scritto da francesca il 21 04 2017

La liberazione di Modena !!!!

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Domani sono 72 anni dalla liberazione di Modena dai nazifascisti.

Un anno prima a Campogalliano (9 km da Modena) era arrivato alla villa un uomo sui quarant'anni , senza documenti , giunto tra i campi solo con una cartella di pelle e dentro qualche indumento. Il capoccia era andato dal nonno e aveva detto "Signor padroùn l'è arivè un òm l'ha det cl'è scapè dai fascesta cs'a fèmia ?" (Signor padrone è arrivato un uomo e ha detto che è scappato dai fascisti che cosa facciamo ?) Mio nonno lo volle subito vedere e fece qualche considerazione , era vecchio (40 anni !?!) cioè non era di leva quindi non era un ricercato e non si correva nessun rischio a confonderlo con gli uomini dei contadini che erano tanti, disse quindi che poteva restare e poteva adattarsi nelle scuderie dove vi era una stanza agibile. L'uomo disse di chiamarsi Giorgio , fuggito dalla lucchesia attraverso le montagne e avventurosamente ,viaggiando solo di notte, era arrivato nella campagna modenese. Parlava infatti toscano , era un uomo alto e magro dal bell'aspetto , molto gentile e si esprimeva in un italiano correttissimo , tanto che i contadini lo chiamavano "al dùtor" (il dottore). Non si capì mai perché avesse perso tutti i documenti , alcuni pensarono che fosse fuggito dalle carceri di Lucca , bombardate qualche mese prima e che fosse un detenuto politico.

La villa del nonno

La villa del nonno

Passò con noi un anno , collaborando con tutti e facendosi amare per la sua correttezza e la sua bontà. La notte del 20 aprile del 1945 arrivarono i tedeschi e si impadronirono della villa , rinchiudendo tutti nelle cucine. I partigiani il giorno dopo cercarono di liberare il luogo ingaggiando una tremenda battaglia , quella di via Albone. Noi eravamo atterriti , facemmo più volte l'appello per vedere chi mancava e ci accorgemmo che Giorgio era fuggito.

La mattina del 22 aprile i tedeschi si arresero e arrivarono i partigiani per liberarci, ma dissero che cinque di loro erano caduti nei fossati attorno alla villa. Gli uomini e le donne andarono per comporli e per dare loro una degna sepoltura, tra di loro c'era anche Giorgio , che non era fuggito ma era andato a morire per la nostra libertà. E' un ricordo che devo a questo meraviglioso toscano.

 

Franco

scritto da francesca il 18 04 2017

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Non so se accadeva anche nella vostra famiglia, ma nella mia, quando eravamo ragazzini, la pasta che restava nella pentola non si buttava via, si metteva da parte e il giorno dopo, con l'aggiunta di un paio di uova si mangiava frittata di maccheroni. Era la cucina del riciclo quella che è stata utilizzata da un'intera nazione, anni fa, che non si poteva permettere sprechi.

E' sempre stato così, e per me oggi lo è ancora: NIENTE SPRECHI, quello che si avanza oggi è buono domani. E' una tradizione culinaria del nostro paese che affonda le radici nella cultura contadina che ha prodotto piatti straordinari e che appartiene ad ogni regione.

Certe minestre che prevedono l'uso del pane raffermo, ad esempio, nascevano dalla necessità di non sprecare il pane che dopo un pò di giorni diventava duro, immangiabile se non veniva bagnato e magari ridotto ad elemento di impasto, come per le polpette. Con il benessere la nostra vita è cambiata e i nostri consumi anche, mentre milioni di persone continuano a prestare grande attenzione all'uso corretto del cibo ed evitano gli sprechi, il resto del nostro paese ne getta tonnellate nel cassonetto.

Ho letto recentemte, in un giornale a tiratura nazionale, che ogni anno in Italia vengono prodotti 5 milioni e mezzo di tonnellate di eccedenze alimentari che equivalgono a 12 miliardi di euro gettati nella spazzatura. Se ci pensiamo è pari all'equivalente di una manovra finanziaria! Ciascuno di noi, ogni anno, spreca 146 chili di cibo, lasciandolo deperire o andare a male nel frigorifero o in dispensa. Però questa è statistica, insomma un pò come quella del "pollo", perciò non vale per ogni singolo individuo.  Ma nel resto del mondo civilizzato, si fa per dire, le cose non vanno meglio. Nella spazzatura finisce un terzo di tutta la produzione agro-alimentare mondiale. Il fatto è che accantoniamo più di quello che riusciamo a consumare,  e l'eccedenza la sprechiamo.

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E questo càpita mentre un miliardo di persone nel mondo soffre la fame. Stando alle cifre fornite dalle agenzie internazionali, ogni giorno 24000 persone muoiono per malnutrizione, la maggior parte di questi sono bambini.

Ma non pensiamo che queste vicende siano lontane da noi. Se crediamo che quando si parla di fame e malnutrizione ci si riferisce soltanto ai bambini e alle persone di certe aree del mondo meno fortunate di noi, ebbene ci sbagliamo. Nel nostro paese 4 milioni di persone vivono in stato di assoluta povertà, cioè non sono in grado di assicurarsi nemmeno un pasto al giorno.

Il 6% delle famiglie in Italia è povero o quasi povero, rischia cioè di cadere in povertà. Il 12% della popolazione nazionale vive in condizioni di povertà relativa, che signfica fare fatica a mettere insieme il pranzo con la cena e non riesce ad arrivare a fine mese. E tutto questo mentre sprechiamo 12 miliardi e mezzo di euro di cibo, lasciandolo andare a male.

Non è soltanto una responsabilità di noi singoli, ovviamente. La grande distribuzione alimentare getta via quantità enormi di derrate alimentari che arrivano alla scadenza senza essere vendute. E allora ce lo chiediamo tutti: ma perchè invece di buttarlo via, quel cibo, non viene regalato a chi ne ha necessità? La domanda è semplice, la risposta però è un pò più complessa.

Il fatto è che in Italia, ridistribuire il cibo prossimo alla scadenza, è una specie di sfida al "sistema", una lotta contro il mostro della burocrazia che, come sappiamo tutti, equivale quasi ad una lotta contro i mulini a vento. I cavilli e le norme burocratiche che il "sistema" impone ad ogni azienda che volesse donare cibi che vanno in scadenza, sono così complessi, che quasi tutte le aziende preferiscono buttarlo via, il cibo, anzichè donarlo alle mense dei poveri. 

Se, ad esempio,  un'azienda volesse fare una donazione superiore ai 5 mila euro, deve dare comunicazione preventiva all'Agenzia delle Entrate. Questi sono solo esempi ma la dicono lunga sulla propensione della burocrazia nazionale a distruggere qualunque iniziativa tesa alla generosità. Ma siamo seri, quale azienda potrebbe permettersi di impiegare personale per espletare esclusivamente pratiche burocratiche di questo tipo?

E si ritorna al punto di partenza, come nel gioco dell'oca. Le aziende buttano via il cibo perchè non sono messe in condizioni di donarlo. Basterebbe una legge per semplificare l'iter, ma ne giacciono già una mezza dozzina in Parlamento alle quali nessuno pensa, al momento.

C'è un vecchio proverbio, più che mai attuale, che dice: "chi è sazio non crede a chi è digiuno".

Francesca

  (immagini dal web)