C'è una linea di confine tra la filosofia e la scienza che nel passato gli alchimisti tentarono di superare, alla ricerca di risposte uniche che valessero per tutti. L'alchimia era un antico sistema filosofico ed esoterico che provava a tenere insieme la chimica, la fisica, l'astrologia, la medicina. Al centro del pensiero dell'alchimista c'era la ricerca della Pietra Filosofale. Un minerale creato dall'uomo, però con proprietà magiche tra cui quella di trasformare in oro ogni metallo. La Pietra Filosofale era in realtà la chiave per comprendere l'universo e i suoi segreti inclusi quelli dell'animo umano. Il sogno che inseguivano gli alchimisti, insomma, era avere una risposta che spiegasse non soltanto la formazione degli astri e dell'universo, ma anche quella dei moti dell'animo, delle passioni umane.
Si tratta di un mito medievale. Però se è arrivato fino a noi, se è ancora vivo, è perchè abbiamo ancora bisogno di trovare risposte a quesiti che non ne hanno, in apparenza. Sogniamo tutti di avere una Pietra Filosofale che ci aiuti a cambiare le cose, che ci spieghi come governare i moti del nostro animo. Oggi non ci sono più gli alchimisti ma la ricerca della Pietra Filosofale continua. Il magico minerale è stato sostituito dalla bio-ingegneria e dagli algoritmi che ogni giorno danno risposte a domande che prima restavano inevase.
Però il punto è: ma siamo sicuri di voler sapere davvero che cosa c'è dietro una passione? Cosa ci spinge ad innamorarci di quella persona tra mille altre? Ad appassionarci a un tipo di musica anzichè ad un'altra? O magari perchè preferiamo gli spaghetti al riso, per esempio?
Insomma se anche i piaceri della vita sono ridotti a una formuletta bio-chimica o matematica, se dietro ai nostri gusti c'è un algoritmo, che divertimento c'è a vivere liberamente le nostre passioni?
A questo punto vi sarete chiesti: ma dove vuole arrivare la Francesca? Ebbene, ho affrontato questo argomento leggendo uno studio condotto da scienziati internazionali che avrebbero scoperto che noi italiani tolleriamo meglio la caffeina rispetto ad altri popoli per motivi genetici. Il gusto per il caffè, insomma, sarebbe meno libero di quanto appaia, tutto starebbe nella variante di un gene, il PDSS2. Chi possiede questa variante, ad esempio, tollera meglio la caffeina. Questo spiega perchè certe persone possono farsi un espresso dopo cena e andare a dormire poi tranquillamente mentre altre, se superano i 2-3 caffè al giorno poi passano la notte con gli occhi aperti a guardare il soffitto.
Risultato di questo studio è che la tendenza a bere più caffè continuando a godere del suo aroma senza pagarne le conseguenze, è insomma una questione che ha poco a che fare col gusto, sta tutto nella genetica.
Gli indirizzi, le tendenze, la nostra natura insomma, pare che non possiamo scegliere niente, tutto sembra già scritto fin da quando nasciamo. Perfino le nostre scelte tra il caffè e il thè sono incise in maniera indelebile nel nostro DNA.
Fa un pò tristezza, ammettiamolo, immaginare che i nostri orientamenti non siano liberi nemmeno davanti ad una tazzina di caffè. Mai lo avremmo pensato possibile. Il caffè è un rito che accomuna miliardi di persone in tutto il mondo e ognuno lo fa come gli pare.
Scoprire che la scienza ci condiziona, è deprimente. Non so voi, ma io non avrei voluto saperlo perchè, secondo me, dietro a certe piccole passioni ci sono insondabili ragioni che dovrebbero avere a che fare con la nostra personalità, con chi siamo noi. Certi riti dovrebbero essere intoccabili, proprio perchè di tutti, patrimonio collettivo. Non ci sto a bere un "algoritmo" quando mi alzo al mattino, o dopo pranzo, o nella pausa pomeridiana. Non ci sto proprio a credere che tutto stia in una formuletta che non tiene conto di alcune cose: della nostra storia, delle nostre abitudini, di chi siamo noi, quali sono i profumi delle nostre terre.
Che ne sa l'algoritmo di certe albe, di certi tramonti e di certe giornate di sole? E delle emozioni che queste possono procurarci?
Il caffè non è soltanto una bevanda, è una filosofia di vita che finora nessun alchimista è riuscito a piegare alle proprie esigenze e a trasformarlo in una Pietra Filosofale.
Mi vien da pensare ad Eduardo De Filippo che in una delle sue più note commedie "Questi fantasmi" spiegava al professore dirimpettaio la formula del caffè perfetto, che equivale alla formula della felicità delle piccole cose. Ma quella era poesia, non era matematica. Dunque continuiamo a bere il caffè come piace a noi lasciando da parte algoritmi e formulette.






