scritto da francesca il 4 03 2012
Ho da poco terminato di leggere il suo libro “Il pane di ieri” e la curiosità mi ha portato in questo paese del cuneese, La Morra, non distante da casa mia, per conoscerlo. Parlo di Enzo Bianchi, priore della Comunità di Bose, monastero in provincia di Biella.

Io, poco credente ma tanto dubbiosa.

  Lui arriva, prete non prete, monaco senza saio. Una lunga barba bianca, due penetranti occhi celesti scrutano i presenti. Quando inizia a parlare, dopo qualche attimo di silenzio, la voce sembra severa ma nell’austerità del momento ritrovo l’apertura di un uomo di alto valore etico e morale, indipendentemente da fede, cristianesimo o qualsivoglia credo o religione. L’ho ascoltato quasi trattenendo il fiato. “Arrivando, vedevo questa neve, su queste colline e mi chiedevo: chissà se tra queste vigne ci sono ancora i “sarset”. Quell’insalata che la trovi a 11 euro al kilo, la valeriana (o soncino). Veniva su così, da sola. Me la ricordo, da bambino. La raccoglievamo sin dalla fine di gennaio e, alla sera, con un uovo cotto a metà si scioglieva, come una cremina, sui “sarset”. Cosa c’è di meglio?”. Con parole e gesti semplici parla alla sua gente. E le domande piovono su di lui. Ha ancora un senso fare economia? Stare a tavola con gli avanzi? Attendere invece di divorare? Misurare anche le parole? Si, perché il suo libro che ho citato sopra, parla proprio di questo: se la tavola è luogo di incontro e di festa, il cibo, oltre che un nutrimento necessario, è anche qualcosa di cui si deve aver  cura. Il mangiare, insieme all’amare, è una delle due sole cose che bisogna assolutamente far bene. Lui risponde a tutti. Evoca valori arcaici, non più di moda. Oggi quelli che dicono che bisogna consumare di più dicono una pura follia, c’è una tendenza generale al peggio. Ai giovani si dice: tutto e subito. Telefonini, zainetti firmati, vestiti in sovrabbondanza. E poi, buttar via tutto. Sempre. La crisi c’è, ma molti non la sentono. O forse non vogliono sentirla. E non si rendono conto che andare avanti così vuol dire rovina sicura. Fare economia (fè economia, in piemontese), è il senso del limite, è la pratica dell’”esageruma nen” (non esageriamo), della saggezza popolare. I vestiti, non buttarli prima di consumarli non vuol dire essere straccioni. Non intendo il privarsi o l’essere avari. Economia è sapienza, ordine, senso del limite. Il rispetto del pane è anche la sapienza di usare cose buone. Il pane di ieri può essere buono anche domani. Non si butta via. Ai miei tempi, dice Enzo Bianchi, il pane raffermo si metteva nel latte. Non si buttava. E, continua, non si rischiava mai sulla qualità. In tavola le cose dovevano dare allegria. E a ogni ora del giorno non mancavano mai un fiasco di vino, una bottiglia di olio trasparente – mio padre lo prendeva in Liguria con le acciughe -, sale e una grissia ad pan (una grossa forma di pane). Le case erano semplici, povere magari, ma si viveva nella realtà. Adesso si passa dentro a questi giardini con i sette nani e lampade che non si sa neanche più dove mettere i piedi. E continua raccontando della sua infanzia. A 7 anni faceva temi in latino. Racconti bambini di sassaiole contro suore ambulanti. Cita poi incontri con persone semplici, mendicanti, lingere (straccioni), un ex-alcolizzato, veri maestri di vita, più di tanti libri.  Nostalgie di oggi. L’aglio non sa più di niente. Tutte le settimane vado a fare la spesa in un supermercato diverso, ne compro due teste sperando di trovarlo buono. Come per la buona “freisa” che non c’è più. La freisa è il vino degli amici, come il porto per i portoghesi. E poi parla del padre socialista. E dice “Mi spiegava che al mondo ci sono tanti preti perché la gente vuole che gli si racconti delle palle. Mi ha insegnato che tutti sono uomini. Ogni volta che in paese arrivava una lingera (straccione), tutti scappavano. Mio padre lo invitava a pranzo e, per quanto fosse puzzolente, dividevamo il pane e il vino con lo sconosciuto.   E mentre ascoltavo quest’uomo sono ritornata con la mente alla mia gioventù trascorsa a Milano. Io, giovane  sessantottina, impegnata a cambiare il mondo! Tante illusioni, poche speranze, moltissimi errori  ( ma eravamo in tanti a crederci), scendevo in piazza a manifestare con gli studenti. Ho conosciuto un prete, altrettanto giovane e molto anticonformista. Facevamo lunghe chiacchierate, ci scontravamo continuamente,  siamo diventati amici. Lui mi diceva sempre: “Francesca, quando incominci ad avere dei dubbi, a porti delle domande alle quali, spesso, non trovi risposta, è allora che inizia il tuo cammino verso la riflessione sul senso della vita”. E continuava: “Diffida sempre da chi ti dice di avere la verità a portata di mano, anche se si tratta di un prete come me”. Ho saputo, anni dopo, andandolo a cercare tra i “randagi” suoi amici, che era stato allontanato dalla Chiesa ad opera dell’allora Papa, perché si era schierato a fianco degli operai dell’Alfa Romeo (tra i quali anche mio papà), partecipando in prima fila, alle loro proteste ed ai cortei in difesa dei loro diritti violati. Non solo, ma ciò che la Chiesa gli contestava e che riteneva disdicevole per un prete ed inaccettabile era il suo frequentare l’ambiente della strada aiutando le prostitute ad abbandonare la loro  schiavitù, restituendo loro la dignità di donne introducendole nel mondo del lavoro normale.

E come diceva un grande che non c'è più:

Chissà, chissà domani su che cosa metteremo le mani! 

           
scritto da francesca il 27 02 2012
              “C’eravamo tanto amati”…non è  solo il titolo di un film e neanche il ritornello di una canzone di tempi remoti , ma oggi questa frase potrebbe proseguire così:..”e poi cos’è successo?”. Perché all’inizio tutto sembrava perfetto, entrambi si promettevano amore eterno, lui si rispecchiava negli occhi di lei e viceversa, erano  entrati in una dimensione unica dove sembrava che niente e nessuno potesse scalfire o demolire il sublime  palpitar di cuori. L’unico punto di riferimento erano lui per lei e lei per lui. Le endorfine andavano a mille provocando benessere, euforia, desideri e quant’altro. Le loro certezze erano che il loro sarebbe stato l’amore “per sempre”.                                        Ma poi..?? Può succedere che  per problematiche caratteriali o perché non si è avuta abbastanza capacità e impegno nell’alimentarlo,  o perché ci si è costruiti falsi ideali o perché, semplicemente, si è incontrata la persona sbagliata, questo grande, unico, immenso amore finisca. Ma prima di cedere le armi e abbandonarsi per sempre alla sua fine, questo amore diventa un amore malato, dannoso. Un  amore che si nutre di sofferenze, nevrosi, disagi. E nascono allora le provocazioni, le sfide che si trasformano e diventano spesso, tormento. Più che un rapporto d’amore diventa un legame morboso, una catena. L’amore malato è l’amore che nasce dal danno di non essere stati amati, o di essere stati amati male, in genere troppo poco. Le ferite del passato si riaprono e coinvolgono i partner e tutto il mondo intorno. E’ come perpetuare un percorso conflittuale e doloroso di antichi e irrisolti copioni della vita affettiva, spesso, purtroppo, con finali drammatici. L’amore dannoso non lascia tregua agli amanti: è complicato, stressante, carico di ansia, mai spontaneo, è urlato, dichiarato, sofferto, ma contemporaneamente clandestino e pieno di segreti. MAI LIBERO. L’amore malato ha radici nelle radici della storia famigliare, culturale, sociale e trionfa quando si fa amore di piaga, amore duellante, conflittuale, amore negato, amore rimosso, amore morboso. Si può morire di amore avvelenato? Si, purtroppo. Si chiama STALKING (dall’inglese: appostarsi) ed è l’altra faccia della storia d’amore, quella più brutta, quella più scura. Nasce come un atto persecutorio. La o il molestatore è malato di sindromi ossessive. Quando una relazione finisce male, si apre, per uno dei due,  un periodo di messaggi, minacce, offese, paure che avvelenano la vita e qualche volta finiscono in tragedia. Lo stalker, o molestatore, diventa assillante mettendo in atto una serie di comportamenti che hanno come scopo il trasmettere messaggi relativi ai propri stati d’animo, alle proprie emozioni, ai propri bisogni sia affettivi che di odio, rancore o vendetta. Passa dalle minacce attraverso sms, e-mail, telefonate al pedinamento, alll’inseguimento, fino a sfociare in vere e proprie aggressioni. Solitamente, ma solo secondo statistica, la vittima di stalking è femminile ma non è assolutamente raro che siano anche i maschi a subire  molestie e vere e proprie persecuzioni da parte di stalker femmine con disturbi della personalità. Lo stalking è entrato a far parte del nostro ordinamento con il Decreto Legge 23-2-2009 che ha introdotto con  l’art. 612 bis-Codice Penale-, il reato di “atti persecutori”. Si è inteso attribuire rilevanza penale e sanzionare in modo pesante tutta quella serie di comportamenti assillanti e ossessivi che prostrano la vittima in una condizione di soggezione psicologica limitando a volte pesantemente le attività quotidiane del “perseguitato”. Rientrano in tali condotte l’invio ossessivo e ripetuto di lettere, sms ed e-mail nonché pedinamenti, appostamenti e ogni atto anche vandalico che abbia scopo intimidatorio. Purtroppo nei casi più gravi chi ama decide che suggello della propria passione  non possa essere altro, ad un certo punto, che la morte.