scritto da francesca il 31 01 2012

Passavo sotto un balcone in questi giorni, qualcuno deve aver dimenticato di ritirare la bandiera, alla fine delle “celebrazioni”. Sventolava, stancamente, senza più passione, aspettando che qualcuno la riponesse nella scatola, come si fa con l’albero di natale o il presepe alla fine delle feste.

Il 2011 è spirato da circa un mese e i festeggiamenti per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia, iniziati con grande entusiasmo e pian piano scivolati nel dimenticatoio, bene o male si sono conclusi. Molta retorica è stata fatta nel corso dell’anno, molte sono state le occasioni in cui ci si è commossi o inorgogliti alle note dell’inno nazionale.

La parola “patria” che negli ultimi decenni era stata messa al bando, è tornata nei discorsi ufficiali. Il tricolore che per decenni era stato opportuno sventolare solo in occasioni delle vittorie calcistiche, è persino riapparso alle finestre di tante abitazioni, fiammante a gennaio ed un po’ scolorito e sdrucito a dicembre, forse a causa del sole o della scarsa qualità della stoffa. Il cammino del Risorgimento è stato lungo e faticoso, ha coinvolto uomini e donne desiderosi di libertà e indipendenza ed ha condotto all’unità della nostra Italia. Ma la storia, si sa, la scrivono i vincitori ed ai vinti tocca in sorte di tacere e rimpiangere il destino avverso. Fu così anche per Mazzini, che si spense nel 1872 a Pisa sotto falso nome e con passaporto inglese, che la polizia fece finta di prendere per buono. Le celebrazioni di questo 150° anniversario hanno dato a ciascuno il suo: a Mazzini il riconoscimento di grande ed illuminato intellettuale, a Garibaldi il giusto peso, soprattutto a proposito del ruolo avuto nella collocazione dell’esercito meridionale e dei garibaldini nel nuovo esercito italiano. La figura di Cavour è stata studiata nei suoi molteplici aspetti di statista, agricoltore, imprenditore e di uomo amante del rischio. Il grande conte ha affascinato tante persone che di lui si ricordavano a malapena. Insieme a Cavour si è parlato di Vittorio Emanuele II, il re “galantuomo” perché accettò la monarchia costituzionale ma anche tanto astuto. E al proposito, vi voglio raccontare una simpatica storiella. Vittorio Emanuele II dopo la sconfitta del Piemonte, nel 1849, da parte dell'esercito austriaco, incarica il suo primo ministro, Cavour di preparare la rivincita. Il Conte intuisce che per riuscire nella difficile impresa deve procurarsi un alleato potente, e punta sulla Francia. Convoca sua cugina, la bellissima Contessa di Castiglione, già amante del re, dei Doria, di alcuni banchieri e di qualche ambasciatore piemontese. Era  sposata con Francesco Verasis, conte di Castiglione e discendente da nobile famiglia astigiana, gli Asinari. Ma  lei non l'ha mai amato, anzi provava nei suoi confronti una sorta di repulsione. Insomma una personcina proprio "discreta e per bene". Cavour la prega di andare a Parigi, in missione diplomatica, alla corte di Napoleone III per dare una mano a “costruire l’Italia”. In poche parole, le mette in una borsa un po’ di bagnacauda, un po’ di fonduta, due bottiglie di Barolo e la spedisce dritta dritta nel letto dell’Imperatore francese. Il fine del conte Cavour era quello di influenzare favorevolmente Napoleone in modo da spingerlo all’alleanza col Piemonte.

Più o meno sappiamo tutti come andò a finire e non è stato certo un piatto di "bagnacauda" ad aggiustare le sorti dell'Italia ma, seppur con mezzi discutibili,  la Contessa dell'" intrigo" ebbe il suo piccolo ruolo nel processo di avvicinamento di Napoleone III alla causa italiana. Questa è una storiella che gira qui in Piemonte, liberamente tratta dai “pettegolezzi dell’epoca alla Corte dei Savoia”. Forse non è proprio andata veramente così ma tanti sono stati i protagonisti del Risorgimento riscoperti nell’anno passato di celebrazioni. Peccato, però, che a ricordarli siano soprattutto gli italiani di una certa età, quelli che il Risorgimento a scuola lo avevano studiato davvero. Negli ultimi decenni, guardando al Novecento, le origini della nostra storia nazionale sono passate in secondo piano e non sono molti i giovani che sanno quel che accadde a Curtatone e Montanara, o quale sia l’importanza della Costituzione della Repubblica Romana del 1849, matrice dell’attuale Carta Costituzionale. E che dire del più popolare dei canti?  Il Canto degli italiani che si è intrecciato con le nostre vicende storiche e politiche, l'Inno di Mameli che, con "l'elmo di Scipio" più che rappresentare Cesare imperatore rappresenta la forza, la grandezza e il  riscatto del popolo italiano. E' il richiamo alla Roma repubblicana.

Francesco Hayez - I Vespri Siciliani - 1822

(scusate, ma siccome io sono "quella dell'arte" adesso vi devo fare il solito "dispettuccio"  inserendo un dipinto).

Nella sua strofa "chiave", il canto di Mameli ricorda la vittoria dei Comuni a Legnano contro Barbarossa, la rivolta del genovese Balilla contro gli austriaci, i Vespri siciliani con cui la gente cacciò i francesi. Oggi, per capire chi o che cosa dovremmo "cacciare" dalla nostra Italia, dovremmo ritrovare valori accettabili come la moralità, l'etica pubblica, costumi più severi.

Ma ve l'immaginate un De Gasperi, un Nenni, un Togliatti a scherzare con "forza gnocca"? Una classe dirigente che ha rifondato il paese, distante anni luce da quella odierna.

E allora, come cantava De Gregori nel 1979, "Viva l'Italia, l'Italia con gli occhi aperti nella notte triste, l'Italia che resiste".

E, nonostante tutto, anche oggi VIVA L'ITALIA, L'ITALIA CHE RESISTE!

Esiste ancora la sensibilità? O è completamente passata di moda? Forse del tutto scomparsa dal patrimonio umano delle persone. E’ una domanda che spesso mi pongo, soprattutto in questi ultimi tempi. Non so se definire la sensibilità una virtù o una dote molto pesante da trasportare. Ho il sospetto, infatti che una persona sensibile o, addirittura ipersensibile, sia maggiormente esposta ad essere ferita. Non solo, ma anziché godere dell’apprezzamento altrui quale portatore (sano..) di questa rara qualità, la sua sensibilità viene considerata, dai più, una debolezza che trascende in fragilità, svantaggi che condizionano l’individuo troppo sensibile impedendogli di affrontare i problemi della vita rimanendone, a volte, sepolto. Nella modernità che contraddistingue il mondo di oggi dove tutti sono protesi a conquistarsi il proprio spazio, meglio se accompagnato da successo, ricchezza e gratificazione, la sensibilità è ritenuta una caratteristica quasi inutile. Io, invece, che moderna non lo sono affatto, la considero una qualità di grande importanza, un dono raro da conservare con maturità e consapevolezza anche se, a volte mi causa non poche  tribolazioni che lasciano il segno. Sensibile è colui che sa mettere gli altri a proprio agio, colui che non risponde ad una prepotenza con pari cattiveria, colui che sa comprendere anche quando è preda di ingiustizia e sa dare, con intelligenza e magnanimità, risposte che non inneschino altro astio o livore (…e non vuol dire assolutamente “porgere l’altra guancia”). Sensibile è anche colui che non dà tutto per scontato, che sa soffrire in silenzio, che non pretende di avere sempre ragione ma prima di reagire con acredine ascolta le ragioni altrui e sa sempre mettersi in discussione confrontandosi prima con i propri errori. Sensibile è colui che sa chiedere scusa. Sensibile è colui che mette il proprio tempo, la propria disponibilità, la propria opera a disposizione dei più deboli, dei disabili, dei bisognosi, senza preoccuparsi se non avrà un tornaconto personale. Sensibilità è la parola pronunciata al momento giusto o l’amichevole silenzio quando non esistono parole adeguate alla situazione. Sensibilità è godere di un tramonto da sogno o di un’alba gioiosa, dell’ascolto di una dolce melodia o di una canzone tanto struggente che ci riporta a momenti altrettanto romantici. Sensibilità è condividere, godendone appieno i benefici,  una buona cena, un buon vino, un sorriso, un bacio, una risata, un abbraccio, un AMORE. Sensibilità è emozionarsi fino alle lacrime guardando un’opera d’arte. Ma sensibilità è anche idealizzare e meditare troppo, con profonda serietà, su tutto ciò che merita un significato, importante o meno che sia. Nulla viene tralasciato o gettato nello stagno di palude dalla persona sensibile che, nelle circostanze più ardue, sa tirare fuori grinta e determinazione invidiabili, che altri neppure si sognano di possedere. La sensibilità, infine, tocca anche la sfera sentimentale andando ad incrementare le risorse che albergano nel cuore, raddoppiando la capacità di dare amore a trecentosessanta gradi, senza limitazioni di sorta, né di quantità né di qualità, escludendo totalmente calcoli di ritorni vantaggiosi. Da eterna romantica ed amante dell’arte quale sono vorrei riassumere il concetto di sensibilità in questa frase: “è come dipingere un affresco incantato con vivaci pennellate cariche di poesia”.

 

ETICA e MORALE o ETICA MORALE?

 

Senza scomodare grandi pensatori e filosofi, fare una distinzione netta tra etica e morale non la ritengo cosa determinante in quanto entrambe coinvolgono l’osservanza di certe regole nel rispetto assoluto di noi stessi e degli altri. Sono, insomma l’insieme dei valori che ci vincolano ad un certo comportamento, ci dicono cosa dobbiamo fare e ci spiegano perché dobbiamo farlo. Ecco che, in quanto “valori” hanno un contenuto etico che imprime un marchio di onestà alle nostre azioni. Non sono ideali astratti ma punti fermi nella nostra coscienza. Proporli e battersi per loro è un dovere, non un esercizio retorico o uno sfoggio moralistico. Senza valori non potremmo assolvere al nostro dovere, fatto spesso di sacrifici e rinunce. Davanti a questi concetti io mi sono fatta una domanda: come dobbiamo vivere? Credo non esistano depositari del sapere, o perlomeno non esistono più. Se escludiamo il grande Socrate e il suo discepolo  Platone, ci accorgiamo che siamo soli e da soli dobbiamo imparare a far fronte a questa necessità. Detto così sembra tutto molto difficile, in realtà ciascuno di noi ha in sé la capacità innata e le risorse intellettuali per far partire il ragionamento “morale”. La morale, come abbiamo visto non è altro che una riflessione che richiede due movimenti: il primo è metterci all’esterno di noi stessi, il secondo è entrare nella mente degli altri. Parliamo di morale razionale che è costituita da due componenti importanti: l’altruismo e la razionalità. Ma cosa succede quando si incontrano la RAGIONE e la PASSIONE? Alcuni di noi, tra i quali comprendo me stessa, danno più importanza alla passione, cioè allo slancio spontaneo, all’atto d’amore disinteressato, alla dedizione verso qualcuno in concreto. E’ comunque qualcosa che porta l’individuo ad agire a vantaggio degli altri, trascendendo se stesso. Questo sembrerebbe un comportamento moralmente valido eppure la forza dell’altruismo, della generosità, della passione da sola non fa la morale, ha bisogno della ragione per completarla. Vorrei soffermarmi un momento sul tema “Amore e ragione”. La ragione non può generare l’amore, lo presuppone. Non può generare la solidarietà , la presuppone. La solidarietà nasce dall’abitudine, dall’amore, dalla passione. La ragione non può far sbocciare l’innamoramento, la solidarietà, l’altruismo, la fratellanza, ma può considerarli beni preziosi da riconoscere, da accogliere, da coltivare, da proteggere, da far prosperare. Può interpretarne gli slanci, trasformarli in attività intelligente, continuativa rispetto al fine. Da questo incontro nasce la morale. Perciò mi sento di affermare che è vero che la ragione senza l’altruismo è vuota ma è altrettanto vero che l’altruismo senza ragione è cieco. C’è un bellissimo pensiero di Kant che mi ha ispirato parte di questo scritto che dice: “l’essere ragionevole deve essere sempre considerato un fine e mai un mezzo, esso è superiore ad ogni prezzo e non ammette nulla di equivalente, perché ha una dignità”. Ed ora vorrei fare una rapida carrellata su alcuni valori che per me hanno fondamento essenziale nella nostra esistenza. La sincerità  ha un prezzo che pochi sono disposti a pagare perché a volte, ci obbliga a pronunciare giudizi che possono essere sgraditi al nostro prossimo. Il quale, spesso e volentieri si attribuisce meriti che non ha e millanta qualità che non possiede. Ci vuole coraggio a manifestare il proprio pensiero, ma finchè lo camuffiamo e lo nascondiamo per viltà, per opportunismo o per calcolo, non saremo mai noi stessi e offriremo agli altri, un’immagine ambigua e falsa. La sincerità non ammette deroghe per chi  ne ha fatto una regola di vita. Dicendo ciò che può farci comodo, tradiamo noi stessi ma soprattutto, nell’istante in cui veniamo scoperti menzogneri,  perdiamo rispettabilità. E’ pur vero che, spesso, la sincerità si paga ma, alla resa dei conti, ci rende anche più battaglieri procurandoci la stima degli amici, naturalmente di quegli amici che non si lasciano fuorviare da risentimenti o pregiudizi. E qui vorrei fare mie le parole di Rousseau: “ bisogna essere sinceri per sé stessi: è un omaggio che l’uomo onesto rende alla propria dignità” . E se dell'ipocrisia siamo forse vittime sin dalla nascita , mi sento di affermare che questo vizio nasce da una doppia morale che consente all’individuo di indossare tante maschere, quindi di avere tanti volti. Moralmente privo di punti fermi, di etica e di saldi principi cui ispirarsi, tutto è disposto a concedere purchè giovi al proprio interesse. Privo totalmente di scrupoli e remore, l'ipocrita non si cura minimamente di oltrepassare i confini fra ciò che è lecito e ciò che non lo è.

In conclusione vorrei riallacciarmi al tema dei valori che costituiscono l’etica morale affermando che, unico grande giudice sarà, alla fine, solo la nostra coscienza che ci dirà: questo è giusto, questo è sbagliato.

Ma esiste davvero un ideale di virtù?

“L’UNICA COSA CHE SO E’ DI NON SAPERE” (Socrate)