si rivitalizza: olfatto, tatto, udito, gusto e vista sono stimolati.
Sintesi di un articolo giornalistico:
Gli scienziati hanno scoperto che con il cambio di stagione, la retina, la parte dell’occhio collegata al cervello attraverso il nervo ottico, reagisce alle variazioni della luce, stimolando dei cambiamenti ormonali. Secondo i biologi evoluzionisti, i nostri corpi sono programmati proprio per essere più attivi quando il livello di ormoni cambia all’aumentare della luce.
La luce, quindi, è una delle ragioni principali che portano a innamorarsi con più frequenza proprio in primavera grazie al suo effetto euforizzante e antidepressivo.
Viene stimolata la vista e si percepisce di più l’estetica della persona, si presta attenzione al linguaggio non verbale: come l’altro si esprime, sorride, gesticola, stabilendo in questo modo un primo livello di simpatia o antipatia.
La primavera, quindi, è un’occasione per lasciarsi trasportare dai propri sensi.
Avrete certamente notato che in ogni articolo, post o “pezzo” (chiamatelo come più vi aggrada.)
non manca mai la parola “amore”.
L’amore, quello con l’A maiuscola, è un'esperienza che tutti, prima o dopo abbiamo fatto, e che perciò crediamo di conoscere.
Conosciamo anche il perché ci innamoriamo?
Se si chiede a uno psicoanalista, ci dirà che è una questione di ormoni, se lo chiediamo a una persona romantica, sognatrice risponderà che tutto accade per il classico “colpo di fulmine”!
Francesco Alberoni, nel suo libro "Innamoramento e amore" scrive:
L'innamoramento reciproco ci permette di conoscere l'intimità della persona amata. Ci innamoriamo di quella persona che ci soddisfa col suo comportamento, i suoi sentimenti, la sua bellezza.
La continuità del desiderio di stare insieme, di convivere, di partecipare alle stesse esperienze, la tenerezza, la passione, crea l'innamoramento.
E' noto che nella fase dell’innamoramento i partner desiderano conoscere tutto della vita dell’altra/o, la interiorizzano, c'è la "fusione", da cui nasce il "noi".
L'amore. I significati attribuiti alla parola amore sono molteplici. Nel nostro caso ci riferiamo a quel sentimento profondo che lega una coppia, li unisce.
In una relazione sessuale e affettiva, amare una persona significa empatia con la/il partner, attenzione ai suoi bisogni. Chi ama si sente impegnato a fare qualcosa di positivo per l’altro e a rispettarlo per quello che è, per la sua unicità.
Amare non dovrebbe significare "possesso", ma è difficile farlo comprendere alle persone innamorate. Dal sentimento di "possesso" della persona amata nasce la gelosia, ed io non ne sono esente... Però idealmente amare significa dono, dedizione, altruismo.
Con parole più semplici o come si dicono a Roma “tera, tera”, chiedo:
Perché siamo attratti sessualmente?
Perché subentra la passione?
e le due cose sono realtà differenti?
Io credo che ci sia una fase iniziale di attrazione o seduzione passando poi alla comunicazione
interpersonale, alla conoscenza reciproca, e col passare del tempo all'infatuazione, all’innamoramento e all'amore.
E
L’amore, che duri solo oggi e una parte di domani, o duri tutta una lunga vita è la cosa più importante che possa capitare a un essere umano.
E' DOLCE PRIMAVERA
Alle selve,alle foglie dei boschi è dolce primavera;
a primavera gonfia la terra avida di semi.
Allora il Cielo, padre onnipotente, scende
Con piogge fertili
E accende ogni suo germe. Gli arbusti risuonano
Del canto degli uccelli, i prati rinverdiscono.
E i campi si aprono: si sparge la tenera acqua;
ora al nuovo sole si affidano i nuovi germogli.
Virgilio
In uno dei miei ultimi articoli affrontavo il tema del “narcisismo”.
Non è raro, infatti, riscontrare anche nel mondo dell’arte, personaggi caduti vittima di eccessivo narcisismo.
Ma c’è un grande artista, un pittore del Rinascimento Italiano che io definirei un mito, che nella sua breve avventura terrestre (morì, infatti a soli 37 anni), sia pure intensa e bruciante dal punto di vista artistico, ha tenuto una condotta esattamente all’opposto, senza ambiguità ma quasi con mistero, senza provocazioni né sfide ma con naturale eleganza, con buone maniere, dipingendo in maniera divina un’arte presa ad esempio dal suo grande maestro, il Perugino.
Parlo di Raffaello Sanzio, o Raffaello da Urbino, “bello e raffinato, oltre che di grande abilità, quasi come un dio mortale..” come lo definisce il Vasari.
Eppure pochi artisti della sua grandezza hanno praticato il narcisismo meno di lui. Pochi hanno parlato o scritto o fatto scrivere di sé meno di lui durante la propria vita. Di Raffaello rimangono pochissime lettere, alcune poesie ma un’immensa opera artistica.
Nessun conflitto con altri pittori, nessuno screzio, lui non muove causa a nessuno, va d’accordo con tutti, offre garanzie agli amici, è amato da allievi e collaboratori.
Mi sono trovata parecchie volte ad ammirare un dipinto di Raffaello e, anche se la mia ammirazione aveva un che d’estasiato, ho capito, sinceramente, che non potevo racchiudere il tutto in un semplice “ bello!”. Troppo generico, troppo pre-confezionato, troppo “spoglio” di supporto critico e ammirevole.
Il fatto è questo, che Raffaello è stato talmente l’interprete di un ideale di bellezza classica, artistica ma anche naturale, che il suo mistero sta proprio nella sua grandezza di artista, nell’aver interpretato magistralmente una raffinatezza d’immagini attraverso uno stile personale che ne affina ed esalta la massima elaborazione.
Dell’arte di Raffaello pittore si potrebbe parlare per giorni ma siccome ho iniziato rivolgendo il mio pensiero alla bellezza contenuta nei suoi dipinti, voglio parlarvi di un quadro che in quanto a sensualità e fascino femminile ne contiene a profusione.
E’ LA FORNARINA
dipinto che ho ammirato a Roma presso la Galleria d’Arte Antica di Palazzo Barberini.
Fu Raffaello una persona molto amorosa e affezionata alle donne. Non v’è certezza che Margherita Luti, la Fornarina, appunto, così chiamata perché figlia di un fornaio, fosse la donna della quale si innamorò il giovane Raffaello e che poi, segretamente, sposò. Ci sono tante versioni che rendono ancora più misteriosa questa figura e il rapporto che ebbe col pittore.
Ma nelle sue poesie ritroviamo un sonetto che pare proprio scritto per una donna con cui ebbe concreti rapporti d’amore, durante il suo soggiorno a Roma, trovandosi sottoposto al “giogo” e alla “catena dell’amore”.
“Quanto fu dolce el giogo e la catena
de’ tuoi candidi bracci al col mio volti,
che sciogliendomi io sento mortal pena”.
Scopriva l’amore-passione per la prima volta? Impossibile rispondere, ma è certo che la rappresentazione di questo abbraccio sembra avere, nella sostanza sentimentale del pittore, il sapore della “prima volta”.
Ma i “candidi bracci” potrebbero non essere propriamente quelli della Fornarina, tal gentile pensiero potrebbe essere rivolto alla “Velata”, l’altra donna, quella dall’effige pura, la virtù visiva, figura sacra nata dal profano. Chi può dirlo?
La giovane donna che ho ammirato a Palazzo Barberini rappresenta una fanciulla dalla vistosa prosperità, quasi a voler far toccare la carnalità del personaggio.
Raffaello, che aveva un gusto naturale per la scelta del bello ha voluto che nulla rimanesse freddo e inutile esaltando il senso intimo di una figura che, pur apparendo nuda non si lascia vedere nuda nel suo vero spirito.
Sembra voler spezzare la forma usando un modello che trasmette idee e sensazioni in una visione sublime dove le vesti sono la carne pura, gli occhi languidi si fondono con l’aria di rassegnata dolcezza, l’anima fluttua nebulosamente sull’involucro che racchiude quel fiore di vita.
Sul bracciale che la fanciulla porta al braccio sinistro c’è la scritta “Raphael Vrbinas” quasi a voler siglare, con la propria firma, il loro ardente ed impetuoso amore.
Circa 300 anni più tardi, un artista francese, Jean-Auguste-Dominique Ingres, pittore del neo-classico, arrivò a Roma e si accostò alla pittura di Raffaello.
Cito questo pittore per mostrarvi un dipinto col quale Ingres fa un omaggio al maestro del Rinascimento.
IL FIDANZAMENTO DI RAFFAELLO
Nel dipinto vediamo un Raffaello che cinge, trattenendola a sè, la sua donna-modella in un momento di pausa dalle sue fatiche. C’è infatti, alle spalle del pittore, un cavalletto con la tela che ritrae la Fornarina, iniziata dall’artista e verso la quale lo stesso volge lo sguardo.
Predominante è il contrasto verde-rosso dei panneggi e nota luminosa, proveniente dall’esterno, è il triangolo di cielo azzurro che si intravede dalla finestra aperta oltre l’apertura dei pesanti tendaggi.
Ho voluto accennare brevemente a questo dipinto e al suo artista perché, secondo me, anche Ingres, come Raffaello, si rifugiava spesso nell’ideale di bellezza quasi come un desiderio nostalgico di qualcosa che, già allora, sfuggiva dalla realtà quotidiana.
Dei suoi cieli, dei suoi vasti cieli che ricordano la luce
di Urbino e avvolgono con splendore nitidissimo case e
paesaggi, è la pittura di Raffaello; più di qualsiasi
discorso critico essa ci aiuta a penetrare l’universalità
del “divino” artista.



