scritto da francesca il 25 11 2020
Io canto le donne prevaricate dai bruti, la loro sana bellezza, la loro “non follia”, il canto di Giulia, io canto riversa su un letto la cantilena dei salmi, delle anime “mangiate”, il canto di Giulia aperto portava anime pesanti, la folgore di un codice umano disapprovato da Dio. Canto quei pugni orrendi dati sui bianchi cristalli, il livido delle cosce, pugni in età adolescente, la pudicizia del grembo nudato per bramosia. Canto la stalla ignuda entro cui è nato il “delitto”, la sfera di cristallo per una bocca “magata”. Canto il seno di Bianca ormai reso vizzo dall’uomo, canto le sue gambe esigue divaricate sul letto, simile ad un corpo d’uomo era il suo corpo salino, ma gravido d’amore come in qualsiasi donna. Canto Vita Bello che veniva aggredita dai bruti, buttata su un letticciolo, battuta con ferri pesanti e tempeste d’insulti, io canto la sua non stagione di donna vissuta all’ombra di questo grande sinistro, la sua patita misura, il caldo del suo grembo schiuso, canto la sua deflorazione su un letto di psichiatra, canto il giovane imberbe che mi voleva salvare. Canto i pungoli rostri di quegli spettrali infermieri, dove la mano dell’uomo fatta villosa e canina sfiorava impunita le gote di delicate fanciulle, e le velate grazie toccate da mani villane. Canto l’assurda violenza dell’ospedale del mare, dove la psichiatria giaceva in ceppi battuti,di tribunali di sogno, di tribunali sospetti. Canto il sinistro ordine che ci imbrigliava la lingua, e un faro di marina che non conduceva al porto. Canto il letto aderente che aveva lenzuola di garza, e il simbolo-dottore perennemente offeso, e il naso camuso e violento degli infermieri bastardi. Canto la malagrazia del vento traverso una sbarra, canto la mia dimensione di donna strappata al suo unico amore, che impazzisce su un letto di verde fogliame di ortiche. Canto la soluzione del tutto traverso un’unica strada, io canto il miserere di una straziante avventura, dove la mano scudiscio cercava gli inguini dolci. Io canto l’impudicizia di quegli uomini rotti alla lussuria del vento che violentava le donne. Io canto i mille coltelli sul grembo di Vita Bello, calati da oscuri tendoni alla mercé di Caino, e canto il mio dolore d’esser fuggita al dolore per la menzogna di vita, per via della poesia.------------------------------------------------------------------------- Alda Merini
scritto da francesca il 21 11 2020
Non intendo disturbare coloro che sovente si avvicinano alla chiesa. Ognuno faccia quello che crede. Quello che vi racconto è un fatto veramente accaduto in un villaggio vicino, il Curato, Prete, Monsignore...chiamatelo come volete, non aveva fama di uomo generoso. Intorno alla Pieve, c'era un appezzamento grande di terra quasi tutto coltivato; solo verso monte cresceva un piccolo bosco.E proprio nel folto degli alberi, c'era la capanna del contadino che curava tutto il terreno. Una mattina, la perpetua, visto che l'uomo aveva lavorato tanto, chiese a Monsignore se poteva invitarlo a pranzo, il religioso esitò un po', poi annuì : " Che si tolga i vestiti sporchi e che si lavi bene le mani." A mezzogiorno preciso, la perpetua chiamò il contadino spiegandogli cosa doveva fare e che era loro ospite. Ripulitosi alla meglio, entrò in casa togliendosi il cappello e ichinandosi salutò . La perpetua gli indicò il suo posto e si misero tutti e tre a tavola. Un vassoio pieno di cose buone era posato davanti a lui. Con gli occhi frugava fra le patate arrosto e, una bistecca grande era proprio vicino a lui. Ma aspettava che Monsignore recitasse la consueta preghiera: "Ti ringraziamo Signore del cibo che ci dai...". Il Reverendo si accorse che il pezzo di carne più grosso era dalla parte del contadino; fece cenno di sedersi e poi disse: " Sono felice che tu sia a questa mensa figliolo, vedi, devi sapere che , bello sarebbe girare, girare e girare il mondo, conoscere i costumi e le usanze degli altri popoli". Intanto, così dicendo, aveva girato il vassoio con la fetta della carne più grande dalla sua parte. Al contadino non sfuggì la mossa astuta del prete e dentro di sè la rabbia gli rodeva lo stomaco e il cuore. Una luce improvvisa gli spalancò il cervello e con voce sicura disse: "Monsignore, io sono un uomo umile, povero e la ringrazio della sua bontà, a me non interessa girare, girare e girare il mondo, e la sera voglio ritornare sempre a casa mia." E fece fare il giro al vassoio e, afferrò veloce con la forchetta la fetta più grande e se la mise nel piatto. La perpetua completò aggiungendo delle patate e pane. Quasi con gioia, riempì anche il bicchiere di vino strizzando l'occhio al contadino.Il Monsignore, con indifferenza, completò la preghiera: " E danne anche a coloro che non ne hanno. Amen".------------------------------------------------------ Novembre 2020 Giulio Salvatori, il Maledetto Toscano.