scritto da francesca il 28 01 2012
Esiste ancora la sensibilità? O è completamente passata di moda? Forse del tutto scomparsa dal patrimonio umano delle persone. E’ una domanda che spesso mi pongo, soprattutto in questi ultimi tempi. Non so se definire la sensibilità una virtù o una dote molto pesante da trasportare. Ho il sospetto, infatti che una persona sensibile o, addirittura ipersensibile, sia maggiormente esposta ad essere ferita. Non solo, ma anziché godere dell’apprezzamento altrui quale portatore (sano..) di questa rara qualità, la sua sensibilità viene considerata, dai più, una debolezza che trascende in fragilità, svantaggi che condizionano l’individuo troppo sensibile impedendogli di affrontare i problemi della vita rimanendone, a volte, sepolto.
Nella modernità che contraddistingue il mondo di oggi dove tutti sono protesi a conquistarsi il proprio spazio, meglio se accompagnato da successo, ricchezza e gratificazione, la sensibilità è ritenuta una caratteristica quasi inutile.
Io, invece, che moderna non lo sono affatto, la considero una qualità di grande importanza, un dono raro da conservare con maturità e consapevolezza anche se, a volte mi causa non poche tribolazioni che lasciano il segno.
Sensibile è colui che sa mettere gli altri a proprio agio, colui che non risponde ad una prepotenza con pari cattiveria, colui che sa comprendere anche quando è preda di ingiustizia e sa dare, con intelligenza e magnanimità, risposte che non inneschino altro astio o livore (…e non vuol dire assolutamente “porgere l’altra guancia”).
Sensibile è anche colui che non dà tutto per scontato, che sa soffrire in silenzio, che non pretende di avere sempre ragione ma prima di reagire con acredine ascolta le ragioni altrui e sa sempre mettersi in discussione confrontandosi prima con i propri errori.
Sensibile è colui che sa chiedere scusa.
Sensibile è colui che mette il proprio tempo, la propria disponibilità, la propria opera a disposizione dei più deboli, dei disabili, dei bisognosi, senza preoccuparsi se non avrà un tornaconto personale.
Sensibilità è la parola pronunciata al momento giusto o l’amichevole silenzio quando non esistono parole adeguate alla situazione.
Sensibilità è godere di un tramonto da sogno o di un’alba gioiosa, dell’ascolto di una dolce melodia o di una canzone tanto struggente che ci riporta a momenti altrettanto romantici.
Sensibilità è condividere, godendone appieno i benefici, una buona cena, un buon vino, un sorriso, un bacio, una risata, un abbraccio, un AMORE.
Sensibilità è emozionarsi fino alle lacrime guardando un’opera d’arte.
Ma sensibilità è anche idealizzare e meditare troppo, con profonda serietà, su tutto ciò che merita un significato, importante o meno che sia. Nulla viene tralasciato o gettato nello stagno di palude dalla persona sensibile che, nelle circostanze più ardue, sa tirare fuori grinta e determinazione invidiabili, che altri neppure si sognano di possedere.
La sensibilità, infine, tocca anche la sfera sentimentale andando ad incrementare le risorse che albergano nel cuore, raddoppiando la capacità di dare amore a trecentosessanta gradi, senza limitazioni di sorta, né di quantità né di qualità, escludendo totalmente calcoli di ritorni vantaggiosi.
Da eterna romantica ed amante dell’arte quale sono vorrei riassumere il concetto di sensibilità in questa frase: “è come dipingere un affresco incantato con vivaci pennellate cariche di poesia”.
ETICA e MORALE o ETICA MORALE?
Senza scomodare grandi pensatori e filosofi, fare una distinzione netta tra etica e morale non la ritengo cosa determinante in quanto entrambe coinvolgono l’osservanza di certe regole nel rispetto assoluto di noi stessi e degli altri.
Sono, insomma l’insieme dei valori che ci vincolano ad un certo comportamento, ci dicono cosa dobbiamo fare e ci spiegano perché dobbiamo farlo. Ecco che, in quanto “valori” hanno un contenuto etico che imprime un marchio di onestà alle nostre azioni.
Non sono ideali astratti ma punti fermi nella nostra coscienza. Proporli e battersi per loro è un dovere, non un esercizio retorico o uno sfoggio moralistico.
Senza valori non potremmo assolvere al nostro dovere, fatto spesso di sacrifici e rinunce.
Davanti a questi concetti io mi sono fatta una domanda: come dobbiamo vivere?
Credo non esistano depositari del sapere, o perlomeno non esistono più. Se escludiamo il grande Socrate e il suo discepolo Platone, ci accorgiamo che siamo soli e da soli dobbiamo imparare a far fronte a questa necessità.
Detto così sembra tutto molto difficile, in realtà ciascuno di noi ha in sé la capacità innata e le risorse intellettuali per far partire il ragionamento “morale”. La morale, come abbiamo visto non è altro che una riflessione che richiede due movimenti: il primo è metterci all’esterno di noi stessi, il secondo è entrare nella mente degli altri.
Parliamo di morale razionale che è costituita da due componenti importanti: l’altruismo e la razionalità.
Ma cosa succede quando si incontrano la RAGIONE e la PASSIONE?
Alcuni di noi, tra i quali comprendo me stessa, danno più importanza alla passione, cioè allo slancio spontaneo, all’atto d’amore disinteressato, alla dedizione verso qualcuno in concreto. E’ comunque qualcosa che porta l’individuo ad agire a vantaggio degli altri, trascendendo se stesso. Questo sembrerebbe un comportamento moralmente valido eppure la forza dell’altruismo, della generosità, della passione da sola non fa la morale, ha bisogno della ragione per completarla.
Vorrei soffermarmi un momento sul tema “Amore e ragione”.
La ragione non può generare l’amore, lo presuppone. Non può generare la solidarietà , la presuppone. La solidarietà nasce dall’abitudine, dall’amore, dalla passione. La ragione non può far sbocciare l’innamoramento, la solidarietà, l’altruismo, la fratellanza, ma può considerarli beni preziosi da riconoscere, da accogliere, da coltivare, da proteggere, da far prosperare. Può interpretarne gli slanci, trasformarli in attività intelligente, continuativa rispetto al fine. Da questo incontro nasce la morale.
Perciò mi sento di affermare che è vero che la ragione senza l’altruismo è vuota ma è altrettanto vero che l’altruismo senza ragione è cieco.
C’è un bellissimo pensiero di Kant che mi ha ispirato parte di questo scritto che dice: “l’essere ragionevole deve essere sempre considerato un fine e mai un mezzo, esso è superiore ad ogni prezzo e non ammette nulla di equivalente, perché ha una dignità”.
Ed ora vorrei fare una rapida carrellata su alcuni valori che per me hanno fondamento essenziale nella nostra esistenza.
La sincerità ha un prezzo che pochi sono disposti a pagare perché a volte, ci obbliga a pronunciare giudizi che possono essere sgraditi al nostro prossimo. Il quale, spesso e volentieri si attribuisce meriti che non ha e millanta qualità che non possiede. Ci vuole coraggio a manifestare il proprio pensiero, ma finchè lo camuffiamo e lo nascondiamo per viltà, per opportunismo o per calcolo, non saremo mai noi stessi e offriremo agli altri, un’immagine ambigua e falsa.
La sincerità non ammette deroghe per chi ne ha fatto una regola di vita. Dicendo ciò che può farci comodo, tradiamo noi stessi ma soprattutto, nell’istante in cui veniamo scoperti menzogneri, perdiamo rispettabilità.
E’ pur vero che, spesso, la sincerità si paga ma, alla resa dei conti, ci rende anche più battaglieri procurandoci la stima degli amici, naturalmente di quegli amici che non si lasciano fuorviare da risentimenti o pregiudizi.
E qui vorrei fare mie le parole di Rousseau: “ bisogna essere sinceri per sé stessi: è un omaggio che l’uomo onesto rende alla propria dignità” .
E se dell'ipocrisia siamo forse vittime sin dalla nascita , mi sento di affermare che questo vizio nasce da una doppia morale che consente all’individuo di indossare tante maschere, quindi di avere tanti volti.
Moralmente privo di punti fermi, di etica e di saldi principi cui ispirarsi, tutto è disposto a concedere purchè giovi al proprio interesse. Privo totalmente di scrupoli e remore, l'ipocrita non si cura minimamente di oltrepassare i confini fra ciò che è lecito e ciò che non lo è.
In conclusione vorrei riallacciarmi al tema dei valori che costituiscono l’etica morale affermando che, unico grande giudice sarà, alla fine, solo la nostra coscienza che ci dirà: questo è giusto, questo è sbagliato.
Ma esiste davvero un ideale di virtù?
“L’UNICA COSA CHE SO E’ DI NON SAPERE” (Socrate)