LO SCULTORE DI LEONI - III° capitolo

scultore    

CAP. III°

La casa dove da anni alloggiava Guglielmo era a due piani, si entrava da un grosso volto e si saliva per una angusta scala a chiocciola, la spessa porta sembrava quella di un castello, apertala ebbi veramente la sensazione di essere nella stanza di un mago. L'ambiente era alto e spazioso, con un unico pilastro di legno centrale ben fissato nel pavimento a mattoni, dalla cima di questo pilastro, partivano come struttura tante travi poste a stella, coperte da lastre di pietra ben allineate . La stanza era chiusa in tre lati da mura di pietra spesse ed un lato era formato da due grandi bifore e da queste grandi finestre si poteva vedere buona parte di Mutina. Fu la prima cosa che feci, affacciarmi su questo nuovo mondo, brulicante di fiaccole e torce. Da un lato di una contrada salivano canti, cercai di capire, ma il parlato era così stretto e veloce che ne compresi poche parole, si parlava certo di una Lucilla, non proprio donna di buoni costumi. Mi voltai e vidi Guglielmo sorridente che aveva acceso due grosse lucerne appese con catene al soffitto. Mi appariva allora l'interno in tutto il suo splendore, infatti per me erano meravigliose le pergamene attaccate ai muri con disegni bellissimi di volute, foglie, visi di Santi, di uomini, di strani animali contorti. Mi muovevo tra quelle meraviglie con stupore e Guglielmo se ne accorse, guardando il mio viso dagli occhi spalancati e dalla bocca semiaperta. "Non ho mai visto tante meraviglie Maestro, neppure nella bottega di mio padre, questi visi sono splendidi, nuovi, più veri di quelli che scolpivamo allora". "Vedi Solerio, questa terra dona un campionario umano più vario, qui si sono ben sposate l'anima latina e l'anima germanica e tutto ne traspare, cominciando dalle opere bellissime di Lanfranco, ed anche io ho sentito questi fascini nuovi, pur portando in me i segni del mio passato e delle mie terre". "Gli uomini qui sono più lontani dall'Imperatore, sono uomini più vicini alla Chiesa, ma anche questa è per loro un vessillo per riscattare la loro libertà, ecco sono uomini liberi, lavoratori geniali ed instancabili, hanno creato una città ricca ed operosa e penso vogliano essere padroni dei loro destini, ecco perché dai visi che ritraggo vedi uno spirito nuovo, è una luce che sprigiona dai loro occhi, è una forza di volere, che a volte mi spaventa un po' e sconvolge le mie certezze e la propensione a rimanere ancorato alle mie tradizioni, vedi noi siamo schivi e taciturni, siamo forse forti come le rocce, loro sono forti come i leones che tu scolpisci, una forza diversa viva e dinamica". Ascoltavo interessato il mio buon maestro e cominciavo a capire che quello che spaventa di più l'Imperatore non è la lotta di sempre con i suoi Feudatari, ma è la nuova forza del popolo, di questa gente, che lascia il lavoro per edificare la sua Cattedrale, che diventerà il simbolo della città. Doveva ancora sorgere l'alba che già sveglio, cercavo di intravedere le forme della stanza illuminata appena, mi alzai e mi affacciai per guardare la città che lentamente si preparava al giorno. Guglielmo, destato dai miei movimenti, si alzò in fretta e con il suo solito sorriso mi disse "Scendi, vai verso la fabbrica del Duomo, ti raggiungerò più tardi, vedo che non sai trattenere il desiderio di conoscer meglio Mutina". Mi infilai in fretta una corta casacca, che aveva preso il posto della mia tunica da viandante e appoggiai sulle spalle un mantello, salutando uscii. Le strade inumidite dalla bruma della notte apparivano come argentate, i lastricati antichi della piazza ingrigivano nella fredda luce dell'alba, le strette viuzze tra i canali erano scure linee di fango. La città si presentava nel suo autunnale vestito di cotti lucenti e di marmi bianchi, di legni inzuppati di acqua e di gialle paglie di fiume. La prima fu una donna ad uscir di casa, frettolosa, avvolta in un ampio drappo di lana, attraversò la piazza verso la vecchia Basilica del Santo, quasi nello stesso momento suonò lenta la campanella della chiesa. Apparvero dalle porte altre figure scure nella luce livida, tra i bagliori delle torce ancora accese agli angoli della piazza. Una sentinella, dall'alto del torrione del castellaro, lanciò un richiamo, al quale subito risposero in eco altri richiami, dalle bertesche, dai bastioni merlati, dai contrafforti delle mura. Il sole intanto cominciava lentamente ad arrossare il cielo dietro i pioppeti delle paludi sino al fiume Panaro. Cominciò piano, con rumori sempre crescenti a svegliarsi anche la fabbrica del Duomo. Si sentirono le prime carrucole ed i primi colpi di maglio, nello spazio di pochi minuti la città era tutta sveglia, un vocio si sparse per le viuzze infangate, per i canali dalle acque scure, si aprirono alcune finestre ed il pallido sole autunnale illuminò l'interno delle case svegliando i fanciulli, che iniziarono il loro allegro e corale vociare. Nella piazza, ora rosata dal giorno, si erano disposti in file approssimative i primi agricola, che ancor prima dell'alba si erano portati al di sotto delle mura in attesa dell'apertura delle porte, ora si preparavano ad esporre su arrangiate assi di legno, i prodotti del loro lavoro. Era uno splendido mosaico di uve multicolori, sfavillanti come pietre preziose nei toni del giallo oro, dell'amaranto, del blu, del rosso sangue. Così rapito da queste immagini arrivai alla fabbrica del Duomo, mi accorsi solo ora della grande abside, ormai terminata e quasi attaccata alla grande torre quadrangolare. Ad un lato, vicino ad un grosso scavo, molti blocchi di marmo, alcuni mirabilmente scolpiti da quei grandi maestri che erano stati i romani. Guglielmo, giunto nel frattempo, mi disse che i più belli ed i meno profani sarebbero stati inseriti integralmente nel contesto della Basilica. Bellissimo era un angelo della morte con la fiaccola accesa. Sotto una grossa pensilina di legno, accanto alla costruzione nella quale avevo mangiato il giorno prima, vi erano due blocchi di marmo rosso di Verona, sentii subito che erano quelli che nascondevano i miei leones, guardai in modo interrogativo Guglielmo, che mi rispose con un sorriso. Mi avvicinai ai grossi blocchi, tastandone le dimensioni e le sporgenze. Cominciai a misurar palmi e a contar passi, l'occhio aperto della porta a meridione era davanti a me, ora dovevo assieme a Guglielmo darle il vestito adatto. Con l'entusiasmo tipico della mia età, srotolai la pergamena sulla quale avevo disegnato i miei leones e stendendola su di una liscia lastra di marmo ne studiai i contenuti. Misurai con una virga le proporzioni e capii che avrei potuto dare ai Mutinensi una buona opera. Con un certo timore diedi il primo colpo di scalpello, il marmo scheggiò via come uno spruzzo luccicando al sole e via altri colpi uno dietro l'altro, con foga, con esaltazione. Erano ore che battevo su quell'informe blocco di marmo rosa e quasi mi ero dimenticato di mangiare, avevo soprattutto bevuto per calmare l'ansia e l'emozione dell'inizio del lavoro, quando si avvicinò un giovane magro dal viso ossuto e forte, dal colorito olivastro e dai lunghi capelli neri, vestiva una corta casacca con cappuccio di buona fattura, che ne stabiliva un buon censo. Alzai la testa e lo salutai con un sorriso tergendomi con il dorso della mano il sudore misto alla polvere di marmo. "Sei molto abile" mi disse "ma mi piace soprattutto l'entusiasmo e la passione che ispira il tuo lavoro" sorrisi ancora, continuando battere il marmo. "Sei quindi tu il giovane sculptore venuto dal nord al seguito di Guglielmo" annuii con la testa. Evidentemente i miei silenzi infastidivano il giovane, che voleva a tutti i costi conoscermi. "Mi chiamo Ugo, anzi Ughetto dei Carrari e dirigo per ora i trasporti per la fabbrica del Duomo, ma altre cose voglio, anzi devo fare, perché ormai i tempi sono maturi". Non capii cosa volesse dire, ma sorrisi ancora e dissi "mi chiamo Solerio". Il giovane mi batté una mano sulla spalla dicendomi "perché non smetti di picchiare su quel marmo e vieni a bene un bicchiere di vino alla taverna del Voltone?" "Con piacere" assentii, posai gli strumenti e mi pulii con uno straccio, buttandomi sulle spalle il mantello. Ci incamminammo verso la vicina taverna conversando lietamente, avevo trovato il primo amico della mia età, con il quale avrei potuto trascorrere ore spensierate. La taverna del Voltone, così chiamata perché ubicata sotto il grande porticato della piazza, era una enorme stanza senza finestre, che prendeva luce dall'ampio portone dell'ingresso, alcune grosse botti guarnivano una parete e tavoli lunghi alcuni metri ne percorrevano la lunghezza, attorno ai tavoli panche e qualche scranno, forse per gli avventori più importanti. Ughetto fece portare due boccali di vino e prima di bere appoggiando la testa fra le mani con i gomiti puntati sul tavolo, guardandomi mi disse: "quei tuoi leones vedranno una Mutina diversa, una città non più asservita all'Imperatore ed ai suoi macellai, che spadroneggiano ancora sui monti" bevve un sorso invitandomi a mia volta a bere. "Mi chiederai perché ti parlo in questo modo, prima di tutto perché hai un viso sincero, poi perché fremevo dalla voglia di sapere cosa succede al nord, come vi comportate con l'Imperatore, avete fortificato le città?". "La situazione in riva ai laghi è molto diversa, viviamo in piccoli borghi custoditi solo dalle acque e dalle grandi montagne che ci circondano, non ci poniamo problemi con gli imperiali, perché problemi non ne abbiamo, molti di noi sono chiamati per la nostra arte e questo ci pone in una situazione di privilegio e di rispetto". Ughetto mi interruppe "Ma avete sentito i fermenti delle città lombarde? Avete visto le angherie dei feudatari?". "Nel viaggio per giungere a Mutina avevo più volte sentito voci di ribellione all'Imperatore, ma non credevo vi fossero giovani tanto accalorati nel combattere il potere". "Non credere che sia un calore solo mio, tutte le gilde sono in fermento, perché la città deve essere retta non solo dal Clero e dai Milites, ma da tutte le Corporazioni, saremo noi gli arbitri dei destini della città, questo anche se dovremo sparger sangue". "Non mi è parso che vi siano però soprusi e eccessi da parte dei Milites e mi hanno detto che gli uomini della Contessa sono spesso in contrasto con gli imperiali, che ho visto scorazzare per la via Aemilia arrivando". "Imperiali, uomini della Contessa, sono tutti la stessa cosa, sì è chiaro, la Contessa Matilde è la grande capitana della Chiesa ed è stata anche nemica dell'Imperatore, ma è pur sempre il braccio del potere, anche se tra loro contrasti ve ne sono stati e che contrasti, ma è proprio su questi che noi vogliamo fare leva, per fare diventare Mutina libero Comune, come già si sta facendo in altre città della Lombardia. Non ho nulla personalmente contro Matilde, che ritengo sia una donna saggia e che ama sinceramente la Chiesa ed il suo popolo, ma è pur sempre Lei che evita che il governo comune nasca e quindi è anch'essa da combattere". "Io sono il capo della gilda dei carrai e ben altri dodici della mia corporazione sono pronti a scendere in piazza, poi vi sono i sellai di Bozzalino, i fabbri con Ubaldino da Soliera, i cestai della contrada Modonella e anche qualche Milites che nobilita certo la nostra causa". "Abbiamo bisogno anche degli sculptores" disse sorridendo. "Ma io non sono un Mutinense e soprattutto non riesco ad afferrare questa tua, questa vostra necessità di lotta, in una città come questa, retta saggiamente da un Vescovo buono e giusto “. "Non ho nulla contro Dodone, che è uomo eletto dal popolo, è anzi il nostro vessillo contro l'Imperatore, però il Vescovo non può certo sbilanciarsi con Matilde e ora pare che ci sia nemico. Nella prossima festa di tacita intesa ci troveremo tutti in piazza presso la pietra d'arengo e proclameremo ufficialmente la nostra volontà di portare la città a governo comune, quel giorno vedremo come si comporteranno Dodone ed i Milites". Bevemmo ancora, poi discorremmo di fanciulle, le lotte e la politica avevano lasciato posto ad argomenti più lieti, almeno per me. Ughetto abitava non lontano dalla casa di Guglielmo e ci accordammo di rincontrarci la sera per far visita alla casa di Lucilla, presso la porta di Saliceto, dove varie fanciulle allietavano con balli ed altre dolcezze i giovani nottambuli Mutiniensi. Tornammo alla fabbrica del Duomo ed io passai il resto della giornata a picchiar sulla pietra e a parlar con Ughetto, che alla fine di ogni trasporto veniva ad allietarmi con battute e lazzi. La prima giornata di lavoro mi vide molto stanco e per un attimo pensai con sgomento alla nottata da Lucilla, ma poi immerso capo e braccia in una tinozza d'acqua fresca, sentii ritornare immediatamente le forze e l'entusiasmo per la allegra serata promessami. Lo spiazzo era isolato e la casa di Lucilla, inserita nelle mura ad est della città, era costituita da un lungo muro di mattoni, che rosseggiavano alla luce di due fiaccole poste ai lati del piccolo portone, che era contornato da una fascia di intonaco colorato di un giallo vivo, che distingueva inequivocabilmente chi abitava in quel posto. Alcuni giovani attendevano vicino alla porta ed era un corale ridere e scherzare, alcuni appartati, giocavano alla morra scommettendo qualche denaro. Quando il gruppo fu abbastanza numeroso, come d'incanto la spessa porta si aprì ed apparve una grossa matrona, vestita con una tunica leggera giallo intenso, fermata alla vita da un laccio di cuoio al quale erano state applicate pietruzze multicolori. "Venite, venite" disse, facendo eco ad una risata sgangherata e cominciando a saltellare tra i giovani che si divertivano a motteggiarla e a toccarla ovunque. Entrammo tutti in uno stanzone enorme, ove il tetto di canne e paglia era sostenuto da grosse travi, che partivano dalle mura stesse della città e che rappresentavano anche una parete della casa di Lucilla. Lunghe panche di legno definivano una parte dell'ambiente, l'altra parte era delimitata da tante tende di lino, che formavano piccole stanze separate le une dalle altre. La matrona ci fece accomodare sulle panche e dopo aver battuto le mani , apparvero due fanciulle con serti di foglie intrecciate sulla testa, una suonava un piffero di canna e l'altra batteva ritmicamente due piccoli piatti metallici dalla squillante sonorità, dietro a loro, coperta da veli dalla maliziosa trasparenza, vi era Lucilla che avanzava a leggero passo di danza. Lucilla era decisamente molto bella e molto giovane, la bellezza era pari alla sua fama, i lunghi capelli castani erano legati a più ciocche, che cadevano sulle spalle con nastri di vario colore, non aveva monili, ma soltanto alcune campanelle legate con laccetti alle caviglie, che tintinnavano dolcemente ad ogni suo flessuoso movimento. Alcune lucerne illuminavano la stanza rendendo più vivide le carni della fanciulla, che sempre più freneticamente ballava, circondata dagli sguardi lucidi dei giovani. Lucilla con un ultimo guizzo dei fianchi fece cadere i pochi veli che la vestivano e cadde ignuda sulla stuoia, che copriva parte del terreno battuto, che faceva da pavimento alla stanza. Dalle tende uscirono altre quattro fanciulle, con corte tuniche gialle, che si unirono ai giovani che da silenziosi ed attenti si erano fatti vocianti e scomposti. Ughetto si alzò ed aiutò Lucilla a sollevarsi, con falso pudore ella tornò a coprirsi con i suoi veli e ridatagli la mano si avvicinò con lui a me. "Chi è questo ben giovane che non conosco?" Ughetto sommariamente mi presentò e rompendo i preamboli chiese a Lucilla di andare in un luogo appartato, sorridendo porse a me la mano e ci condusse in fondo alla stanza dove vi era una porta che conduceva in un piccolo ambiente ottenuto nello spessore delle mura. Una tavola e qualche panca erano gli unici arredi, dall'alto pendeva una grossa lanterna di ferro. Ughetto si sedette e mi indicò uno sgabello, appena fui seduto con l'agilità di una gatta Lucilla si sedette sulle mie ginocchia. Mi sentivo imbarazzato e forse ridicolo, ma la serietà del mio amico stemperò le mie timidezze. "Solerio credevi che questa fosse solo una serata di gozzoviglie, invece ti trovi nel covo di chi vuol rendere Mutina una città libera", non aveva finito di parlare che si aprì la porta della stanza ed entrarono cinque uomini. Ughetto li salutò con un cenno e disse "questo è lo sculptore del quale vi avevo parlato" e rivolgendosi a me "questi sono i capi delle gilde più importanti della città, Ubaldino, Rodulpho, Bozzalino, Nicolò e Bartolo. Erano tutti più vecchi di Ughetto, forse Bozzalino dai capelli rossi tagliati alla franca era dell'età del capo dei carrai. Ubaldino, il capo dei fabbri, era alto e possente come una quercia, aveva i capelli ricciuti e neri con qualche luce bianca e la barba pure riccia e nera come la notte, portava una corta tunica di tela greggia con brache di lana verde ed uno spesso corpetto di pelle, alla sua cintola pendeva una spada, che forse con due mani avrei stentato a sollevare. Rodulpho era il capo dei vasai, era forse il più vecchio, dall'aspetto nobile, dalla corporatura ben formata e dai capelli corti color dell'acciaio, Nicolò, capo dei sellai, era giovane, tarchiato, dalla faccia rubiconda e dal sorriso sempre pronto, anch'egli portava alla cintola uno spadone, che a volte strascicava per terra e che ogni tanto alzava ed usava come appoggio. Bartolo dal vestire elegante, era l'unico che portava una collana d'oro e cornioli, con il simbolo della sua gilda, quella degli orafi. Lucilla si alzò delle mie ginocchia, liberandomi da una posizione imbarazzante ed uscì entrando subito dopo con una grossa caraffa di vino ed alcuni boccali, li appoggiò sul tavolo e con un sorriso dolcissimo ed ammiccante uscì chiudendo la porta. Ughetto, guardò gli amici, che nel frattempo si erano seduti con noi attorno al tavolo e disse "Fra due giorni cade la festa e noi con i nostri uomini e quelli delle altre gilde, dobbiamo trovarci nella piazza Grande alla pietra dell'arengo, per dare la prima dimostrazione di forza, porteremo i nostri stendardi e diremo le nostre ragioni. Parleremo di libertà, della potenza della nostra città e dei nostri mestieri, diremo al Vescovo che vogliamo resti il nostro vessillo e che non vogliamo sudditanza né dall'Imperatore né da qualsivoglia lo rappresenti, diremo che la Cattedrale che stiamo costruendo è il giusto sepolcro al nostro Santo, ma è anche il simbolo della nostra unione e del nostro riscatto" "Queste sono parole pericolose, che non tutti approveranno" aggiunse Rodulpho. "Delle parole dette dovremo dar conto ai posteri, di quelle non dette dovremo dar conto alla nostra coscienza" "a Dio vorrai dire" "ma è la stessa cosa, rendetevi conto che è di una coscienza nostra che ora abbiamo bisogno, di una decisa convinzione che i nostri destini solo noi possiamo realizzarli e che i tempi sono venuti e che è il momento di scendere in piazza e raccogliere attorno ai nostri vessilli chi come noi vuol fare di Mutina un libero comune". La vivida fiamma della lanterna illuminava occhi umidi di esaltante consapevolezza, ci si strinse le mani in un accordo che non poteva essere rinuncia, poi si tornò nell'allegria e nella spensieratezza di quel luogo, per finire una notte carica di emozionanti presagi.

 

(segue - lunedì 22 Giugno)

Vista la positiva accoglienza di questo progetto e l'alto gradimento dimostrato dai lettori eldyani, ho deciso di pubblicare tre capitoli a settimana, soprattutto per non far intercorrere troppo tempo tra una lettura e l'altra (inutili tempi morti..). Considerato che chi inizia a leggere un capitolo solitamente lo termina nel giro di poco tempo vado immediatamente a pubblicare il secondo interessante capitolo. Oltretutto la lettura di questo libro-racconto di Franco è scorrevole e particolarmente avvincente. Porta il lettore a desiderare di andare oltre, suscitando la curiosità del  "cosa succederà adesso...?" e "come andrà a finire..?".

Buona lettura a tutti!

 

       LO SCULTORE DI LEONI

  scultore  

CAP. II°

Il paesaggio ora si inframmezzava a tratti paludosi ed acquitrini puliti come da acqua sorgiva, avevo sentito dire che nei dintorni di Mutina fonti sgorgavano naturalmente e solamente a forare con trivelle lunghe un paio di braccia, usciva tant'acqua da creare un piccolo bacino. Questi luoghi erano ricchi di salici leggiadri, che lambivano le acque con i loro rami flessibili dalle foglie piccole e strette , che in questa stagione prima di spogliarsi, diventano gialli come l'oro, così come i pioppi e tutto pareva oro in quella tersa luce del mattino. Camminai per mezz'ora e finalmente scorsi i primi argini di questo fiume padano. I saldini, così chiamati i tratti pianeggianti fuori dall’argine, erano stracolmi di piante di vite, carichi in parte di uva non ancor vendemmiata, era certo l'uva più nera che mai avessi visto, quella che dava quel brusco vino spumeggiante bevuto a cà Bacciocca. Non vidi nessuno aggirarsi per il sentiero e scavalcato l'ultimo argine, mi apparve in basso il sinuoso tracciato del Secchia, dalle acque lente ed imbiondite dal sole. Poco distante dalla riva vi era una capanna di foglie e rami intrecciati e sull'acqua a qualche spanna dalla riva, tenuta da un grosso canapo, galleggiava una zattera formata da quattro grossi tronchi fermati da robuste corde intrecciate. Un uomo dai capelli grigi, lunghi e scomposti, era seduto all'ingresso della capanna e con apparente attenzione intagliava un legno. Non sollevò la testa finché non gli fui davanti. "Posso attraversare il fiume?" chiesi con garbo, lui finalmente mi guardò facendo vedere un viso orrendo, completamente butterato dal vaiolo e ammiccò ad un sorriso tristo con i pochi denti rimastigli in bocca. "Sei stato fortunato, pellegrino, oggi vi sono soldati che gironzolano per queste contrade e certi compari non sono a mangiar uva nei saldini se no non ti sarebbe rimasto un pezzo di stoffa sulla pelle". Non raccolsi questa minaccia, ma gli chiesi quanto voleva per varcare il fiume, il traghettatore chinò il capo per pensare, ma lo anticipai offrendogli il vino, evidentemente quella bevanda doveva essere il suo più grande godimento, perché accettò subito ed anzi appena avuta la borraccia in mano ne bevve un sorso con voluttà. Mi fece poi salire sulla zattera, staccò il canapo e con un lungo bastone fece leva sul fondo limaccioso e in pochi minuti attraversammo. All'altra sponda, saltai in fretta dalla zattera e senza voltarmi mi accomiatai da lui con un "salvete". Dall'alto dell'ultimo argine si vedeva, tra filari di alberi, la vecchia strada Aemilia e di lontano si scorgevano fortificazioni. Non ci misi molto a metter piede sulle sconnesse lastre della strada romana, ancora a tratti contornata da tombe; avevo da poco iniziata la via consolare, quando da lontano sentii uno scalpitio di cavalli e vidi una nube di polvere, mi accostai ad una tomba e mi nascosi dietro di essa, in pochi minuti il drappello mi passò davanti, senza accorgersi della mia presenza. Erano una decina di cavalieri con maglie di ferro e cotte rosse con un'aquila ricamata sul petto, avevano grosse spade infilate in else di cuoio appese alla sella, andavano di fretta evitando il lastricato della strada per non azzoppare i cavalli e preferendo il sentiero di lato. Erano gli imperiali, dei quali mi aveva parlato Veriano. Ora che la Contessa Matilde aveva ricevuto dall'Imperatore stesso la qualifica di "Regina d'Italia", non dovevano esserci più lotte, ma Matilde rimaneva pur sempre la figlia prediletta della Chiesa e l'Imperatore non aveva dimenticato Canossa e pertanto anche se riponeva stima sulla Contessa temeva i Vescovi eletti dal popolo e più dei Vescovi temeva questo popolo che diventava sempre più unito e quindi sempre più potente, edificava attorno alla sue città mura sempre più forti ed imprendibili e nulla potevano i Vassalli creati dall'Imperatore, arroccati nei loro castelli di montagna, che ancor oggi, molte volte spadroneggiano attorno alle loro contrade, con soprusi e depredazioni. Ecco perché le città si stavano facendo potenti ed in qualche modo indipendenti, appoggiandosi alla Chiesa e a chi portava il suo vessillo. Gli Imperiali erano venuti per vedere le fortificazioni di Cittanova e infatti questo avamposto di Mutina ora mi si presentava in tutta la sua possanza, un grosso fossato correva attorno e solo la via Aemilia entrava dentro le mura basse sormontate da una enorme palizzata. Due torri con bertesche e camminamenti erano a lato della grossa porta, che sbarrava l'accesso alla cittadella. Parecchi soldati con elmi e lance erano sugli spalti, non certo per vedere me povero viandante, ma per assistere alle evoluzioni degli imperiali, che certamente avevano percorso in lungo e in largo le mura per vedere ciò che dovevano , per poi riferire. Arrivai sotto la porta ed a voce alta dissi chi ero, senza cerimonie due armigeri aprirono il grosso portone facendomi entrare. Il borgo era abbastanza grande, con ruderi romani all'interno ed una piccola chiesa in sassi e lastre di marmo sulla facciata spoglia, poi parecchie capanne di legno più grandi e meglio costruite di quelle di cà Baciocca. In mezzo al borgo vi era una piccola piazza con un pozzo in sasso, la via Aemilia percorreva il borgo e veniva ancora sbarrata da un altro portone meno imponente di quello che mi aveva ricevuto. Mi venne incontro il capo degli armigeri, dalla cotta arancio con un grosso cinturone di cuoio con borchie di ferro al quale era appesa una corta spada, quasi un gladio, in testa portava un elmo senza particolari fronzoli. Era un uomo sulla cinquantina, abbastanza alto, forse della mia statura, ma enormemente più robusto, con grandi baffi alla longobarda di un marrone rossiccio screziati di grigio, la sua faccia aperta esprimeva durezza, ma simpatia. Con ironia disse "sei tu dunque lo sculptore che attendiamo?... ma chi me lo garantisce?", il suo dubbio tipicamente militare doveva essere chiarito se volevo giungere a Mutina. Con un sorriso sarcastico presi il plico che avevo appeso alla cintura, lo liberai dalla tela che lo copriva e srotolai la pergamena, esposi così i miei disegni all'occhio stupito di "baffo di rame" e tolsi dal centro del rotolo una pergamena più piccola con un sigillo di ceralacca rossa e lo porsi al capo degli armigeri, evidentemente questi non sapeva leggere, ma riconobbe immediatamente il sigillo del Vescovo Dodone e questo gli bastò, mi rese con deferenza la pergamena e attese paziente e silenzioso che riordinassi il mio plico e lo riappendessi alla cintura. Poi mi disse se volevo attendere un poco per rifocillarmi, ma gli feci capire che volevo raggiungere al più presto Mutina. Fece sellare due cavalli dicendo "sono poche miglia, un tiro di balestra, ma se tu ti incamminassi a piedi, impiegheresti ore , pertanto a piccolo trotto faremo in un attimo e poi un personaggio come te “ e qui calcò la voce” deve essere scortato. “ Montammo a cavallo ed uscimmo fuori dalla porta Est. La via Aemilia in quel punto era diritta come un fuso ed alberata, piena di tempietti romani in rovina e vecchie tombe, già appena varcata la porta est, in lontananza si potevano immaginare le mura della città, che dopo poco apparvero in tutta la loro magnificenza, erano mura alte in mattoni scuri, come le terre arate che si incontrano in questi luoghi, qualche merlo a capo chiuso e larghi corridoi di ronda, con scale e rampe per accedervi. Si sviluppavano soprattutto a sud della via Aemilia con torrioni possenti di recente fattura, che ne sottolineavano ancor più la grandezza. Due vessilli sventolavano sui torrioni della porta, erano di un giallo intenso con una croce azzurra, erano gli stendardi di Mutina. Il fossato era molto ampio, quasi un grosso canale e da questo si dipartivano altri piccoli corsi d'acqua che si perdevano nei campi. Si immaginava che Mutina fosse percorsa da canali, vedendo l'acqua scorrere così velocemente all'esterno. Il ponte levatoio era massiccio e poteva portare quattro cavalieri a cavallo allineati, era irrobustito da grosse spranghe di ferro ed imbullonato con enormi chiodi. "Baffo di rame" fece solo un gesto ampio con la mano, che fu subito riscontrato dalla sentinella che guardava da una bertesca sulla porta e poco dopo con cigolii sinistri il grosso ponte mobile si posò davanti a noi, lasciando aperta questa grande finestra sulla città e quella prima immagine mi rimase impressa negli occhi. In fondo si distingueva bene la mole della fabbrica del Duomo, già biancheggiante di marmi e accanto una torre a pianta quadrata, anch'essa bianca come la grande Basilica. Attorno case di mattone scuro e tetti in legno, ponticelli che facevano immaginare diversi corsi d'acqua e gente indaffarata che si muoveva ovunque. Entrammo con una certa lentezza, "baffo di rame" con la coda dell'occhio guardava sorridendo il mio ammirato stupore, disse solo sussurrandomi quasi all'orecchio "È bella la nostra Mutina vero?", io lo guardai e sorrisi assentendo con la testa e con un movimento largo della mano. Ci fermammo al posto di guardia, "baffo di rame" confabulò con un armigero che indossava un usbergo di maglia di ferro coperto da una corta tunica aperta ai lati, gialla con una grossa croce azzurra sul petto. "Baffo di rame" mi si avvicinò e disse "questo è Marco, capo dei milites della porta ovest, ti accompagnerà lui dal Vescovo Dodone, io devo ritornare a Cittanova, arrivederci sculptore, lavora bene" io gli allungai la mano e lui mi passò una pacca con la sua, segno di grande amicizia, rimontò sul cavallo e uscì dalla porta, che immediatamente rinchiuse il suo varco. Marco, giovane sui trent'anni dal bell'aspetto e dai corti capelli alla franca, mi invitò a seguirlo. Percorremmo una piccola strada costeggiata da un grosso canale maleodorante, attorno solo piccole case di legno ben fatte e magazzini pieni di sacchi di grano od altre derrate, arrivammo poi al nucleo centrale della città dove sorgeva oltre alla fabbrica del Duomo, la torre del popolo, il palazzo del Vescovo, e una grossa fortificazione chiamata castellaro, le case erano quasi essenzialmente in mattoni contornate da portici sotto i quali si aprivano le botteghe degli artigiani e dei commercianti. Più di un canale attraversava Mutina e qualche lenta chiatta li percorreva per portare marmi e mattoni. Il Mutinense è popolo indaffarato, ti guarda di sottecchi mentre passi, quale straniero, ma poi continua imperterrito a fare il suo lavoro, è gente generalmente tozza e robusta come i villici di cà Baciocca. Arrivammo in poco tempo al palazzo del Vescovo e Marco, sempre avanti a me di qualche passo, parlò con gli armigeri che facevano la guardia all'ingresso. Prontamente ci scortarono in un ampio cortile interno, poi in una vasta sala completamente affrescata alla maniera di Bisanzio, in fondo vi era un piccolo scranno di legno dorato, gli armigeri salutarono con un cenno Marco e si allontanarono lasciandoci soli. Passò qualche minuto, poi da un portone a lato dello scranno entrarono quattro uomini anziani dalle lunghe tonache marroni con mantelli azzurri, dietro, con un mantello cremisi orlato di pelo bianco entrò Dodone. Era uomo alto con il viso squadrato e senza sorriso, sembrava completamente calvo e portava in testa il copricapo rosso dei vescovi. Si sedette e mi chiamo a sé con un gesto "Quindi tu saresti Solerio figlio di Agidulfo; il tuo maestro Guglielmo o Wiligelmo come lo chiamate lassù tra i vostri laghi, mi ha parlato molto bene di te. Noi ci aspettiamo cose importanti ed in tempi brevi, dato che il nostro architetto Lanfranco, piissimo, vuol traslare la sacra spoglia del nostro S.S. Protettore entro qualche mese, benché la Basilica manchi ancora di parecchie cose" e dicendo questo si rivolgeva agli anziani giunti con lui, che assentivano, allargando le braccia, con segni di sufficienza. Dodone disse ancora "questi che vedi sono i quattro canonici più anziani, essi dovranno controllare sempre il vostro operato e tu giovane sculptore ascolta sempre i loro saggi consigli, essi parlano per mia bocca e per bocca di tutto il popolo" "tu miles vai a cercare Lanfranco e Guglielmo e portali con celerità da noi". “Giovane Solerio, penso avrai fatto qualche disegno dei tuoi leones? se è così mostraceli". Assentii con un sorriso e lentamente srotolai il plico, e facendo questo, lasciai cadere la pergamena dov'era il suo invito, egli ne riconobbe il sigillo e disse "Tieni sempre con te quella pergamena sarà la garanzia del tuo lavoro", la raccolsi e la posi con cura in una tasca della tunica, mostrai poi i disegni al Vescovo ed ai Canonici. Subito vi furono esclamazioni di compiacimento e di approvazione " i tuoi leones orneranno la porta sulla piazza dove si raduna il popolo e dove si entra nella Basilica per le grandi funzioni". "Spero di essere degno del vostro entusiasmo, ma sotto la guida del Maestro sono certo che potrò darvi le soddisfazioni che chiedete". Mentre eravamo in queste attente considerazioni, di come disporre i leones e di come abbellire le colonne, si aprì la porta ed entrò Wiligelmo, alto e magro uomo del nord, dalla spaziosa fronte e dai pochi capelli grigi fluenti sulle spalle. Appena mi vide il suo viso si aprì in un lieto sorriso e senza neppure salutare Dodone, mi corse incontro e mi abbracciò restando in quella posizione per qualche momento, poi quasi schernendosi si rivolse al Vescovo "scusate se solo ora vi saluto, ma questo giovane lo lasciai che misurava una spanna in meno ed è come un figlio per me" "non ti scusare Guglielmo, siamo ben lieti di questi sentimenti e siamo soprattutto lieti di avere tra di noi, uomini così nobili e validi, ora giovane Solerio ti presento Lanfranco grande architetto ed edificatore del nostro Duomo" si fece avanti questo famoso magister dalla corta barba color del castagno dalla fronte stempiata e dai capelli sempre dello stesso colore tagliati al di sotto delle orecchie, portava la tunica di canonico con il manto azzurro e portava in mano la virga, strumento che gli serviva per misurare, ma che rappresentava soprattutto l'emblema del suo potere. Sembrava uomo altero e di poche parole, pieno del suo incarico e delle tante lodi a lui intessute, diverso dal mio maestro, con quel viso sempre sereno e le mani incallite per aver tenuto troppo in mano martello e scalpello. Lanfranco disse solamente "spero che il vostro discepolo, caro Guglielmo, ci dia la possibilità di affrettare il nostro compito, S. Geminiano non può continuare ad essere adorato in una chiesa che sta cadendo da tutte le parti e di cui chiunque potrebbe violare l'arca dove riposa". Dodone assentì più volte con la testa, più per noia che per la necessità della cosa. Dodone poi ci diede la benedizione e si accomiatò da noi, lasciandoci nelle mani di uno dei canonici, il magis scola Aimone, noto insegnante e consigliere del Vescovo. Uscimmo dal palazzo e assieme a Lanfranco ci recammo alla fabbrica del Duomo per mangiare con gli operari e gli artifices, dato che da parecchio era giunta per me l'ora di pranzare. Il mio buon Guglielmo, come ora lo chiamerò anche io, dato che così lo chiamano tutti i mutinensi, mi prese sottobraccio e assieme ci incamminammo sull'acciottolato della piazza verso il grande Duomo. Ci portammo subito in una grande costruzione in legno addossata ad un lato della Basilica. Era alta quasi quanto la Chiesa, con grosse travi di sostegno per il tetto che si incuneavano in parte tra i marmi. Era piena di mille attrezzi e di diversi pagliericci sparsi ovunque, in un punto di maggior luce vi erano lastre e pezzi di marmo ancora da posare o da scolpire. Due uomini dalle barbe incolte e da lunghi berretti di lana stavano mangiando accanto ad un focolare di pietra. Ci avvicinammo e con un sorriso ci invitarono a sedere. "Vedi Solerio, questi sono due operai scelti al servizio di Lanfranco e mi pare siano anche loro di Lombardia" i due uomini assentirono con la testa, ma continuarono a mangiare ormai avvezzi a veder sempre gente nuova andare e venire per la Fabbrica. Anche io presi pane e carne seccata e salata, bevendo il solito buon vino frizzante e rosso come il sangue di bue. Mentre mangiavamo Guglielmo parlò a lungo delle varie opere architettoniche che stavano nascendo, delle quattro porte, dall'immenso coperto formato da lunghe travi intagliate, dai mille marmi romani, recuperati dai templi pagani siti in Mutina e addirittura sotto la Basilica stessa. La vecchia chiesa di S. Geminiano era poco distante ed anche questa era miniera di marmi e pietre. In quel momento gli uomini erano già al lavoro, infatti si sentiva rumore di carrucole e picconi, solo i due uomini di Lanfranco, ultimi a lasciare i lavori, ora si rifocillavano con frugalità. Passammo tutto il pomeriggio tra ponteggi e piani inclinati, ad ammirare gli artigiani che si affaccendavano in maniera chiassosa. Molti Mutinensi prestavano gratuitamente la loro opera, artigiani che lasciavano il loro lavoro e con devozione prendevano piccozze e magli, spatole e martelli e si affaccendavano nell'arte a loro più congeniale. Mi diceva Guglielmo che un tal Gregovio della gilda dei macellai si era scoperto ottimo intagliatore di legni ed ora, per volere di Lanfranco e di Dodone, era fisso ad intagliare figure sulle travi a vista. La sera venne presto e vi fu un altro pasto frugale, questa volta a base di verdure ed uva, poi Guglielmo mi invitò nella sua casa nei pressi del vicolo degli scarpari. Attraversammo un piccolo ponte di legno su uno dei tanti canali maleodoranti di Mutina e ci inoltrammo in un dedalo di piccole viuzze con case in mattoni, dai tetti in legno e paglia.

 

(segue - venerdì 19 Giugno)