scritto da francesca il 15 05 2017

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C'è una linea di confine tra la filosofia e la scienza che nel passato gli alchimisti tentarono di superare, alla ricerca di risposte uniche che valessero per tutti. L'alchimia era un antico sistema filosofico ed esoterico che provava a tenere insieme la chimica, la fisica, l'astrologia, la medicina. Al centro del pensiero dell'alchimista c'era la ricerca della Pietra Filosofale. Un minerale creato dall'uomo, però con proprietà magiche tra cui quella di trasformare in oro ogni metallo. La Pietra Filosofale era in realtà la chiave per comprendere l'universo e i suoi segreti inclusi quelli dell'animo umano. Il sogno che inseguivano gli alchimisti, insomma, era avere una risposta che spiegasse non soltanto la formazione degli astri e dell'universo, ma anche quella dei moti dell'animo, delle passioni umane.

Si tratta di un mito medievale. Però se è arrivato fino a noi, se è ancora vivo, è perchè abbiamo ancora bisogno di trovare risposte a quesiti che non ne hanno, in apparenza. Sogniamo tutti di avere una Pietra Filosofale che ci aiuti a cambiare le cose, che ci spieghi come governare i moti del nostro animo. Oggi non ci sono più gli alchimisti ma la ricerca della Pietra Filosofale continua. Il magico minerale è stato sostituito dalla bio-ingegneria e dagli algoritmi che ogni giorno danno risposte a domande che prima restavano inevase.

Però il punto è: ma siamo sicuri di voler sapere davvero che cosa c'è dietro una passione? Cosa ci spinge ad innamorarci di quella persona tra mille altre? Ad appassionarci a un tipo di musica anzichè ad un'altra? O magari perchè preferiamo gli spaghetti al riso, per esempio?

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Insomma se anche i piaceri della vita sono ridotti a una formuletta bio-chimica o matematica, se dietro ai nostri gusti c'è un algoritmo, che divertimento c'è a vivere liberamente le nostre passioni?

A questo punto vi sarete chiesti: ma dove vuole arrivare la Francesca? Ebbene, ho affrontato questo argomento leggendo uno studio condotto da scienziati internazionali che avrebbero scoperto che noi italiani tolleriamo meglio la caffeina rispetto ad altri popoli per motivi genetici. Il gusto per il caffè, insomma, sarebbe meno libero di quanto appaia, tutto starebbe nella variante di un gene, il PDSS2. Chi possiede questa variante, ad esempio, tollera meglio la caffeina. Questo spiega perchè certe persone possono farsi un espresso dopo cena e andare a dormire poi tranquillamente mentre altre, se superano i 2-3 caffè al giorno poi passano la notte con gli occhi aperti a guardare il soffitto.

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Risultato di questo studio è che la tendenza a bere più caffè continuando a godere del suo aroma senza pagarne le conseguenze, è insomma una questione che ha poco a che fare col gusto, sta tutto nella genetica.

Gli indirizzi, le tendenze, la nostra natura insomma, pare che non possiamo scegliere niente, tutto sembra già scritto fin da quando nasciamo. Perfino le nostre scelte tra il caffè e il thè sono incise in maniera indelebile nel nostro DNA.

Fa un pò tristezza, ammettiamolo, immaginare che i nostri orientamenti non siano liberi nemmeno davanti ad una tazzina di caffè. Mai lo avremmo pensato possibile. Il caffè è un rito che accomuna miliardi di persone in tutto il mondo e ognuno lo fa come gli pare.  

Scoprire che la scienza ci condiziona, è deprimente. Non so voi, ma io non avrei voluto saperlo perchè, secondo me, dietro a certe piccole passioni ci sono insondabili ragioni che dovrebbero avere a che fare con la nostra personalità, con chi siamo noi. Certi riti dovrebbero essere intoccabili, proprio perchè di tutti, patrimonio collettivo. Non ci sto a bere un "algoritmo" quando mi alzo al mattino, o dopo pranzo, o nella pausa pomeridiana. Non ci sto proprio a credere che tutto stia in una formuletta che non tiene conto di alcune cose: della nostra storia, delle nostre abitudini, di chi siamo noi, quali sono i profumi delle nostre terre.

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Che ne sa l'algoritmo di certe albe, di certi tramonti e di certe giornate di sole? E delle emozioni che queste possono procurarci?

Il caffè non è soltanto una bevanda, è una filosofia di vita che finora nessun alchimista è riuscito a piegare alle proprie esigenze e a trasformarlo in una Pietra Filosofale.

Mi vien da pensare ad Eduardo De Filippo che in una delle sue più note commedie "Questi fantasmi" spiegava al professore dirimpettaio la formula del caffè perfetto, che equivale alla formula della felicità delle piccole cose. Ma quella era poesia, non era matematica. Dunque continuiamo a bere il caffè come piace a noi lasciando da parte algoritmi e formulette.

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Sono certa che Eduardo, affacciato al balcone da lassù, se la sta ridendo con in mano una "tazzulella" di caffè fatto come si deve.

 

Francesca

scritto da francesca il 13 05 2017

LETTERA A UNA MAMMA

 

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Ciao mamma, è passato più di un anno da quando te ne sei andata, eppure continui a vivere nei miei pensieri, nel mio cuore, oggi più che mai. Te ne sei andata così, in silenzio come in silenzio hai accettato e sopportato tutta la sofferenza degli ultimi mesi di vita.

Ti ha portata via un “clandestino” che aveva deciso di prendere possesso del tuo già fragile corpo. Ma tu l’hai ospitato col sorriso sulle labbra, senza mai ribellarti. E sempre col sorriso mi accoglievi tutte le volte che venivo da te, in ospedale. Mi dicevi " sei stanca, vero Francesca? Ma quanto corri? Sei sempre in autostrada per venire da me, riposati un pò". “Ma no, mamma” ti rispondevo. “Non sono affatto stanca, e poi mica corro io, è la macchina che mi porta”. E subito dopo ti chiedevo “come stai mamma?” “Bene” mi rispondevi. Bene…bene…sempre bene, fino all’ultimo istante. Mi domandavi come stavano gli altri, la mia famiglia, ma soprattutto volevi sapere dei bimbi. Di quel piccolino nato pochi mesi prima che ancora non avevi conosciuto. Quanta voglia avevi di vederlo! Io, allora, prendevo lo smartphone e ti mostravo le foto che avevo fatto ai bimbi, e i video dove loro ti salutavano con la manina, ti mandavano bacini. Tu ridevi felice, paga di questi piccoli ma preziosi attimi e gli rispondevi sforzandoti di usare tutta la poca voce che ti era rimasta. Li salutavi anche tu e ricambiavi i loro baci. Ricordo che appena l’infermiera ti toglieva la flebo tiravo fuori il nostro mazzo di carte e giocavamo. Era il tuo gioco preferito. A volte ti stancavi ma spesso vincevi con tutta la voglia che avevi di vivere e guarire. A volte crollavo io dalla stanchezza e allora tu mi dicevi “vai a casa, cara, vai a riposarti”. Poi tornava l’infermiera con altre flebo ed io pregavo che non dovesse massacrarti ulteriormente. Le tue mani…le tue braccia…i tuoi polsi…persino i piedi erano straziati dagli aghi. Quante torture! Ma tu non ti lamentavi mai. Sapevo che soffrivi e allora, non potendo far altro, quando ti assopivi ti accarezzavo piano, piano, dolcemente per non farti male. Ti massaggiavo delicatamente le gambe, ormai intorpidite dalla lunga immobilità. E tu lo sentivi. Mi dicevi “grazie Francesca, i tuoi massaggi mi fanno riposare tranquilla, le tue carezze mi fanno tanto bene”. Poi ti appisolavi e io allora mi appoggiavo al tuo letto, chiudevo gli occhi e pensavo…pensavo…pensavo. Rivedevo il parco, quello che ti piaceva tanto. Mi rivedevo con te a spingerti sulla carrozzina. E anche allora ti preoccupavi per me. “Ti faccio far fatica, vero Francesca?” mi dicevi. “Ma no, mamma, guarda che bel sole, è un piacere passeggiare con te per questi bei viali”. Lì vicino c’è una villa storica ricca di arte e impreziosita da uno stupendo giardino decorato con statue e mosaici seicenteschi. Io ti spingevo fin lì per fartelo ammirare e parlavo…ti spiegavo. Tu guardavi ammirata, ascoltavi e mi sembravi felice. O forse ti annoiavi ma non lo davi a vedere, sapendo quanto la tua pazza figlia amasse l’arte. Oggi è la Festa della Mamma e sono venuta a trovarti nella tua nuova casa. Volevo parlarti un pò. Sai Mamma, c’è un maledetto vuoto nella nostra vecchia casa. Vago tra una stanza e l’altra, tocco i tuoi oggetti, accarezzo le cose che amavi. Apro i cassetti. Ci trovo dentro di tutto. Eri diventata come i bimbi, raccoglievi tutto, conservavi ogni cosa. Ti affezionavi…qui tutto parla di te. Ma sono qui anche per chiederti scusa, Mamma per tutte le volte che ho alzato la voce con te, per farti mangiare, per farti alzare dal letto e portarti un pò fuori a fare due passi quando ancora, faticosamente, ci riuscivi. Perdonami Mamma, ora so che lo facevi per farmi contenta. Ora il dolore si fa più forte. Eccolo lì, l’orologino che ti abbiamo regalato lo scorso Natale. Vedo ancora la gioia nei tuoi occhi. Lo conservavi come una cosa preziosissima. Ora è fermo, fermo ad un’ora…..QUELL’ORA.. Anche lui è stanco. Buona Festa MAMMA. Ti Voglio Bene. Dai un bacio a papà.

Francesca