scritto da francesca il 13 11 2020
In queste giornate grigie e dense di pensieri, ti ritrovi con più facilità davanti al televisore. La sera poi, ci sono diversi programmi musicali dove giovani partecipano in cerca di un difficile successo. E cerco di frugare nelle loro composizioni, ma difficilmente trovo elementi che attirano la mia attenzione. Oggi, i loro motivi, non sono di mio gusto. E arriva solenne la sentenza dei nipoti: "Sei all'antica, questa è la musica di oggi, il cantare di oggi". Ho provato a concentrarmi per cercare di capire questo modo di cantare, di presentarsi al pubblico e al giudizio del pubblico.Non ci riesco, sulla mia tribuna, sono sempre solo. In un ritornello ho contato sedici volte la stessa parola, ma sono stato zitto perchè, sono parolieri e compositori. Come faccio a esprimere il mio parere se sono all'antica? Non faccio certamente di ogni erba un fascio, ma pochi, si elevano alle mie orecchie. Ora, ci sta' che sia anche un po' sordo e che non riesca a cogliere certe sfumatore giovanili, ma la melodia, non la puoi cancellare dal canto . Detto questo, altro paticolare che non accetto, i tatuaggi. Non si capisce se indossano magliette attillate variopinte o se sono segni impressi sulla loro pelle. Si! Sono tatuaggi per me impressionanti, brutti e che non togli con acqua e sapone.No! Ma ha un senso tutto questo? Mio padre, o come si dice noi. "Il mì babbo", mi richiamava sempre: "Omo, collo pulito e fatti la barba". Ma la domanda viene spontanea come dicono alla televisione: ma non l'hanno i genitori? E mi fa tremendamente arrabbiare quando dicono che sono ragazzi. Ma come, hanno venticinque trenta anni e li chiamano ragazzi. Non mi sgridate, lo so che non sono tutti uguali. Noi, ragazzi di ieri, dovevamo essere uomini anche se giovanissimi. Non me ne volete, ma preferisco quelli senza tatuaggi o ferri infilzati nelle sopracciglia e orecchini, e che hanno qualche callo nelle mani o che profumano di stallatico. Si! Lo so, sono all'antica.E quindi, dall'alto della mia carta di identità, lasciatemi gridare.-------------------------------------------------------------------------Giulio
Per non dimenticare!---------------------------------------------------------------------------------------------- Il 12 novembre del 2003 un camion imbottito di esplosivo, guidato da due suicidi di Al Qaeda, devastava la base degli italiani nella città irachena: 19 i morti. Il camion guidato da due terroristi votati al martirio esplose sull'ingresso di base Maestrale, devastando la palazzina prima adibita a Camera di Commercio della città irachena, uccidendo 19 italiani e 9 iracheni e facendo una sessantina di feriti. Non si era ancora depositato il fumo dell'esplosione, che cominciarono le polemiche: la base nel capoluogo della provincia di Dhi Qar era troppo esposta, in pieno centro di Nassiriya e per di più in una strada dove era difficile allestire difese adeguate. Lo ammetterà persino Abu Omar al-Kurdi, l'uomo di Al Qaeda che più tardi racconterà di aver organizzato l'attacco, forse su ordine di Abu Musab al-Zarqawi: l'edificio che i militari chiamavano Animal House era stato scelto come obiettivo perché la sua difesa era quasi impossibile. Mentre migliaia di cittadini comuni facevano ore di fila davanti all'Altare della patria per rendere omaggio alle salme, sconvolti e increduli davanti a quello che fu chiamato "l'11 settembre dell'Italia", partiva il gioco delle responsabilità. Ci furono errori strategici, come quello di voler comunque ritagliare all'Italia un profilo meno muscolare e più di mediazione, basandosi su una cultura nazionale molto diversa da quella degli alleati. I "soldati dal volto umano" scrivemmo quel giorno: ed era così, nella coscienza dei militari impegnati come nella percezione del Paese. Forse però l'Iraq appena libero dal giogo di Saddam Hussein era un contesto troppo difficile per un approccio del genere.----------------------------------------------------------------------------------------------- (da La Repubblica del 12 Novembre 2020)