Brava la Trona! La vende el palco più caro de la mona…
Immediata la risposta di Cecilia Tron che seduta accanto al nobile consorte, ribatte prontamente: La Trona, la mona, la dona! La signora Tron, il suo sesso, lo dona! Vediamo ora all’etimologia della parola “secondo” il giovane ricercatore veneto, Luca D'Onghia, ha pubblicato un saggio in cui svela l'etimologia della parola 'mona', termine che in veneto indica sia l'organo sessuale femminile sia una persona sciocca. Lo scrive oggi il Gazzettino. Il tema ha provocato all'autore qualche problema con i professori della Normale di Pisa, perché non è stato semplice concepire un titolo che accontentasse tutti. Gli austeri insegnanti avrebbero preferito "Un'esperienza etimologica veneta", ma alla fine D'Onghia ha scelto "La storia di mona”. L’autore del saggio, giovane ricercatore, veneto per parte di madre (e dunque dotato, parole sue, di "competenza passiva" in materia); mette in campo le sue notevoli competenze nella letteratura dialettale del Rinascimento (negli anni scorsi ha pubblicato le edizioni critiche commentate del Saltuzza di Andrea Calmo e della Moschetta di Ruzante), per contestare le etimologie che finora andavano per la maggiore: una faceva derivare il termine "mona" dal latino "mea domina", mia signora, mia padrona, da cui viene anche Madonna; la seconda, accreditata dall’importante firma di Manlio Cortelazzo, faceva risalire il termine al greco "bunion", e poi "muni" cioè monte, collinetta, da cui "monte di Venere". «Il problema ,spiega D’Onghia , è che fino al Cinquecento proprio "Monte di Venere" indicava una zona della mano, e non la parte del corpo che designa adesso. Ma c’è anche una ragione generale che mina la credibilità di questa etimologia: non esistono casi di lingue in cui i nomi popolari degli organi genitali derivino da prestiti di altre lingue: di solito a questo scopo si utilizzano delle metafore, che poi si cristallizzano nell’uso»... È il caso dell’altro nome dello stesso organo, che deriva dal frutto del fico; o di quello maschile, che sarebbe un’evoluzione del latino "cattia", mestolo, per... la sua forma e consistenza. Quale sarebbe, dunque, per lo studioso, l’origine del termine? Esso deriverebbe dall’arabismo "maimun", diffuso in tutte le lingue neo latine, per indicare la scimmia, ma anche la gatta. «Era stato d’altronde lo stesso Marco Polo ,osserva D’Onghia, a raccontare del "gatto mammone" che in realtà era una scimmia che assomigliava a un felino. Scimmia poiché animale peloso, come l’"oggetto" in questione, ma anche simbolo del peccato di lussuria, nell’iconografia cristiana». Un’ipotesi che allineerebbe l’uso dialettale veneziano al francese ("moniche/ mouniche"), al castigliano ("maimón"), al catalano ("maimó") e alle voci di gergo statunitensi "monkey" e "monkey box". Ma la metafora animale per indicare l’organo sessuale femminile è largamente diffusa, in Italia e fuori: basti pensare a "topa", "sorca", "passera", "farfalla", o al francese e all’inglese, con "chatte", "cat" e "pussy". «Oltretutto la scimmia aveva uno status molto particolare, nel Rinascimento e a Venezia: erano animali presenti negli spettacoli e nelle piazze, costosi e pregiati, un vero e proprio status symbol, come testimonia Marin Sanudo nelle sue cronache». «L’esempio più antico che munì come "organo sessuale femminile" , scrive D’Onghia , si trova, infatti, dove forse non si cercherebbe mai, tra gli scritti del viaggiatore, informatore politico e cronista fiorentino Benedetto Dei (1418-1492)».. Anche il secondo significato di "mona", cioè uomo sempliciotto e leggero, deriva dall’accezione appena descritta: «Si definiva in quel modo l’uomo che faceva lo stupido come una scimmia, e "monade" erano i gesti leziosi compiuti dall’animale. Anche in questo caso si ripropone la tendenza del linguaggio popolare di indicare con termini derivati dagli organi sessuali comportamenti particolarmente negativi, o anche - al contrario - positivi».. Basti pensare alla "cazzata", alla "minchiata", o - specularmente - alla "figata". D’Onghia dice di essersi molto divertito a scrivere il libro, ma - aggiunge - «spero di non perdere rispettabilità agli occhi degli studiosi». Forse può stare tranquillo: non è capitato neppure a Gustave Courbet, che nel 1866 immortalò lo stesso soggetto nel dipinto "L’origine del mondo"...
Che cosa è l’amore?
Tutti utilizziamo facilmente la parola “amore”: Amo il mio paese, il mare,quel
libro, la natura, Dio.
Ma come definire questa parola?
Amare qualcuno, dormirci insieme, lo scambio emotivo, l'amicizia, è questo quello che
intendiamo per amore?
Ahhh…l'amore: questa parola che sfugge a una netta distinzione, che cambia
spesso identità nel tempo, come le mode o i gusti. Se ci pensiamo bene, non è
mai stato un vocabolo, come tanti altri. Per esempio, prendiamo “bicchiere”,
oppure “rabbia”, questi non sono così aleatori come il primo.
Da sempre, il bicchiere, se pur con forme diverse, è sempre stato quel
piccolo contenitore che si usa per bere, e la rabbia, a prescindere da cosa è
stata provocata, è un accesso d'ira, che ogni essere umano ha sempre provato.
Mentre l'amore che cosa è?
Si dice che il “cuore”, sia la cassaforte dei sentimenti, costruisce il mondo
in base alle sue ragioni come un mondo di “valori”.
La nostra vita deve essere sostenuta da dei valori che abbiamo a mente e che ci conducono nel nostro
cammino nel tempo. Ma, oggi, come definiamo il valore “amore”:
un sentimento che, se preso sul serio, implica un considerevole impegno perché
amore è soprattutto “dare” e non ricevere?
(Il malinteso più comune è che “dare” significhi “cedere” qualcosa, essere privati,
sacrificare…)
Però non dimentichiamo l’altra metà che è il saper ricevere e apprezzare quello che l’altro ci dà.
L'amore è capace di tutto. E' coraggioso, umile e orgoglioso, non si nasconde e non si esibisce.
Alla fine, è sempre e solo l'amore che è in grado di darci le emozioni più profonde, gli stimoli più grandi, la principale ragione di vivere; ed è l'amore che ci commuove più di ogni altra cosa, nella fantasia come nella realtà.
L'amore è un sentimento? E' un’emozione? E' piacere e desiderio?
Amare…in senso lato…allunga la vita!
La conclusione dopo una serie di ricerche di scienziati australiani :
“Chi ama vive di più. Sospende il tempo”
Non solo amore romantico e carnale ma ogni attività in cui si è totalmente
concentrati.
E chi non ama nessuno? ………………….Meditazione.
Chi ama, vive di più e meglio.
Non è un proverbio ma il risultato di
una serie di ricerche passate al vaglio da scienziati australiani. L’amore non
sarà tutto nella vita, ma di certo aiuta anche a vivere più a lungo, perché
rallenta l’orologio biologico. E questo spiega in parte perché le donne sono
più longeve, aggiungono i ricercatori australiani.
Il professore di medicina complementare Marc Cohen ,dell’università di
tecnologia di Melbourne, ha spiegato in una conferenza su salute e longevità a
Brisbane, che vi sono evidenze multiple per affermare che l’amore, specie se abbondante, è un fattore primario di lunga vita e di alta qualità.
Ha sottolineato però che non si riferisce solo all’amore romantico e carnale,
ma lo definisce come ogni attività che ci fa sentire come se il tempo si sia fermato.
Quindi chi ama il giardinaggio, o la
pittura, o i videogiochi, e vi s’immerge al punto di dimenticarsi di mangiare,
si apre la strada verso la longevità.
Questo spiega anche perché le donne generalmente vivono più a lungo degli
uomini.
Le donne operano con i bambini che hanno bisogno d’amore, la loro occupazione
principale è l’amore. È logico che vivano di più, perché nella loro vita c’è
più amore...
Lo studioso ha citato una ricerca negli
Stati Uniti in cui i conigli accarezzati e coccolati dagli assistenti di
laboratorio vivono il 60% più a lungo degli altri, alimentati con la stessa
dieta ad alto contenuto di grassi.
(“ragazzi” liberiamoci del coniglio e occupiamone il posto!)



