scritto da francesca il 16 07 2020
CARI AMICI HO BISOGNO DI STACCARE DA TUTTO, O QUASI, E RICARICARE LE BATTERIE. PERCIO' AUGURO A TUTTI BUONE VACANZE E A PRESTO!!!------------------------------------------------------------------------------------------------------Francesca
scritto da francesca il 3 07 2020
Un giorno di marzo è arrivata una malattia. Non me la ricordo bene, perché son passati tanti anni. Era una roba che ti prendeva i polmoni, il sistema immunitario, rendeva difficile respirare, e ogni tanto t'ammazzava. Una roba brutta insomma, che c'ha tenuto in ostaggio, ai domiciliari, a guardare dalla finestra, ad aspettare non si sa cosa per mesi. Una roba che s'è mangiata una delle nostre primavere e tanti parenti, amici, vicini, senza neanche lasciarci il tempo per salutarli. È durata un po', non saprei dire se tanto o poco. Poi un giorno è passata. Ecco, il giorno che è passata, invece, me lo ricordo abbastanza bene, perché ho preso la bicicletta. Io ho una bicicletta grigia, bellissima, mai usata. Ho preso sta bicicletta bellissima e nuova e sono uscita e sono andata in stazione e ho lasciato lì la bicicletta, senza manco il lucchetto e ho preso un treno. Un treno a caso. Sono andata in un paese vicino e mi son fatta un giro. E tutti erano in giro. Tutti buongiorno, salve, come sta? Finalmente eh? Tutti con le facce sorridenti, tutti ma chi si vede!, anche se non c'eravamo mai visti. Sono stata a passeggiare fino al tramonto che, quel giorno lì me lo ricordo, non arrivava più. C'eravamo dimenticati che era praticamente estate e allora tutti a guardare il sole e a dire, ma ancora c'è luce, ma questa giornata quando finisce? Alla fine però è arrivata la sera e io me ne son tornata a casa. Tutti ce ne siamo tornati a casa. Poi è stato strano, perché le cose ci hanno messo un attimo a ritornare normali. Un attimo, davvero. Così, abbastanza presto, abbiamo ricominciato a romperci le scatole, a sbuffare, a guardarci storto, a farci i cavoli nostri. Ma non puoi andare te? Va be', vado io chepalle però. Abbiamo ricominciato con le piccole ipocrisie, i piccoli egoismi quotidiani. A ignorare i problemi solo perché non erano i nostri. A incazzarci spesso. A generalizzare, a dimenticare quelli che fino all'altro giorno applaudivamo. A scordarci di chi aveva fatto e di chi aveva solo parlato. Insomma, abbiamo ricominciato a essere noi. Però, non lo so. Quando così tante persone tirano un sospiro di sollievo tutte insieme, al mondo qualcosa deve succedere. E, secondo me, è successo. Poca roba, eh. Le ambulanze per esempio. Adesso, chissà perché, la gente per strada, in macchina, le notava di più, ci spendeva un secondo in più, un pensiero diverso da prima. E poi come stai. Come stai, te lo chiedevano tutti e abbiamo continuato a chiedercelo molto più spesso per tutto il resto di quell'anno. E ti voglio bene, anche. Anche ti voglio bene se lo dicevano tutti quanti molto di più. E non ho mai più avuto voglia di andare a un concerto, a un museo, a una festa come quell'anno lì. E che bello che è stato il primo concerto, la prima festa, gli amici, le storie, che hai fatto? E che ho fatto, son stata a casa. E casa mia per un sacco di tempo m'è sembrata ancora più piccola. Nei mesi e negli anni successivi si è, ovviamente, continuato a parlare del periodo della quarantena, dell'anno a metà, della vita sui social, dei lutti e del surplus di foto simbolo che c'ha lasciato. Chi l'aveva trascorso sul divano, chi se l'era fatto in ospedale, chi non gliene era mai fregato niente, chi se lo sogna ancora la notte e chi non ne può più di sentirne parlare. So che pare strano, e forse è pure una mezza cazzata, ma nonostante ciascuno se lo ricordi un po' a modo suo, a me pare che quell'anno lì a tutti ci sia toccata la stessa consapevolezza. Quella di essere sopravvissuti.