scultore  

                  LO SCULTORE DI LEONI  

   

CAP.VI°

Il bosco verso ovest era più rado, spesso si incontravano piccoli acquitrini con boschetti di salici ormai spogli, si sentivano solo gli scricchiolii dei nostri piedi sulle foglie secche e qualche gracchiare di corvo lontano. La marcia era rapida, avremmo proseguito in quella direzione sino ad una radura ed avremmo poi puntato verso sud, verso Mutina. Era già più di un'ora che camminavamo e ormai la radura si doveva scorgere, ora vi erano solo pioppi alti che permettevano agevolmente di vedere abbastanza lontano. Mi parve di notare alcune figure muoversi a distanza, avvisai gli altri e ci riparammo dietro ad un grosso cespuglio di rovo. Attendemmo trattenendo il respiro e dopo poco si intravidero tra i pioppi cinque bambetti che avanzavano accorti, dietro di loro una figura adulta avvolta in un mantello, ci alzammo dal cespuglio e cominciammo a lanciar voci per farci scorgere, i piccoli avvertirono i richiami si fermarono impauriti, poi corsero a grappolo verso la figura adulta, che rimase in piedi ferma, con le mani verso i piccoli come per proteggerli. Avanzammo cautamente e sufficientemente vicino potei scorgere tra le pieghe di quel mantello liso il bellissimo volto di Imelde. Senza indugio mi lanciai nella sua direzione, ed appena mi riconobbe lasciò i piccoli correndo verso di me a braccia aperte. Rimanemmo così abbracciati per qualche istante, con lei che singhiozzava convulsamente sulla mia spalla. "Cosa è successo?" Dissi con concitazione "come mai sei tanto distante dalla casa tua?". Imelde, fra le lacrime, raccontò che la sera prima erano arrivati a cà Baciocca una ventina di imperiali e che avevano ucciso e bruciato, lei era riuscita a radunare cinque dei bimbi di quel contado ed era fuggita attraverso i pioppeti e gli acquitrini, puntando verso la città, aveva attraversato il Secchia, poi forse si era persa ed era arrivata dove noi l'avevamo trovata. Raccontai ad Ughetto di Veriano, della sua ospitalità e degli abitanti di cà Baciocca, rimanemmo così seduti ai margini della radura per parecchio tempo, rifocillammo i bambini, con il pane che avevamo portato con noi, poi decidemmo di andare assieme a Mutina. La città apparve ai nostri occhi, quando ormai scendeva la sera, ci affrettammo per giungere sotto le mura, ancora con la luce. Alla porta nord, non sembrava vi fossero movimenti di imperiali o di altri nemici, Ughetto vedendo un armigero di ronda che ci aveva già scorto gridò chi eravamo e chiese di aprire la porta nella massima fretta. Apparve dopo poco sugli spalti anche "baffo di rame" e subito il ponte levatoio fu abbassato sulle acque nere del canale che porta al Naviglio. Attraversammo in fretta e ci sentimmo sicuri solamente quando tornammo a vedere la grande porta di legno e ferro chiudersi alle nostre spalle. Andammo subito alla fabbrica del Duomo, per cercare Guglielmo ed accasare in qualche modo i bambini di cà Baciocca. Ci attendeva preoccupato, perché già altri del contado erano giunti dentro la cerchia muraria e aveva saputo delle continue scorrerie degli imperiali ed egli aveva temuto per la nostra sorte. Stabilì di portare i fanciulli da pie donne della città, che già accudivano degli orfani e che avevano case accoglienti e disponibilità di cibo e indumenti. I due giovani giunti con Ughetto furono adattati presso la fabbrica del Duomo, dove erano disponibili giacigli caldi e protetti. Chiesi a Guglielmo di poter alloggiare Imelde presso la sua casa, la stanza era enorme e si poteva mettere una tenda per dare alla ragazza un minimo di intimità, poi l'amico capì, che questa giovane donna rappresentava qualcosa di più di una persona messa in salvo dagli imperiali, aveva forse letto nei miei atteggiamenti, da subitanee attenzioni, l'affetto, l'amore, che mi aveva preso . Vi fu una cena frugale e si parlò delle cose accadute e delle cose da farsi, poi tutti ci recammo verso i nostri giacigli per riposare la mente da così turbolente giornate. Quella notte non riuscivo però ad addormentarmi, a qualche metro di distanza, dietro una spessa tenda, riposava una fanciulla che avevo ritrovato e che risvegliava in me passioni forse mai così provate . I suoi dolci occhi, mi erano costantemente davanti, mi pareva bellissima, era bellissima, forse se fosse stata vestita in maniera più consona, avrebbe evidenziato il suo portamento, la sua altezza, le membra di fattezza meravigliosa . Finalmente il sonno arrivò tra questi pensieri d'amore, la notte fu necessario corroborante alla mia mente. L'alba tardò ad arrivare, nere nuvole avevano portato sui tetti della città un leggero strato di neve, rendendo i canali più cupi e le strade più silenziose. Ci alzammo tutti, Guglielmo portò Imelde da Cunizza, la moglie di un sartore, che abitava accanto e che era senza figli ed era ben lieta di avere della compagnia, noi accomiatandoci andammo alla fabbrica del Duomo, con la promessa di rincontrarci la sera. Nella piazza vi era un andirivieni di persone, altro contado era arrivato tra le mura, ma per ora non si vedevano gli imperiali, era certo che si fossero recati dai vassalli della montagna per cercare alleati e porre in assedio la città. Se questo fosse stato vero, avevamo ancora dei giorni per approvvigionare Mutina di scorte di viveri, era impensabile comunicare con altre città, qualcuno pensò bene di inviare con urgenza due armigeri verso Canossa, per avvertire la Contessa, a noi non rimaneva altro se non portare avanti il nostro lavoro di sculptores, come se il terminare la Cattedrale e mettere le spoglie di S. Geminiano in un'arca protetta, fosse in qualche modo rendere più sicura la città. La giornata passò veloce tra schegge di marmo e fatica, era molto che non lavoravo con tanta passione. Tornammo a casa stanchi, ma sereni, Guglielmo disse che saremmo stati a cena da Cunizza e quindi dovevamo riordinarci al più presto. Mentre mi pulivo per la cena, pensavo che di lì a poco avrei rivisto Imelde, ma la immaginavo già come una persona della mia vita, come una sposa e questo pensiero per un giovane pieno di voglia di vedere il mondo un po' mi sconvolse. La casa di Cunizza e Guidotto, così si chiamava il sartore, era molto bella, era attigua alla casa di Guglielmo, ma molto più grande, aveva parecchie stanze ed a pianoterra, proprio vicino al canale Modonella vi era un enorme stanzone pieno di tessuti di ogni genere, in un lato si trovava un tavolo stretto e lungo come tutta una parete dove messer Guidotto ed i suoi lavoranti confezionavano mantelli e tuniche, si diceva che il sartore fosse uno degli uomini più ricchi della città. La stanza dove si teneva la cena era sufficientemente grande, con un tavolo già imbandito da parecchi piatti, giunse Guidotto vestito di una tunica orlata di pelliccia, con lunghi capelli bianchi che facevano contrasto con il rosso del suo indumento. Era un ometto magro che si fregava continuamente le mani, non so se per scaldarle o perché questo era un suo atteggiamento. Aveva un viso allegro e simpatico ed era conversatore vivace. Dopo poco entrò Cunizza, anch'essa con un ampio vestito cremisi e lini di ogni genere, che spuntavano dall'ampio manto, era difficile capire, se questa piccola e rubiconda donna fosse solo molto vestita o se tutto quel volume fosse dato da un enorme seno. Ella ci salutò con un sorriso, poi battendo le mani disse "su vieni Imelde facciamo a questi signori una bella sorpresa". Dalla stanza accanto entrò una splendida fanciulla, che stentai a riconoscere, aveva un vestito ed un manto azzurro scuro, i capelli castani intrecciati e inanellati sulla testa, il viso era pulito e forse reso ancor più luminoso da unguenti preziosi, era l'apparizione di una principessa non della villica di cà Baciocca, anche Guglielmo rimase stupito a bocca aperta ed ebbe qualche timidezza nell'andarla a prendere per mano per portarla al suo scranno. Sinceramente non mi ricordo se quella sera mangiai, rapito come ero a guardare questa fanciulla che avevo baciato e della quale mi ero perdutamente innamorato, era così trasformata, così regale, mi dava quasi una sensazione di gelosia, di difficoltà a parlarle in maniera seria del mio amore. Da quella sera Imelde era rimasta nella casa di Guidotto, adottata da questa brava gente, che l'avrebbero considerata la figlia che sempre avevano desiderato avere. Ella mi accompagnava di buon'ora alla fabbrica del Duomo e poi si incaricava di trovare il cibo per il giorno, in una Mutina sempre più chiusa in sé stessa, nella costante paura di un assedio che sembrava non arrivasse. Passò così quasi un mese, freddo e nevoso, la fabbrica del Duomo era quasi ultimata, i miei leones erano già del tutto scolpiti, dovevano essere solo completati e posti a dimora, intanto continuava il dolce idillio con Imelde, che ogni giorno di più assumeva il suo ruolo di figlia di uno degli uomini più ricchi, era dignitosa e schiva, completamente diversa da quella meravigliosa gatta, che avevo conosciuto tempo addietro. Tutti erano presi dalla sua grazia, dalla disponibilità verso gli altri, Cunizza mi disse che aveva una innata propensione ad adattare i tessuti alle persone e che era diventata la maggiore consigliera di messer Guidotto. Non mi ero ancora attentato a parlare in maniera chiara del mio amore, anche se spesso passavamo ore assieme e se i nostri approcci non erano solo quelli dell'amicizia, ma era più riservata, come se avesse scoperto un nuovo pudore, una rinnovata consapevolezza del suo essere donna e non giovane e selvaggia gattina e questo la nobilitava ancor più ai miei occhi. Frequentava anche la chiesa di S. Giacomo vicino al Canalchiaro, dove parlava il magiscola Aimone e dove ella cercava di imparare a leggere ed a scrivere. Avevo confidato le mie speranze e le mie aspettative a Guglielmo, che metteva sempre innanzi a tutto il fatto che io ero uno sculptore e che mi sarebbe stato difficile mettere le radici in un posto, ma non nascondeva una grande simpatia per Imelde ed aveva certo capito il sentimento reciproco che ci univa. Verso l'inizio di febbraio arrivarono alcuni del contado del Campo dei Galli, che purtroppo confermarono la nostra paura, che di cà Baciocca gli unici che si erano salvati erano Imelde ed i cinque bambini. Ella rimase per parecchi giorni in un triste torpore, piangendo in continuazione, non aveva ancora persa la speranza di rivedere vivi i genitori ed i parenti. Le giornate passavano in un continuo lavorare, rafforzare le difese esterne, ampliando le scorte e cercando di finire al più presto la fabbrica del Duomo. A Lanfranco, grande architetto dell'opera, era aumentata la frenesia di terminare, voleva che si apprestasse quanto prima il sepolcro, perché temeva per le spoglie del Santo e per una loro probabile profanazione. Si toglievano le travi di supporto dei falsipiani, si lustravano i marmi, molte delle metope fatte da Guglielmo erano già state poste a dimora, i miei leones erano già stati posti davanti alla porta e si stava terminando l'archivolto. Il Duomo stava uscendo dalla grande scatola di legni e di strutture, che lo circondavano e che ne avevano permessa l'edificazione e definitivamente appariva il suo grande splendore, la magnifica struttura, la mole imponente. Anche gli uomini delle gilde, Ughetto in testa, avevano apparentemente perso il furore delle loro idee, pensavano ora, solo a terminare la loro Cattedrale per proteggere il Santo Patrono, per dare alla città un emblema di santità, di unità e di forza, che avrebbe protetto tutti da ogni possibile calamità. Si pensava che San Geminiano, vedendo tanta devozione e tanta magnificenza in suo onore, intercedesse maggiormente per la sorte e la difesa dei Mutinensi. Speravano che il Santo ripetesse i miracoli già fatti all'epoca dell'unno Attila, avevano la certezza che la devozione e la fatica sarebbero state premiate. Questa forzata clausura nell'ambito delle mura, aveva consolidato le amicizie e la solidarietà tra i cittadini. Ci si trovava sempre la sera al termine del lavoro dopo la cena, che diventava sempre più frugale, per cantare lodi a Dio, si ascoltavano lunghi sermoni dei sacerdoti e spesso noi giovani ci incontravamo per parlare di eventuali assedi, di strategie e di difese. In una mattina fredda di metà febbraio si sentì l'urlo di pericolo della sentinella della porta est, suonarono i corni di raccolta ed in poco tempo tutti gli spalti ad est della città furono pieni di armati e di popolo. Io saltai dal giaciglio e vestitomi in fretta mi precipitai con Guglielmo proprio alla porta est, che distava dalla casa poche centinaia di passi. Salimmo sulle prime bertesche in tempo per vedere uscire dalla boscaglia di Vaciglio il primo manipolo di armati. Erano certamente uomini dei vassalli del Frignano, saranno state alcune migliaia, pochi a cavallo, la maggior parte con lance e picche, alcuni buoi trascinavano una piccola ariete, formata da un grosso tronco sospeso da canapi ad un affusto con ruote. Vi erano anche parecchi carri che portavano probabilmente vettovaglie e tende. Appena questi armati furono sotto le mura cominciarono a vociare alzando le lance, questa provocazione verbale durò poco, perché arrivarono dei milites, forse gli stessi vassalli, riccamente bardati, che diedero ordini e si cominciò a vedere preparare il campo d'assedio. Dalle mura nessun grido, nessuna invettiva, eravamo tutti fermi e cercavamo di contare gli uomini, constatare gli armamenti, arguire le posizioni degli accampamenti. Più che armati veri e propri, sembravano pastori, avvolti in pelli, con elmi di vario genere, con parecchi tipi di armi, soltanto un centinaio avevano cotte di color arancio scuro con armature ed elmi della stessa foggia, qualcuno arguì che forse erano gli armati dei vassalli di Renno. Per tutta la giornata arrivarono armati alla spicciolata, alla fine si era formato un accampamento di parecchie migliaia di uomini, che già avevano posto le tende a ridosso del bosco di Vaciglio e verso il bosco del lupo, in un arco che prendeva tutta la parte est di Mutina. Verso sera, quando la luce si era fatta azzurra ed i colori più spenti, arrivarono con altri dieci vassalli riccamente vestiti, i cavalieri imperiali, erano un centinaio ed erano comandati dal capitano di Brunswick. Questi uomini in atto di grande spavalderia non si fermarono, ma effettuarono varie volte il giro delle mura est, sotto le grida dei loro armati che si erano posti con sfida fino sotto la porta. Questa manovra durò parecchio, anche quando le torce erano accese ed il buio era sceso sulla città. Passammo la sera a sentire i canti e le urla degli assalitori, credo che nessun Mutinense dormì quella notte, eravamo tutti sugli spalti a guardare, osservare, fare congetture, cercare di riconoscere il nemico che l'indomani ci avrebbe assalito.

 

(segue, lunedì 29 Giugno)

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            LO SCULTORE DI LEONI

CAP. V°

Arrivammo a notte fonda, senza rendercene conto, avevamo passato parecchio tempo a percorrere quei cunicoli e ad esplorare la nostra nuova posizione oltre le mura. Appena arrivati al Duomo ci sdraiammo in un pagliericcio nell'interno della fabbrica per non destare sospetti ed attendemmo il mattino. La giornata si annunciò con un leggero velo di nebbia, che avvolgeva la città rendendola quasi spettrale. Nessun abitante era uscito di casa, solo qualche milites era sulle bertesche e si notavano movimenti di persone esclusivamente nei pressi della fabbrica del Duomo. Uscii dalla tettoia nella quale normalmente si ripongono gli strumenti di lavoro e dove avevamo trascorsa la notte e vidi un gruppo di imperiali, forse dieci che avevano pernottato certamente nella città, facendo soverchierie e baldorie. Li capeggiava il capitano di Brunswick, noto personaggio di grande spavalderia, che comandava appunto la squadra degli imperiali inviati a controllare i domini Matildici. Il gruppo percorse a passi veloci la piazza e si infilò nel grande portone del palazzo del Vescovo. Avvisai Guglielmo, che era già al lavoro. Egli immaginò subito la situazione di pericolo e chiamò due milites, che erano all'interno del Duomo e dopo qualche minuto una ventina tra armigeri operai e milites erano pronti a salire la scala che porta alla sala del Vescovado. Il vescovo Dodone era seduto e contornato dai canonici, vicino alla porta vi era "baffo di rame" con alcuni milites; entrammo anche noi e rimanemmo a rispettosa distanza, guardando il capo degli armigeri in segno di intesa. Il capitano di Brunswick, uomo altissimo dalla folta barba nera e dal viso da mastino, si avvicinò al Vescovo, piantò un piede sulla pedana di legno che sosteneva il seggio e appoggiando una mano sul ginocchio leggermente piegato, protese il viso in avanti e con tono sprezzante disse "Caro Vescovo, Lei non sta collaborando per niente, i suoi armigeri sono stati un ostacolo alla cattura dei ribelli, Lei ha tolto quel maledetto bastardo dalla gabbia e ha fatto in modo che nessun capopopolo patisse per questa rivolta". Il Vescovo ascoltava immobile senza tradire la minima emozione. "Lei sa che noi possiamo essere molto duri in certi momenti" e così dicendo protese la mano destra con l'indice alzato verso Dodone. Il Vescovo abbassò un attimo la testa come per raccogliere i pensieri poi disse "Credo che lei capitano non si renda conto che è davanti alla massima autorità ecclesiastica e civile della città e che forse la vostra ribalderia è maggiore di quella di qualche testa calda, che nulla aveva fatto se non gridare in piazza, le chiedo di lasciare immediatamente questa sala". Per tutta risposta il capitano di Brunswick si tolse il guanto ferrato e lo sbatté in faccia al Vescovo. "Baffo di rame" si scagliò avanti con la spada in mano ed altre venti tra spade e picche lumeggiarono nella sala. Gli imperiali posero anch'essi le mani alle else, girandosi attorno per rendersi conto di una situazione, che forse era sfuggita loro di mano. Vi furono minuti di lunghissimo silenzio e di quasi immobilità delle parti, poi il capitano di Brunswick con un ghigno raccolse il suo guanto e fece cenno ai suoi armati di seguirlo. Varcò la soglia tra due ali di armigeri e di milites, pronti ad infilzarlo se mai avesse cercato di effettuare la pur minima reazione. Furono accompagnati alla porta Ovest della città, dove erano stati legati i loro cavalli, gli imperiali uscirono senza voltarsi per raggiungere il grosso della loro squadra che era alla ricerca dei fuggitivi e a far scorrerie nei campi. "Baffo di rame" disse "purtroppo siamo solo agli inizi, questi cani andranno senz'altro a chiedere aiuto ai vassalli della montagna, non penso passerà molto ed avremo la città assediata, se quelle teste calde avessero aspettato, proprio con gli imperiali in casa dovevano fare le loro rivolte". Diede ordine di andare al Castellaro e di liberare quelli che ancora erano rinchiusi "bisognerà poi avvertire il contado, certamente faranno razzie" e con lo spadone sulla spalla si incamminò sulle bertesche per organizzare i suoi armigeri. Non riuscivo a capire come mai fosse successo tutto questo, nei giorni precedenti, sembrava che gli imperiali ed il potere locale, fossero dalla stessa parte e che Dodone fosse contrario alla rivolta del popolo, chiesi spiegazioni a Guglielmo. "Vedi Solerio, gli equilibri politici sono precari, il Vescovo è senz'altro per una tranquilla conduzione della città, sotto la protezione della Contessa ed io sono del suo stesso parere, ma come hai visto è in aperta lotta con l'Imperatore ed i suoi uomini, che tendono ad imporre in tutti i territori il loro giogo e ancor più, come tu sai, vi è un grande contrasto a causa delle investiture, che anni fa ha portato il teutonico Enrico a Canossa. In questo complesso svolgersi degli eventi, si sta incuneando la voglia del popolo di unirsi alla lega dei Comuni, come può esserci quindi una sempre rettilinea condotta degli uomini?” “Ora è chiaro, il Vescovo è con il popolo, la Contessa è con il popolo, ma penso, con un popolo, che almeno per ora abbandoni le idee che possono sconvolgere l'attuale ordinamento". "Ma Guglielmo, penso che la voglia di libertà non sia una cosa sbagliata se serve a nobilitare una città e a renderla più forte ed autonoma, lo vedi nello slancio che i Mutinensi hanno nel creare la loro grande Chiesa, che non viene edificata per l'Imperatore o per il Papa, ma per loro stessi, per rappresentare al tempo stesso la potenza e la devozione della città. Conosco bene Ughetto e ti garantisco che non è solo spavalderia che lo nuove o interessata espansione della sua gilda, ma è la volontà di vedere la sua città padrona dei propri destini. A volte mi ha detto che vedrebbe idealmente le mura ampliate fino ai fiumi Secchia e Panaro, per comprendere il contado e tutti quelli che si sentono intimamente Mutinensi e che vorrebbe farlo con tutta la gente di Lombardia, che ha le stesse radici e che vive in questa unica grande valle". Guglielmo mi ascoltava con poco interesse, come se le mie parole fossero solo esaltate elucubrazioni di un giovane inesperto, infatti quasi sopra pensiero disse "Ughetto, ecco bisogna avvertire quel ragazzo di tornare in città, ora è in pericolo nei boschi, è necessario andarlo a cercare". "Posso andare io, passando dal cunicolo" dissi, ma Guglielmo non trovò opportuna questa soluzione, perché non conoscevo l'ager ed i boschi che contornano Mutina, era necessaria una persona che ben conoscesse quei luoghi. Chiamò quindi Guido, che lavorava presso la fabbrica del Duomo. Guido era un ometto poco più alto di un bambinello di undici anni, ma aveva forse quarant'anni, era un falegname espertissimo ed aveva fatto per anni il boscaiolo, pertanto conosceva ogni albero attorno alla città. Aveva una barbetta a spazzola solo sul mento e si faceva scendere i capelli sulla fronte con una buffa frangia, per coprire un poco la grossa stempiatura. Era agile e forte, allegro e sempre pronto a fare scherzi, ma non mi pareva un'aquila con la mente, non mi sembrava adatto a fare strategie per il recupero di Ughetto, poi non conosceva il cunicolo. Avrei voluto andare anch'io, anche per cercare Imelde di cà Baciocca, questa fanciulla mi era rimasta nel cuore e nella pelle e temevo per la sua sorte e per quella dei suoi. Insistetti tanto che Guglielmo accettò di farmi partire con Guido la mattina stessa. Misi alla cintola il coltello che mi aveva dato Veriano e che avevo conservato con cura ed assieme a Guido ci apprestammo ad uscire dalla città. Ormai il percorso nel cunicolo si era fatto per me famigliare, lo era meno per il mio compagno, che aveva il terrore dei luoghi chiusi e che ebbe qualche problema ad attraversarlo, ma infine uscimmo con gioia dalla pietra tombale al lato della via Aemilia. Nessuno era nei paraggi, si vedevano le sentinelle sugli spalti e le possenti mura, l'uscire da questa sicurezza da questa protezione mi diede un lieve senso di paura. Seguii Guido, che come uno scoiattolo si infilò tra le sterpaglie, che precedevano il grande bosco che conduceva fino a Nonantola. Il “bosco del lupo” era composto quasi esclusivamente da querce ormai spoglie, i nostri passi facevano scricchiolare questo spesso tappeto di foglie secche e ghiande ed era solo quel rumore che interrompeva il silenzio e la maestosità di questa cattedrale della natura, che incuteva un senso di stupore e timore. Guido camminava svelto senza voltarsi mai a guardar se lo seguivo, saltava con la massima agilità i frequenti rami che ostacolavano il cammino, io non ero avvezzo ad un tal ritmo e dopo qualche tempo ero rimasto indietro di parecchi passi, lo chiamai dicendo che avrei voluto rifocillarmi, anche perché ormai l'ora lo richiedeva. Guido si fermò ed attese con le mani sui fianchi, sopra di un tronco di un albero abbattuto, sembrava persino alto in quella posa di grand'uomo esperto di boschi e pensare che mi arrivava a stento al petto . Mi sedetti accanto a lui appoggiando le spalle al tronco e levai dalla bisaccia un pane e qualche pezzo di formaggio, che porsi anche al mio compagno. "Hai già l'idea di dove andare", chiesi con sospetto. Guido con un'aria tra il pensoso e l'ironico, disse che dovevamo inoltrarci ancora molto nel bosco, fino alla casa di Vulfrida, una specie di maga eremita, che abitava appunto nel bel mezzo della grande boscaglia. Guido disse che molto probabilmente Ughetto aveva scelto quel nascondiglio perché questa donna è di buon cuore e ha spesso aiutato chi si è perso nei boschi a far legna o anche semplicemente nell'attraversarli. Mi diceva che spesso si incontrano latrones, che vengono dalle valli al di sotto del Po, ma che mai nessuno di questi si è spinto sino alla casa di Vulfrida, perché se è buona con il viandante che si perde, è terribile con i malvagi, dicono che sa fare malefici impressionanti, sa tramutarsi in drago e in aquila e fare impazzire chi è animato di cattive intenzioni. Non credevo molto alle streghe, ne vidi una un giorno sul rogo, vecchia ed atterrita, ma mi fece più pena che paura e non mi ero mai posto il problema della loro mescolanza con il demonio e con i mostri della notte. L'inverno era alle porte e le giornate si erano accorciate moltissimo, già le ombre si allungavano spettrali e si cominciavano a sentire i fischi dei merli e le grida roche delle gazze, che si preparavano a cercare il cibo prima del sopraggiungere della sera. Una lieve bruma saliva dai fossi che attraversavano la boscaglia e rendevano lucenti gigantesche ragnatele che pendevano dai rami più bassi degli alberi, un piccolo animale, forse una faina si mosse sul sentiero, per poi sparire subitamente nel cavo di un albero, erano almeno tre ore che camminavamo, cominciava anche a sopraggiungere una certa stanchezza e l'umidità penetrava nelle ossa, mi alzai il cappuccio del mantello per meglio coprirmi e ripararmi da una nebbia che pian piano avvolgeva ogni cosa. Ormai nel bosco erano scomparsi i colori, la nebbia stemperava il giallo delle foglie e il verde dei cespugli perenni, i grandi tronchi sembravano enormi colonne nere e soltanto una luminescenza lattiginosa aleggiava sulle cime, tra i rami che gocciolavano, lasciando ogni tanto cadere una foglia, che sembrava volare cogliendo a volte tenui raggi di luce che le ridavano colore. Vidi lontano, come un leggero bagliore, una velata luce rossastra, che sfumava intorno, Guido si voltò e l'indicò con il dito dicendo "siamo giunti, quella luce in fondo è la casa di Vulfrida". Così detto accelerò il passo, togliendosi il cappuccio del mantello, forse per rendere possibile un immediato riconoscimento. La casa di Vulfrida, se così si può chiamare, era un ammasso di legni contorti posti tra due grandi querce, che facevano da parete alla casa stessa. Erano travi sconnesse, mal calafate tra loro, così che si intravedeva tra le sconnessure, la luce di un grosso fuoco che ardeva all'interno. Il tetto doveva essere formato da grosse travi ed interamente coperto di paglia, era aperto in alto, senza un camino vero e proprio, soltanto una grande apertura dalla quale fuoriusciva un fumo denso e biancastro. La casa aveva solo una apertura sul davanti, con una porta abbastanza spessa formata anch'essa da travi tagliate grossolanamente . Tutt'intorno vi erano bastoni piantati nel terreno, con alla sommità oggetti indefinibili, passando accanto ho potuto notare un grappolo di ghiande infilate in un sottile canapo, il teschio di un piccolo animale con un serto di alloro ormai seccato, una serie di piccoli e sottili sfilacci, che poi ho potuto arguire fossero mute di bisce e serpentelli d'acqua legate assieme. È certo che questo posto dava i brividi anche ai più temibili latrones, si potevano immaginare tutti i sortilegi possibili, sembrava di intravedere occhi sfavillanti dietro i cespugli e i tronchi, la notte intanto aumentava le paure stendendo il suo scuro sudario. La porta della casa si aprì senza un rumore, ancora pochi istanti prima che fossimo giunti e sulla porta apparve una figura alta, completamente avvolta da un mantello che nella penombra sembrava fatto da mille code di animali e controluce la testa era un aggrovigliarsi di lanosità, che prendevano il colore della fiamma che bruciava nel camino interno alla casa. Sentii bloccarmi lo stomaco e rimasi fermo, impietrito davanti a quella immagine, forse passarono pochi istanti, sentii Guido tirarmi per un braccio dicendomi "su via entriamo!". Rimasi con gli occhi spalancati e con il sudore che mi scendeva dal collo, finché non entrai e potei constatare, che in piena luce Vulfrida era una bella donna sui cinquant'anni, aveva un viso dolcissimo, con i capelli biondi con ampie striature bianche , arruffati e scomposti, che facevano aureola ad un viso ancor fresco e sorridente, il suo mantello era liso e strappato in più punti, e non era affatto formato da code di animali. Mi indignai con me stesso per essermi così ingenuamente spaventato e mi riproposi ancora una volta di guardar le cose non con gli occhi dell'immaginazione e della paura, ma con quelli della ragione e della realtà. La casa nell'interno era come un grosso guscio di noce, nel centro vi era un grande camino di pietra dove splendeva un fuoco vivacissimo e tutt'intorno, sui sassi che formavano questo grosso braciere, scodelle, vasi di legno e di coccio, mortai ed altri mille strani oggetti. Attaccate alle travi sconnesse delle pareti, delle mensole erano state poste a varie altezze e portavano anch'esse ciotole e vasi di vetro piene di erbe di tutti i tipi. Una delle grandi querce faceva parte integrante della casa e addossata a questo poderoso tronco, era stata posta una scaletta a pioli, che saliva in alto oltre il pertugio del tetto, che fungeva da camino e si perdeva nel buio della notte. "Siete venuti a cercare Ughetto" disse con un sorriso, senza che avessimo minimamente accennato allo scopo della nostra visita. Guido non ne rimase stupito, sorrise e si mise a sedere su di un tronco tagliato che fungeva da sedile. Vulfrida si sedette sull'unico grosso scranno che esisteva nella casa e invitò a mia volta ad accomodarmi su di una stuoia vicino al braciere. "Non vi preoccupate" disse " è giunto da me con il terrore di essere inseguito dagli imperiali, mi ha raccontato quello che è successo a Mutina, ma se ora siete qui, altre cose saranno certamente accadute". Guido raccontò le vicissitudini delle ultime giornate e che ora, per Ughetto e tutti noi, il pericolo maggiore era proprio star fuori dalle mura. "Ughetto è andato verso il fiume Panaro, dove vi sono dei vignaioli che conosce, per ottenere rinforzo, nella convinzione che a Mutina si imprigioni e si uccida ancora, sarà di ritorno tra poco, perché le case sono a poca distanza verso nord". Passò veramente poco tempo e all'esterno si sentirono voci concitate e un lontano rumore di cavalli. Uscimmo di corsa, Vulfrida prese una lunga verga che infiammò sul braciere ed avanzo con questa strana torcia accesa. Nella penombra del bosco vedemmo tre ombre urlanti correre verso di noi, erano Ughetto e due amici che concitati gridavano che quattro cavalieri imperiali a cavallo li stavano inseguendo. Vulfrida si pose nel bel mezzo dello spiazzo adiacente la casa, a braccia spalancate con la sottile e lunga torcia in mano, noi ci eravamo posti dietro di lei, con le spalle alla casa armati dei nostri coltelli. I quattro cavalieri comparvero sullo spiazzo e si fermarono davanti alla strana figura che sbarrava loro la strada, un paio, forse impressionati da questa improvvisa apparizione, tirarono le redini facendo impennare i cavalli. Vulfrida gridò "andatevene maledetti se non volete che la mia collera si abbatta su di voi". Gli imperiali esitarono, ma poi uno estrasse la spada e si preparò a caricare. Vulfrida rapidamente toccò con la fiamma della lunga torcia un tronco cavo sul fondo del quale sembrava adagiata una specie di polvere bianco giallastra che immediatamente esplose in un lampo accecante ed un denso fumo giallo coprì tutto. I cavalli degli imperiali si impennarono spaventati, scalciando e compromettendo la stabilità dei cavalieri, ed anch'essi impauriti e scossi da quell'evento che aveva del diabolico, pensarono bene di voltar i cavalli e sparire nuovamente nel bosco alla ricerca di nemici e ribelli meno pericolosi. Anche noi eravamo impietriti da quello scoppio e dallo strano bagliore, da questo denso e nauseabondo fumo, che sapeva tanto di demonio e di stregoneria, premevamo le spalle alle pareti della casa come per fuggire, come per sparire alla vista di questa potente maga. Vulfrida si voltò ed alla luce del braciere, ricomparve il suo volto sereno ed accattivante e subito volle tranquillizzarci. “ Non vi è nulla di magico in questo scoppio, in questo lampo ed in tutto questo fumo , ho bruciato solamente del sal petrosum mischiato a polvere gialla e che normalmente mi serve per spaventare i lupi.“ “che cos’è il sal petrosum?” chiesi incuriosito . “E’ una polvere bianca che raschio dai vecchi muri romani e che non voglio far conoscere a nessuno, perché penso possa essere molto pericolosa e mortale per l’uomo , la uso solo per cacciare i lupi” e nulla volle dire di più. Spaventati ed eccitati, entrammo tutti nella casa, con la certezza che per quella notte nessuno ci avrebbe più disturbati. Avemmo così la possibilità di vedere i due amici di Ughetto, due giovanotti robusti figli di un certo Bemondo. Raccontammo poi l'accaduto ad Ughetto facendo piani per l'indomani. Passammo buona parte della sera mangiando uno strano pane che Vulfrida ci aveva dato, era pieno di piccole bacche ed uva passita, buonissimo e molto corroborante. Poi Guido cominciò a riempire di domande la maga, voleva sapere come mai il volgo dice che lei sa trasformarsi in drago e in aquila, Vulfrida disse che nulla di magico era in lei, era solo una donna che amava leggere nelle cose della natura, che sapeva trovarle e sperimentarle, nulla di diabolico vi era nelle sue misture e nelle sue pratiche. "Sì" disse però con un sorriso "posso trasformarmi per te in un drago, se vuoi dovrai avere molta fiducia e bere questa liquido " Guido si ritrasse ponendo la mano davanti al viso, ma poi vedendo il volto sorridente e buono della donna, prese il boccale e bevve in un solo fiato il contenuto. Nulla successe, anzi disse di sentirsi benissimo, anche se la pozione era amara, poi sembrò cadere in uno strano torpore e rimase come immobile con gli occhi sbarrati di fronte alla maga. Vulfrida si avvicinò a lui passandogli lentamente le dita davanti agli occhi e vedendo che Guido restava immobile con le pupille dilatate, cominciò lentamente ed in maniera suadente a dire che doveva continuare a guardarla e con le mani disegnava cerchi davanti al viso. Questi strani movimenti durarono qualche tempo, poi sempre con voce suadente disse a Guido "ora mi vedrai trasformare in un verde ed altissimo drago, con una bocca enorme e fiamme sottili che usciranno e ti lambiranno, guardami, sto crescendo, sto diventando un enorme drago" Guido cominciò ad indietreggiare, piagnucolando sempre con gli occhi sbarrati, ma nulla stava accadendo, Vulfrida era sempre la dolce donna di prima, che faceva solo cerchi con le mani davanti allo spaventato boscaiolo, che ad un certo punto si buttò a terra con la testa tra le mani piangendo disperatamente. Vulfrida allora smise il suo insinuante convincimento, sollevò per le spalle Guido scuotendolo e lo obbligò a trangugiare un altro liquido che aveva preparato. Subito l'amico si mise tranquillo ed in capo a poco era tornato l'ometto di sempre. Non rammentava nulla di quello che era successo, non ricordava di aver visto draghi, di essersi buttato a terra terrorizzato e piangente, anzi era tranquillo e rilassato come mai era stato. Vulfrida spiegò a noi attoniti ed increduli spettatori, quello che era successo. Disse di aver dato a Guido l'infuso di alcuni funghi del bosco che inducono prima ad uno stato di torpore. Questo strano sonno ad occhi aperti, induce poi a credere alle parole dette dalla maga e le sue mani abili a vedere cose che in realtà non accadono "Nulla avete visto voi, perché in realtà nulla è accaduto". "Nei momenti passati invece Guido ha avuta la esatta sensazione che io mi trasformassi in drago e la paura ed il terrore di questa mia trasformazione l'avete letta nei suoi movimenti, nel suo pianto. Sono solo immagini della mente, che ho insinuato nel vostro amico, reso docile nella sua naturale volontà dall'infuso che ha bevuto e se io non gli avessi fatto bere l'altra pozione, avrebbe ricordato con terrore una avventura mai vissuta realmente, i demoni ed i veri draghi, se mai esistono, non c'entrano per niente, è solo la natura che ci circonda e la nostra mente che compiono queste magie". Ci raccontò poi di altre meraviglie e di altri filtri medicamentosi, che preparava e che disse, avrebbero un giorno aiutato molto l'uomo. Stanchi, dopo aver predisposto turni di veglia, ci preparammo a trascorrere la notte. La mattina si presentò livida e scura, qualche fiocco di neve aveva ingrigito il prato antistante la casa, il freddo era pungente. Ci stringemmo nei nostri mantelli sollevando i cappucci, Vulfrida aveva preparato delle bevande calde e qualche pezzo di pane, avevamo deciso di partire subito per Mutina, in cinque eravamo certo più sicuri ed avremmo potuto camminare spediti anche se era giorno. Vulfrida ci consigliò però di fare un ampio arco verso ovest per arrivare alla città, in modo da non attraversare il folto del bosco e giungere dove certamente gli imperiali della sera prima ci potevano aspettare. Vulfrida si accostò dicendomi "ho saputo dagli altri che tu sei uno degli sculptori della Cattedrale, voglio farti un regalo per le tue mani avvezze a tener scalpello e martello" e mi porse una piccola scatola intagliata nel legno, dentro la quale vi era un unguento giallastro dal fresco profumo di menta e di erbe, "quando le tue mani saranno stanche per il tanto picchiare sui marmi che lavori, prova a spalmare sulle dita un poco di questo unguento e vedrai che ne otterrai un grande beneficio e soprattutto ti ricorderai di me". Presi con riconoscenza questo dono e lei baciai la mano. Salutammo Vulfrida, promettendo in tempi migliori di tornarla a trovare, poi in fretta ci inoltrammo nel bosco.

 

(segue, venerdì 26 Giugno)