scritto da francesca il 14 06 2015

L'estate è periodo di lettura , dopo qualche ripensamento ho deciso di proporvi, in questi mesi di vacanza, qualche libro di amici eldyani. Ho a diposizione lo "SCULTORE DI LEONI" di Franco e dato l'argomento non troppo impegnativo (storico/romanzesco) ,ho ritenuto opportuno partire da questa opera per iniziare "l'esperimento". Pubblicherò due capitoli la settimana per facilitare una lettura più fluente , al termine del mese faremo il punto della situazione per vedere se questo tipo di lettura possa essere gradito.
LO SCULTORE DI LEONI
Termini latini o volgari
ager - termine latino per indicare il terreno coltivato
Biblia paumerum - “Bibbia dei poveri” - I bassorilievi scolpiti da Wiligelmo sulla facciata del Duomo raccontano i fatti più importanti del Vecchio Testamento. La maggioranza del popolo di allora non sapeva né leggere né scrivere e l’unico modo per imparare i fatti del libro dei libri era guardare quelle sculture.
latrones - volgarizzazione del termine latino latro - brigante, ladro.
leones - termine latino per indicare i leoni
milites - in termine medioevale indicava i cavalieri, gli
armati nobili o i nobili in generale.
magister - termine latino per indicare il capo o il maestro in
un'arte
Mutina - termine latino per indicare la città di Modena
Mutinensi - volgarizzazione del termine latino Mutinensis –
abitanti della città di Modena
sal petrosum- termine antico per indicare il salnitro
sculptore - volgarizzazione del termine latino sculptor –
scultore
virga - nella fattispecie è il termine latino per indicare un
pezzo di legno lavorato e con tacche, che serviva
per effettuare misurazioni.
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Capitolo I°
I piedi reggevano a stento il fango che si era accumulato durante la giornata di pioggia , mi appoggiavo al lungo bastone picchiando per la stanchezza la testa alla borraccia ormai vuota appesa alla cima proprio dove il legno era stato curvato per meglio permettere il sostegno.
I lini con i quali mi ero fasciati i polpacci erano consunti e la fanghiglia si incrostava alle caviglie, appesantendo ancor più il mio cammino.
Mutina era ancora lontana, la campagna intorno era frustata a tratti da acquazzoni, che piegavano le canne lungo gli acquitrini e squassavano le tife, che come batacchi ondeggiavano al vento.
Già da un giorno avevo oltrepassato il Po all'altezza di Brixellum, da allora solo capanne maleodoranti di pescatori di anguille e tante zanzare, un'infinità di questi noiosi e nefasti insetti.
Mi asciugai alla meglio il viso con il dorso della mano e nello sferzare dell'acqua la mia mente andava lontana alle dolci rive del lago, nella bottega di mio padre "figliolo non colpire la pietra con cattiveria, usa dolcezza" mi diceva "ricordati che quello che devi scolpire, Dio l'ho già racchiuso in ciò che tu stai percuotendo con tanta rabbia".
Mio padre era il miglior sculptore del lago e presso di lui erano venuti tanti ad imparare ad usare martello e scalpello, anche l’amico , Wiligelmo delle montagne.
Con nostalgia ricordavo la mia gente fredda e gentile, fredda non perché priva di sentimenti, ma riservata "mai deve apparire quello che tu provi figliuolo per essere un vero uomo" diceva mio padre e questa era la regola di noi gente del nord, la gentilezza era vera, misurata, era molte volte amicizia che andava al di là delle vicissitudini quotidiane, così è stato per me e Wiligelmo, egli era quasi coetaneo di mio padre e aveva dato subito dimostrazione di una innata propensione per l'arte, veramente sembrava che per lui Dio avesse nascoste le figure che scolpiva nella pietra, tanto gli era naturale dar quelle espressioni ai visi, così simili agli uomini forti del nord.
Wiligelmo, proprio per quella grande amicizia che non si cancella con la distanza e con gli anni, mi aveva chiamato presso di sé a Mutina.
Quando partì, parecchi anni fa, ero ancora un ragazzo dai capelli scomposti e dal sorriso avaro, ma sapevo già battere il martello con perizia, sapevo soprattutto scolpire gli animali, ne esprimevo la fissità e nello stesso tempo l'agilità delle forme, con tratti essenziali sapevo coglierne l'intimità più profonda, che tramutavo in pietra.
Ma anch'io sono forse un po' di pietra, mi accorgo a volte di guardare senza sentimenti apparenti, sono diventato un viandante osservatore di costumi e di genti, un uomo del nord che viene in una terra che mi si dice sanguigna, dove tutto, anche l'amore per Cristo è vissuto con il furore dei tempi.
Ormai la campagna coltivata doveva essere vicina, iniziavano a vedersi in lontananza i boschi di pioppi e querce, quella che doveva essere una strada, ma che ormai era solo un torrente di fango, si allargava e cespugli informi ne delimitavano meglio il tracciato.
Il viaggio era durato ben due settimane, prima a dorso di mulo, poi a piedi tra le paludi padane infestate da insetti e latrones ,a Mutina mi attendeva Wiligelmo ed il Vescovo Dodone nella grande fabbrica del Duomo ormai iniziata da sei anni.
Dovevo scolpire nel marmo rosso di Verona i due leoni della porta a meridione . Immaginavo già le leggiadre colonne sostenute dai miei leones e l'archivolto con le sinuose volute di foglie.
Già da un anno avevo schizzato sulla pergamena, che tenevo avvolta in un panno e legata alla cintola, i miei leones con le fauci spalancate, accovacciati su animali ormai inermi.
Mentre mi perdevo in questi gloriosi pensieri, la pioggia cessò, cominciò l'ager, prima con qualche pezzo di terra malamente arato, poi veri e propri appezzamenti di saggine dove pascolavano grossi maiali.
Poco lontano, circondato da una bassa palizzata, vi era un insediamento di capanne di legno con i tetti ricoperti di paglia e fango, ormai Mutina era vicina.
La palizzata era stata impiantata da poco, le punte fatte approssimativamente con una grossa scure, facevano vedere un legno chiaro non ancora ossidato.
Mi venne incontro un uomo con la barba lunga ed incolta, vestiva una casacca di panno dall'indefinito colore, lesa e stracciata, legata alla vita con una correggia di cuoio, portava brache alla barbara legate con pezzi di panno dello stesso colore della casacca, era scalzo e i suoi piedi erano ormai grossi grumi di fango.
"Dove vai pellegrino a quest'ora?" mi disse sbarrandomi il passo, "vado alla fabbrica del Duomo, sono stato chiamato dal Vescovo Dodone" e mostrai il medaglione del mio mestiere, che portavo appeso al collo; l’uomo si inginocchiò e mi baciò la tunica, quasi che fossi il Vescovo stesso, ma il contado e tutti i Mutinensi erano devoti a Dodone e gli sculptores erano l'emblema della Basilica nascente. Mi è stato detto che Wiligelmo è stato oggetto di premure generalmente fatte a nobili e che una gran folla è sempre presente quando scolpisce sul bianco marmo le figure della Biblia pauperum.
Veriano, così si chiamava l'uomo, mi invitò entro la palizzata con le mani giunte sul petto e a gran voce gridò "veni... veni..." ed altri uscirono dalle case, dagli stalli con forconi di legno e cavagne per la raccolta dei prodotti della terra.
Saranno state una ventina di persone, quattro uomini, sei donne ed una decina di bambini di tutte le età, vestiti dello stesso colore, quello della terra. I bambini più piccoli avevano solo una corta casacca di lana e per il resto erano sporchi come i maiali con i quali si divertivano a giocare.
Mi venne incontro una reggitora matronale, vestita di una lunga tunica color della terra, con lunghi capelli anch'essi dello stesso colore, il viso era pulito e rubizzo, dal largo sorriso illuminato da piccoli occhi verdi; si chinò gentilmente e corse in casa senza parlare tra il vocio dei bambini che mi saltellavano attorno.
Tornò fuori subito, con una pagnotta nera ed una ciotola di latte, ringraziai con la testa e bevvi il latte, buono, appena munto, meno buono era il pane fatto forse all'inizio della settimana e oggi era il giorno di Venere.
Mi disse che si chiamava Matelda, nome altisonante e quasi proibito per una donna dei campi, certamente questo bel nome lo portava come un monile, era la reggitora di cà Baciocca, così si chiamava il gruppo di case. Ella mi invitò a vedere le loro maggiori ricchezze, dodici maiali, completamente immersi nel fango e nel letame e due paia di giovenche da latte.
Mi si avvicinò anche la figlia più grande di Matelda, una ragazza dolcissima, alta, dai bei capelli color del noce e dai grandi occhi verdi, come quelli dei gatti, mi sorrise abbassando la testa, io non ero certo in buon arnese, ma ero giovane e la mia tunica tradiva il mio censo e la catena d'argento con il medaglione del mio mestiere davano un certo fascino per questa fanciulla.
Inoltre ero alto almeno una spanna più di questa brava gente, che anche se ben proporzionata era piuttosto tarchiata.
Veriano quasi mi prese per mano e mi portò nella sua casa, la più grande.
Varcammo una piccola soglia fatta di travi ben squadrate, senza porta, ma erano ben visibili i grossi cardini di ferro, chiesi il perché a Veriano, che mi rispose che la porta sarebbe stata posta a dimora solo nei mesi invernali, ora si accontentavano di una spessa tenda di grossa canapa, che agevolava i movimenti d’entrata ed uscita con i cesti e le vettovaglie.
L'ingresso della casa era ampio, molto buio, un camino di pietra dominava una intera parete.
Era formato da sassi ben squadrati che costituivano una vera e propria stanza, accanto a due grossi tronchi bruciacchiati che facevano da supporto al foculus, vi erano poi due rozzi sgabelli di legno posti a lato. Nel punto più nascosto un grosso cassone di legno pieno di paglia fresca era il sontuoso letto del villico e della sua reggitora, qua e là mucchi di fieno per i figli più piccoli, nel centro della casa un grosso tavolo di noce, il cui coperchio era spesso almeno quattro dita, poi rozze panche erano poste all'intorno, dal soffitto pendevano strani budelli dal sapido odore, mi si disse che era una cibaria fatta con la carne e le budella del maiale, ben nota in queste contrade.
Si sedettero intorno al tavolo solo i maschi della casa e mi offrirono l'unico scranno con spalliera esistente, le donne e le bambine mangiavano in piedi e le più grandi aiutavano a preparare il cibo.
Mi portarono da bere un vino asprigno e ben fruttato dal colore rubino scuro che leggermente spumava nel versarlo, era brusco ma dissetante.
La reggitora portò poi una carne di maiale seccata e pressata, molto saporita, intanto nel grosso camino faceva bollire una pentola nella quale aveva posto cavoli, cotenne di maiale e pezzi di pane duro, poco dopo portò delle ciotole con questa minestra fumante, molto appetitosa. Portarono infine le più giovani, un grosso canestro di insalata, che ognuno prese e pose nella ciotola della minestra, ormai pulita con la lingua o pezzi di pane, portarono quindi grossi grappoli di uva nera dai grossi chicchi rotondi, eravamo alla fine di ottobre e quella era proprio la stagione della vendemmia. Non penso che quei villici mangiassero sempre a quel modo, questo era stato senz'altro una specie di pranzo con i loro cibi più importanti.
Passai la giornata a ragionar con Veriano e con gli altri uomini di cà Baciocca, mi dissero che dovevo percorrere il sentiero sino al fiume Secchia, dove avrei trovato un traghettatore e dopo sarei arrivato alla via Aemilia, puntando poi a Est verso Cittanova.
Mi dissero anche che negli ultimi giorni si erano sentite voci di cavalieri dell'Imperatore che si erano spinti sino a quella borgata per controllare le fortificazioni della Contessa Matilde, che dominava quei siti.
Mi dissero di stare attento ai fuoriusciti dell'esercito della Contessa, che stazionavano spesso presso gli argini del fiume e depredavano i viandanti, tante volte in accordo con il traghettatore.
Così giunse la sera, i villici pararono le bestie negli stalli e mi porsero pane e formaggio ed una ciotola d'acqua, che consumai seduto all'aperto su di un grosso tronco. Poi mi diedero paglia fresca e mi adattarono per la notte nel grande fienile. Si saliva una scala a pioli e ci si poteva stendere su di un pagliaio, che profumata di erbe dal taglio fresco, da quella posizione si poteva vedere tutto l'insediamento ed anche oltre, le campagne, i pioppeti e le grandi querce, era infatti il punto più alto di cà Baciocca.
Mi ero appena coricato, guardavo la luce spettrale della sera entrare come un manto di velluto, quando la giovane figlia di Veriano entrò con una lanterna ad olio e cercò nella parte bassa del fienile un posto buono per dormire, mi ignorò completamente o non sapeva che io fossi nella parte alta già coricato. Appese la lucerna ad un gancio e si sdraiò sulla paglia, sollevando un poco la corta tunica, scoprendo così le dolci gambe armoniose. Io la guardavo silenzioso dal mio giaciglio con crescente desiderio.
Parve subito appisolarsi, ebbe un moto improvviso e si girò scoprendo il largo bacino. Rimasi a guardarla ancora un poco, ma il desiderio fu più forte del mio pudore, scesi lentamente la scala a pioli e mi chinai con dolcezza verso di lei, la lucerna mandava bagliori rossicci, che esaltavano il colore delle sue carni, con la punta delle dita le sfiorai un gluteo, lei ebbe un sussulto e si girò di scatto guardandomi con gli occhi spalancati e attoniti. Io indietreggiai imbarazzato, ma lei mi sorrise.
Non so cosa successe allora, ma mi trovai accanto a lei e accarezzandole con dolcezza i capelli annullai con un bacio il suo splendido sorriso.
Il sonno placò i nostri desideri ed una folata di vento spense il lume, unico testimone del nostro giovane incontro.
La luce rosata del mattino aveva appena imbiondito la paglia, quando il canto prolungato di un gallo mi svegliò, la dolce fanciulla dagli occhi verdi non era più accanto me, ero solo, indossai la tunica e raccolsi i miei pochi averi, il plico con la pergamena ed il medaglione, posti con cura su di un ripiano di legno poco distante.
Fuori si sentiva un tramestio di persone indaffarate, senz'altro da qualche ora questa industriosa gente era già al lavoro. Mi alzai a fatica e stirai più volte le braccia, legai nuovamente il plico alla cintura, misi al collo il medaglione, controllando poi se alcune monete cucite nel bordo della tunica prima di partire vi fossero ancora.
Uscii e mi accorsi con sollievo che il sole stava sorgendo oltre il pioppeto, quindi avrei avuto una giornata buona senza il tormento dell'acqua e del fango. Mi avvicinai ad un tronco cavo pieno di acqua piovana e mi bagnai la faccia ed i capelli, mentre mi apprestavo alle pulizie mattutine, la reggitora arrivò con una ciotola di latte fumante, la ringraziai con un sorriso e bevvi in un sorso quella corroborante bevanda.
Matelda mi disse che gli uomini erano già usciti da due ore e che avrei trovato Veriano al limite del bosco di pioppi, mi porse il bastone con la borraccia colma di vino e mi salutò con un sorriso tenendomi per un attimo le mani nelle sue, i bimbetti della cà che fino ad allora mi erano stati distanti, forse per timidezza o timore, mi corsero attorno gridando, li salutai con la mano e mi avviai verso l'uscita della palizzata, subito all'esterno vi era la dolce fanciulla della notte con un grosso grappolo d'uva, me lo porse e mi disse in un soffio "mi chiamo Imelde", poi con una gaia risata corse dentro la palizzata senza voltarsi, non ebbi il tempo di dire parola o di fare alcun gesto, tanto repentino fu il commiato, ma dentro di me pensai "dolce Imelde ti terrò sempre nel cuore!".
Mi incamminai così verso il bosco di pioppi lasciandomi alle spalle quella serena borgata.
Veriano mi attendeva al limite del pioppeto alla guardia di un branco di maiali grufolanti, aveva in mano un grosso bastone di salice ben tagliato, che gli faceva da appoggio e da arma.
"Tò questo" e mi porse un coltello dalla lama corta e piatta, con un manico di bosso legato da una piccola correggia di pelle, era un'arma rustica ma estremamente efficace, da tener sotto la tunica o infilata nella cintura di cuoio. Mi spiegò che era assolutamente indispensabile avere un'arma e che il mio lungo bastone da pellegrino a nulla mi sarebbe servito se mi avessero assalito, solo una lama poco ingombrante e sicura poteva essere di qualche efficacia, per Veriano quello doveva essere veramente un grosso dono, l'accettai con un sorriso e lo infilai nella cintura, seminascosto dalla pergamena. Poi dopo parole di commiato e di arrivederci, abbracciai questo ospitale e buon villico incamminandomi verso il fiume Secchia.
Franco Muzzioli
(segue - il II° capitolo verrà pubblicato giovedì 18 Giugno)