scritto da rosaria3.na il 15 08 2010

Lettera ad un amico che... Da pochi minuti ho appreso una tristissima notizia: non ci sei più!!! Che bruttissima sensazione, che morsa allo stomaco, che schiaffo in pieno viso...che senso di vuoto! Ti conoscevo da più di un anno, da subito era scattata una forte empatia...e rimando indietro il tempo come in una moviola..quante chiacchierate interessanti, quante risate, quante volte mi hai dato consigli, conforto, appoggio. Tu, che ti autodefinivi burbero, eri la persona più disponibile e affettuosa che potesse esserci. Parlare con te era bellissimo...ti ricordi quando ti dicevo: “ unni ti si tocca soni!”( dove ti si tocca suoni è un modo dialettale siculo per dire : intendersi di tutto).

Non c'era argomento di cui non parlavi con cognizione di causa e con appropriatezza di notizie, non eri mai un ciarlatano. Spesso rimanevo come i bambini con l'espressione stupita e incantata ai tuoi racconti, alle tue esperienze di vita ed era bellissimo lasciarsi trasportare in atmosfere lontane e sconosciute. Viaggiavano i nostri discorsi sulle stesse onde, ci infervoravamo, ci indignavamo, ci arrabbiavamo, e allo stesso modo sorridevamo, e ci esaltavamo per le stesse cose, anche se il taglio che davamo ai nostri discorsi era diverso: tu Cartesiano  inossidabile, io un po' più idealista. Ma riuscivamo sempre con una tale facilità a dirci: ti voglio bene! Poi c'erano anche i discorsi più personali, le malattie,  i sospetti, le paure, i progressi, le speranze...anche questo terreno ci trovava compagni di viaggio. E c'era pure la spensieratezza, la leggerezza... le barzellette, i giochi, i tornei e le coppe vinte da tua moglie ...tutti i films che mi hai regalato. E adesso...mi piacerebbe pensarti nel posto più bello che c'è...su una stella, in un bosco, su un'alta vetta delle Ande, su una barca a vela nel mare più blu, su un'isola selvaggia...di sicuro sei nei pensieri di chi ti ha conosciuto, voluto bene e apprezzato. S'incontrano milioni di persone nella vita...ma alcune lasciano un'impronta speciale. E non mi si venga a dire che Eldy  è una realtà virtuale, dove tutto è finzione, che basta spegnere il pc e tutto svanisce...per me non è affatto così, con molte persone il rapporto è vero, autentico...come autentico e reale il dolore che sto provando. Ciao Antonio, ciao amico mio..ti voglio bene, dal cuore e con il cuore! Sono sicura ti arriverà. Vera- Semplice

Un..BUON VIAGGIO A TE E...UN FORTE  ABBRACCIO alla tua famiglia anche da tutta la "banda di  Incontriamoci"

Aggiungo un "desiderio" formulato da Natalina

Natalina ha espresso il desiderio di rivolgere  un caro saluto ad Antonio che ha intrapreso questo “lungo viaggio” e allo stesso tempo vuole esprimere il suo cordoglio alla famiglia; lo fa con alcuni pensieri di Sant’Agostino.

-Non si perdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in colui che non si può perdere.

-Non rattristiamoci di aver perso una persona cara, ma ringraziamo di averla avuta.

 -Non piangete la sua assenza, sentitevi vicino e parlategli ancora. Vi amerà dal cielo come vi ha amati sulla terra.

 -Coloro che ci hanno lasciati non sono degli assenti, sono solo degli invisibili: tengono i loro occhi pieni di gloria puntati nei nostri pieni di lacrime. Natalina

si miscellanea

giornaleDue storie simili , ma, allo stesso tempo, in antitesi tra loro, che la nostra attenta lettrice Lieta ci propone ancora una volta. logo avvenire

Sono entrambe estrapolate dal quotidiano “L’Avvenire” e riguardano entrambe  “il dono della vita”.  Nella prima si evince l’insoddisfazione e la stanchezza di fronte alle asperità cui  essa spesso ci sottopone  e quindi ci si chiede se sia giusto chiedere a Dio di "privarci della vita"; nella seconda, invece, l’opposto: pregare  affinchè la vita continui.

Leggete e a voi le riflessioni del caso.

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30 luglio

1)  IL DONO DELLA SCONTENTEZZA

SALVATORE MANNUZZU  Cara Madre, è lecito chiedere a Dio di toglierci la vita? Io penso Gli si possa confidare - se davvero ci capita - che non riusciamo più a vivere: e che ci rimettiamo a Lui. Sì, forse a coloro che si sentono allo stremo è permesso raccontarlo a Dio, dicendoGli che non ne possono più e non vedono l’ora che finisca: purché intanto si abbandonino alla Sua volontà («Passi da me questo calice...») Ma la più alta virtù credo consista nell’accettare la vita, quella che è; e più la vita morde e diventa terribile, più si rafforza il merito di chi l’accetta.  L’alternativa è stancarsi di accettarla: accontentandosi magari della propria scontentezza. Senza cercare di ricavarne un bene. Ricordiamo la parabola evangelica dei talenti? La parabola su ciò che ci è stato dato e dobbiamo mettere a frutto altrimenti siamo in peccato? Ecco, uno dei talenti che abbiamo ricevuto, forse il più grande di tutti, è la scontentezza: sì, anche l’infelicità, la disgrazia.  Questo è il dono ultimo e più importante, con la benedizione di Dio. Arrenderci di fronte alla nostra condizione di precarietà senza investirla in vita, senza investirla in domande di senso, è una tentazione fortissima, alla quale non dobbiamo cedere mai (e alla quale, invece, spesso noi cediamo).

 

 2)  LA FORZA DELLA FEDE 29 luglio Il 12 settembre 2009 l’arresto cardiaco e, contro ogni previsione, la vita che riprende in stato vegetativo. Infine dopo mesi il ritorno alla coscienza. I proventi del volume a opere di carità «Così per Caterina abbiamo preso d’assalto il cielo» Nel libro di Socci il coma della figlia e la gioia del risveglio. E’ l’incredibile storia di un mondo unito in preghiera. DI LUCIA BELLASPIGA « La mattina di quel 12 set­tembre ero baldanzoso come un bambino e non sapevo che Caterina, la mia Cateri­na, doveva morire quella sera stes­sa. Era scritto che alle 21,30 sarebbe finito il mondo. Per me. Per sempre. O sarebbe cominciato un nuovo mondo». Inizia così, senza preavvi­so (come la gran parte delle tragedie) la tragedia di Caterina Socci, stu­dentessa 24enne il cui cuore una se­ra senza alcun motivo si stanca di battere. Mancano dodici giorni alla sua laurea e in famiglia la vita sem­bra procedere senza sussulti, addi­rittura gioiosa («Non c’è nessuno più felice al mondo!», afferma quel mat­tino suo padre), tanto che la madre, con il buon senso di tutte le Cas­sandre, sorride allarmata: «Non dir­lo, per carità... Non si sa mai cosa ci riserva la vita». E difatti quella sera di quasi un anno fa «il telefono squil­lò alle 21 ,30 ». Comincia con uno squillo di telefo­no la gran parte delle storie di ra­gazzi (sono migliaia in Italia) che, per un incidente d’auto o uno scher­zo del cuore, cadono in stato vege­tativo. E con la sentenza di medici che non lasciano speranza: «Le han­no tentate tutte per rianimarla, or­mai stanno mollando»... Col suo risveglio Caterina ha con­traddetto la scienza. Poi lo ha rifat­to pronunciando una notte la paro­la della rinascita, «mamma». Ora la battaglia resta lunga e difficile, ogni giorno forse un piccolo progresso, «ma l’unica cosa certa è il lieto fine, perché vince sempre Lui», conclu­de suo padre. «Comunque vada». Anche se Caterina restasse inchio­data per sempre al suo letto, inca­pace più di cantare come faceva u­na volta, di correre o anche solo di vedere. Ferma sempre a dodici gior­ni dalla sua laurea. Parole vertigi­nose, «così pesanti da dire...», ma che grondano dolore e magnificen­za. La lezione, ancora una volta, gli viene da Caterina, che alla scom­parsa di don Giussani aveva scritto l’unica verità: la morte non ha l’ul­tima parola. «Nel mio blog sono entrate 8.000 lettere, anche di non credenti» C’è persino chi, malato terminale, ha dedicato le proprie sofferenze alla sua guarigione, e chi si è offerto al suo posto. Tante le conversioni e le testimonianze di speranza «La cosa che ho imparato? A prendere alla lettera il comandamento di Gesù che ci chiede di importunarlo per essere esauditi. Mi sono fatto mendicante, busserò tutta la vita».
L’immagine di Caterina scelta per illustrare la copertina del libro dedicato alla sua vicenda

L’immagine di Caterina scelta per illustrare la copertina del libro dedicato alla sua vicenda

In “Caterina, diario di un padre nel­la tempesta”  (Rizzoli) Antonio Soc­ci, noto giornalista, racconta il tra­vaglio di questa sua figlia tenera­mente amata, ma è subito evidente che la cronaca del suo calvario è so­lo un pretesto per dire molto di più: di quanto accade nel letto di Cate­rina si sa poco, lo stretto indispen­sabile (dal primo capitolo, quando leggiamo che incredibilmente do­po un’ora e mezza il suo cuore si è rimesso in moto, solo a pagina 189 scopriamo che oggi 'si è svegliata dal coma ed è cosciente'). Caterina non è la protagonista, è l’espedien­te: il perno, il motore immobile in­torno al quale si genera il vero mi­racolo da raccontare. Da quel 12 set­tembre 2009, infatti, un popolo im­menso si è mosso attorno a lei, mi­gliaia di persone che non l’hanno mai conosciuta hanno rivolto una supplica a Dio, hanno camminato accanto a un padre e una madre nel­la tempesta. Più di uno addirittura (e sono le lettere più toccanti) es­sendo malato terminale ha offerto le proprie sofferenze in cambio della guarigione di Caterina, qualcun al­tro i suoi ultimi mesi di vita purché lei riaprisse gli occhi. «Ho chiesto a Gesù di darmi la vostra croce per un po’. Vorrei essere il vostro cireneo», ha osato una madre.

Socci racconta tutto questo con commosso stupore, certo del fatto che il sacrificio di Caterina (e di tan­ti altri figli come lei) è origine e cau­sa di insperate conversioni: «Quale mondo perverso stanno salvando i ragazzi e le ragazze crocifissi in que­sto reparto di rianimazione?». Non vite inutili, dunque, ma «le truppe scelte da Gesù in persona, i temera­ri, gli avventurieri del suo amore sconfinato». All’indomani dell’arresto cardiaco, mentre di ora in ora la paura della morte lascia spazio a un incubo non meno spaventoso, quello di «danni immensi, devastanti, probabilmen­te irrecuperabili», è Socci stesso che chiama a raccolta chiunque possa offrire la forza della preghiera, ma poi la marea monta spontanea: ot­tomila e-mail irrompo­no nel suo blog, gli rac­contano di figli che ce l’hanno fatta contro o­gni previsione dei medi­ci, lo implorano di non cedere, gli offrono la propria preghiera anche di non credenti ('Un giorno, quando potrò, racconterò quante per­sone che si dicono atee o agnostiche, per tene­rezza verso Caterina, in queste ore hanno rico­minciato a pregare', scrive Socci). Ce lo ripete al telefono, seduto accanto a lei: «La mia figlia crocifissa ha convertito tante perso­ne ». E prima di tutti ha convertito lui, fervente cattolico ma «fino a quel 12 settem­bre diverso da oggi». La cosa che ha più imparato in questi mesi «è a prendere alla lettera l’insistenza di Gesù che nel Vangelo ci dice di chie­dere, di importunarlo per essere e­sauditi. Gesù si fa strappare lette­ralmente i miracoli, a iniziare da Ca­na quando a insistere è Maria. Pri­ma io supplicavo, chiedevo grazie, ma in fondo restava sempre un ato­mo di scetticismo, quasi che la pre­ghiera fosse un messaggio in botti­glia gettato nel mare... Fino al 12 set­tembre pensavo: lui può tutto, se vuole la guarirà. Ora invece mi so­no fatto mendicante, chiederò e busserò fino all’ultimo respiro. È questa la mia conversione». C’è un uomo più potente di Dio - ricorda il Curato d’Ars - , ed è l’uomo che pre­ga. 'Il regno dei Cieli appartiene ai violenti', ci provoca il Vangelo. «Dunque noi abbiamo preso d’as­salto il Cielo», confessa Socci. Attraverso le tante lettere che ripor­ta, incontriamo un numero impres­sionante di storie di speranza, di fi­gli dati per persi dalla neurologia e invece risvegliati ('Ai medici dispe­rati io rispondevo con una totale fi­ducia nel loro lavoro - scrive una madre - , li incoraggiavo dicendo che stavo pregando per loro, per le loro mani'), o invece di genitori che in si­lenzio, senza apparire sui giornali, eroicamente amano i loro ragazzi addormentati, senza aspet­tarsi in cambio neanche un battito di ciglia. «Sono loro che mi hanno consolato, mi hanno scritto di lottare an­che contro l’evidenza, di pregare da mattina a sera. Non immaginavo potesse e­sistere qualcosa del genere». È soprattutto per loro che è nato questo libro (50mila copie e cinque edizioni nelle prime due settimane), «per ringraziare i tantissimi cui non ho potuto ri­spondere - spiega Socci - . E poi per restituire un patrimonio di testimo­nianze che non potevo tenere solo per me, perché tanti altri genitori hanno bisogno di sapere che quan­do tutto sembra perduto c’è ancora qualcosa da fare, pregare, pregare e pregare». Ma anche per far cono­scere quegli eroi silenziosi, «genito­ri speciali che portano croci incre­dibili ». Infine tendere una mano concreta ai sofferenti: «Il dolore del mondo è un oceano sconfinato. Se facciamo la nostra piccola parte, al resto pensa la Madre dolce e bene­detta. Con i diritti d’autore di que­sto libro aiuterò, finché avrò respi­ro, opere missionarie e di carità». Proposti da      5b0b05e2d4d22d3c4d9cf0628dc52a2b