scritto da francesca il 23 02 2024
I furbetti in sala d'attesa: “Non posso aspettare, il mio tempo è prezioso” - La Civetta di Minerva
Nei piccoli paesi ci si conosce un po’ tutti. Ecco che, trovandoti nella saletta d’aspetto dell’ambulatorio del tuo dottore, è ovvio che oltre al saluto nascono brevi discussioni e commenti.
Una volta, si dice sempre così, una volta, il tuo medico di condotta, se non ti avesse riveduto da tempo, sarebbe passato da casa a sentire come stavi. Si sedeva, prendeva un caffè e all’occorrenza ti prescriveva le cure del caso. Oggi no. Devi prenotarti per una visita o per una ricetta. E così, mi sono seduto nell’unica sedia rimasta libera consapevole che avrei passato la mattinata ad aspettare. Anche se facevo finta di leggere il giornale, ascoltavo i dialoghi dei presenti. Inoltre, noi, abbiamo l’abitudine di “spezzare” i nomi: Ro’ equivale a Rosa o Rosalba. Grà – Grazia, Marì - Marisa o Marina, Lorè – Lorenzo ecc. Ecco che proprio Lorenzo si rivolge alla signora vicina: < Oh Rò, e come mai sei venuta dal dottore? Hai una faccia bianca e rossa, si vede bene che sei in salute! >
C’è un attimo di silenzio, tutti i presenti aspettano la risposta.
< Caro Lorè, l’apparenza spesso inganna. Stanotte non ho mai dormito dai dolori. Mi partono dal piede e salgono fino alle spalle. La mattina, sono distrutta.
Mio marito mi ha fatto anche un massaggio alla schiena con una pomata. Ma, po’, a te che t’importa?>
Lorenzo faceva meglio a stare zitto, anche perché tutte le altre donne hanno preso le difese della Rosa. Prima una poi l’altra: < E voi uomini la fate facile, delegate sempre le mogli.>
Ma Lorenzo, che conosco bene, non ci pensa nemmeno a stare zitto e torna alla carica, sempre rivolto a Rosalba:< Oh Rò; ma mi dici se la tua vicina di casa si è calmata o è sempre attiva col secondo lavoro?>
Ci fu un silenzio irreale, nessuna paziente intervenne, era facile capire di che secondo lavoro si trattasse. Rispose frettolosamente un uomo con un risolino malizioso sulle labbra: < Si! Ha smesso, con l’avanzare dell’età passano i bollori della gioventù. Ma poi, lo faceva per mantenere la famiglia, era rimasta vedova. Del resto, il bisogno aguzza l’ingegno.>
Ci fu un momento di brevi risposte collettive. Intanto la segretaria chiamava il numero di prenotazione e Lorenzo entrò nello studio del dottore. Le donne presenti si scagliarono tutte contro di lui anche con qualche insinuazione. La Marì non esitò a dire:
< Cornuto! Che guardi sua moglie che mette la minigonna come fosse una ragazzina. Sempre con le cosce all’aria.>
Arrivò anche il mio turno. Il dottore appena mi vide si mise a ridere. Mi conosceva bene e aveva capito che avevo registrato tutti i dialoghi. Si parlò di musica ed altro. La “visita” continuò al bar vicino.
Sarà bene concludere come nelle indagini pubblicate sui giornali: fatti e personaggi sono puramente casuali e nascono dalla fantasia dell’autore.
Giulio Salvatori
scritto da francesca il 18 02 2024
La tragedia di Firenze impone svolte sul lavoro, che partono dai contratti | Il Foglio                                 E'  una strage silenziosa, una tragedia spesso coperta dall'indifferenza. Passati i primi momenti tutto torna come prima: coperto da un velo silenzioso e pesante che nessuno solleva per evitare altre tragedie in futuro.                                         L'ultima due giorni fa a Firenze: 5 morti, 3 feriti gravi. Erano giovani e dietro ci sono famiglie. E tanta rabbia.                                                 E' inaccettabile che una persona esca di casa la mattina per andare al lavoro mettendo in conto l’incertezza di potervi ritornare la sera. Perché non vengono fornite protezioni e strumenti adeguati, perché si ignorano le norme sulla sicurezza, per mille e più motivi. E perché in moltissimi hanno comunque bisogno di lavorare e non possono permettersi di rifiutare uno stipendio e pur di non perderlo corrono il rischio.                                         Ogni settimana notizie di almeno due o tre persone (se non di più),  morte svolgendo il proprio lavoro: oggi il Governo dovrebbe prendere una posizione forte e dire che non ci sono dati “buoni”, dati accettabili, e che anche una lavoratrice o un lavoratore morti sul proprio luogo di lavoro sono una lavoratrice o un lavoratore rubato alla vita. Anche “uno” sarebbe un dato nero. E, purtroppo, da quell’ “uno” siamo ancora lontanissimi.                                                               Si istituiscono giornate nazionali dedicate alle vittime degli incidenti sul lavoro e poi...? Nulla si fa, nulla cambia, se non contare, alla fine, il numero delle morti bianche accadute nell'anno. Problema mai risolto che continua ad accadere. Nelle morti sul lavoro non ci sono fatalità. Solo violazione di regole».                                                                                 Parlarne non è più sufficiente. Quel conto va fermato: non rallentato, non ridotto. FERMATO!!                                                         Francesca