scritto da francesca il 24 09 2011
IMMAGINE-ARTE-E-TURISMO Appassionato lettore di Dante, ispirato dal suo pensiero, accompagnato da inquietudini e ansia di rinnovamento, suggestionato in giovinezza dalla predicazione di Savonarola,  Michelangelo Buonarroti imprime lo stampo della personalità in un dominante umanesimo che esprime ammirazione per l’uomo in tutte le manifestazioni idealizzandolo in tutta la sua bellezza e nell’espressione di qualsiasi forma di sentimento. Durante il corso della sua lunga vita, il pensiero e i  sentimenti  di Michelangelo, si manifestarono anche sotto forma di liriche,  senza, peraltro,  avesse egli intenzione di pubblicare le sue poesie. Forse ispirato dal Petrarca ma senza adottare la stessa armonia di versi egli si affida a concetti formali , conditi  spesso, da oscurità e asprezze riferite anche al proprio mestiere faticoso e solitario. Immaginiamolo alle prese con gli affreschi della volta Sistina, allorquando, con i colori che gli colano negli occhi, l’artista compone, lì per lì, alcuni versi di tono autoironico: La barba al cielo e la memoria sento/ in sullo scrigno e il petto fo d’arpia/ e il pennel sopra il viso tuttavia/ mel fa, gocciando un ricco pavimento. Ma già prima di porre mano al “Giudizio universale”, Michelangelo si era concentrato esclusivamente, in pittura e in scultura, sul tema della figura umana. E’ questo il carattere più evidente della grandiosa interpretazione dei fatti e degli eroi dell’Antico Testamento, da lui fornita nella volta ad affresco della Cappella Sistina; vi si avverte, soprattutto negli “ignudi” un entusiasmo per la perfezione corporea ricollegabile alla dottrina neoplatonica, che intendeva la bellezza come presenza dello spirituale nella materia, riflesso dell’ineffabile splendore divino nella creatura umana. Autentico e severo, il cattolicesimo di Michelangelo non fu però privo di perplessità, turbamenti e paure. Era una religiosità esigente accompagnata da inquietudini e da ansia di rinnovamento. Mentre dirigeva i lavori della cupola di San Pietro, da lui concepita  come simbolo dell’ascensione dell’anima verso Dio, Michelangelo attendeva ad altre opere, non per commissione, ma per sé stesso: il gruppo marmoreo della PIETA’ nel Duomo di Firenze, dove si dice si sia ritratto nella dolente figura di Nicodemo, e un’altra PIETA’ ancora, quella detta RONDANINI, oggi a Milano, nel Museo del Castello Sforzesco. Ed è di quest’ultima scultura che voglio parlarvi, avendola rivista recentemente in un’ennesima  “scorribanda” artistica nella mia  Milano. Nella sala dove è posta la statua c’è una cassapanca, mi ci sono seduta ma l’irrefrenabile istinto che lavorava nella mia mente mi portava ad alzarmi spesso per avvicinarmi e notare un particolare, di volta in volta nuovo, sconosciuto. Le emozioni, alternandosi alle incomparabili sensazioni mi hanno obbligata ad  osservarla per parecchio tempo, abbandonandomi alla contemplazione di questo capolavoro incompiuto, quasi fosse una sorta di testamento di Michelangelo. Ho immaginato l’artista di fronte al suo  marmo, pensieroso, fendendolo a tratti con colpi di scalpello,  uomo fragile, chiuso nell’ennesimo dilemma, quasi a voler cavare da quel marmo la risposta al mistero, senza trovare una spiegazione  alla domanda sul dolore e la morte. Alla PIETA’ RONDANINI, Michelangelo lavorò fino agli ultimi giorni, nella sua povera casa romana al Macel de’ Corvi; il marmo rimase incompiuto allorché, il 18 febbraio 1564, l’artista ottantanovenne trapassò “dall’orribil procella in dolce calma”. Nello stato attuale dell’opera, testimonianza del “non finito” o del “non finibile” michelangiolesco, Maria sovrasta e si stringe al Figlio morto, da lei sorretto con un gesto di protezione e di amore. Entrambe le figure si levano verso l’alto e, nel loro tendere a una sorta di annichilimento corporeo, si fanno simili a un unico, sottile e corroso fantasma marmoreo. Struggente sono dolore e disperazione cui mescola tenerezza nell’affettuoso gesto di una madre che cerca quasi di accogliere in sé, in un estremo disperato tentativo di soccorrerlo, quel figlio che Michelangelo ha scolpito come se fosse incassato nel corpo della Vergine. Michelangelo ha saputo rappresentare l’angosciosa solitudine di        quel momento quando tutto sembra sia finito e l’immolazione del Figlio sia stata una tragedia inutile. L’attrazione che ho provato per questa scultura mi ha suscitato stupore e meraviglia; ho capito che la “bellezza” assoluta si può trovare anche in un’opera d’arte incompiuta, anche quando non esistono levigature e addirittura le forme anatomiche sembrano disarmoniche nel loro insieme. Termino con una significativa frase del Vasari: “fosse che il giudizio di quello uomo fussi tanto grande, che non si contentava mai di cosa che è facessi..”. Chissa mai cosa avrebbe “estratto” se ne avesse avuto il tempo, sicuramente avrebbe fatto “parlare” il marmo, come in tutte le sue opere scultoree. Francescagif
scritto da rosaria3.na il 21 09 2011

cornici-fioccofiori narr e poesie

Riecco Giulio, con la sua "ritrovata" penna, dopo la pausa estiva,  che ci propone uno dei suoi ricordi  di fanciullezza  sempre in  maniera semplice,  piacevole e scorrevole.

 

Restando in tema attuale , dove in molti si danno da fare a fregare questo Stato, mi è venuto alla mente un episodio. Forse, se avessi seguito il mestiere di ladro, chissà che vita  agiata avrei  fatto. chierichetto_300        Quando ero ragazzino fare il chierichetto era un piacere. Abitavo vicino alla chiesa e, al primo tocco del campanile, mia madre mi preparava in fretta, altrimenti il prete bussava alla porta. Eravamo un gruppetto di amici e ci contendevamo il primato delle caramelle. Infatti il prete aveva  appiccicato un grosso foglio al muro sul quale vi erano scritti tutti i nomi dei chierichetti. Ogni messa  un puntino rosso che voleva dire: una caramella di premio. Eravamo già cretini a quel tempo. Ma, sapete, trenta caramelle al mese  erano tante. Con i tempi che correvano ne toccavano anche alla mamma e alla nonna.       La povertà era in tutte le famiglie, quella del mio amico era preoccupante. Se sua madre faceva il desinare, saltava la cena. Il sabato, giorno di cottura del pane, le altre donne le donavano un po’ del loro impasto. Così faceva qualche panetto in più.      Una domenica, in cui si festeggiava il Santo Patrono, la chiesa era piena di gente. Al momento dell'offertorio,  il prete ci fece segno di fare il giro con l'apposita borsa fra i fedeli , i quali donavano il loro obolo. Si portarono in sacrestia le borse piene di monete. Il mio amico furtivamente si riempì una tasca di spiccioli e, al termine della Mesa li portò alla sua mamma. Io, cretino come ho detto sopra, l'accompagnai.      Vi potete immaginare gli urli della povera donna; ci prese entrambi per le orecchie e ci portò al cospetto del prete.  La refurtiva fu restituita. Il parroco non disse niente. Nero come un corvo, annuiva alle scuse della mamma  del mio amico. Non capiva che il gesto del bambino era dettato dalla povertà: voleva aiutare la mamma.      Il paese è piccolo e la gente mormora. Quel giorno di festa, non solo saltai il desinare, ma anche la cena. Ricordo mio padre che tuonava :-Quanto è ladro chi ruba, che chi para il sacco-      Piansi tutta la notte . Capii però che, anche se la mamma dell'amico era poverissima, non si doveva rubare.      Però, anche se bambino, vidi che, dalla borsa del prete , non usci nessuna moneta .

Giulio